Imprenditore, faccendiere ed ex editore, tra controversie e casi giudiziari che hanno segnato i suoi trascorsi in cronaca. E adesso anche l’attentato a Sigfrido Ranucci
L’attentato a Sigfrido Ranucci dello scorso ottobre ha scosso il mondo dello spettacolo. Il giornalista e conduttore di Report, da anni in prima linea in inchieste delicate, è uscito illeso da un attacco violento con degli ordigni fatti esplodere proprio davanti alla sua abitazione, che hanno distrutto le due automobili di proprietà e il muro perimetrale. Insomma, sia Sigfrido che la sua famiglia hanno rischiato la vita.
Da quel 16 ottobre 2025, però, le indagini sono partite e hanno portato a degli sviluppi per certi versi inattesi. Tra arresti e sospettati, gli inquirenti negli ultimi giorni hanno puntato il dito sui possibili mandanti. E tra questi spunta il nome di Valter Lavitola, una figura nota alla malavita e alla politica, che da anni rimbalza tra casi di cronaca e vicende giudiziarie tutt’altro che limpide.
Faccendiere, imprenditore, ex giornalista ed editore di primo pelo, Lavitola è ora la presunta mente dell’attentato, in concorso con almeno un’altra persona. Ma chi è davvero Lavitola, personaggio vicino a Berlusconi e per tanti anni dietro le quinte della politica? Cosa sappiamo sul suo patrimonio?
Chi è Valter Lavitola e perché è indagato per l’attentato a Sigfrido Ranucci
Nato a Salerno il 16 giugno 1966, Lavitola è laureato in Scienze politiche all’Università Federico II di Napoli. Ha 60 anni e alle spalle una carriera costruita tra giornalismo, editoria e retroscena politici: è stato fondatore e direttore del quotidiano L’Avanti!, figura di riferimento nell’ala craxiana del Partito Socialista Italiano e poi faccendiere di lungo corso, capace di muoversi tra le cancellerie europee e i palazzi romani senza mai occupare una poltrona ufficiale.
È su questo sfondo che si innesta l’ultima, pesantissima accusa. La Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi e dai pm Carlo Villani ed Edoardo De Santis, ha iscritto Lavitola nel registro degli indagati come presunto mandante dell’attentato del 16 ottobre 2025, avvenuto davanti alla villetta di Ranucci a Pomezia. I carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e Frascati, su mandato della DDA, hanno eseguito una perquisizione domiciliare sequestrando cellulare e computer: i dispositivi saranno analizzati per cercare riscontri sul movente, ancora ignoto. Per ora non sono state chieste misure cautelari.
Nei giorni precedenti erano già scattati quattro arresti - Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone e Marika De Filippi, tutti originari dell’area tra Avellino e Napoli - ritenuti gli esecutori materiali dell’azione. Tra loro e Lavitola, secondo la ricostruzione degli inquirenti, avrebbe fatto da tramite un cittadino di origine nordafricana, ancora non identificato. A tutti è contestata in concorso la detenzione, il porto in luogo pubblico e l’uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dall’aggravante del metodo mafioso.
Guai giudiziari, la vicinanza (e il ricatto) con Berlusconi e il passato in carcere
La storia giudiziaria di Lavitola è un romanzo criminale a puntate, cominciato ancor prima che emergessero le inchieste più clamorose. A 18 anni entra come apprendista nella loggia massonica Aretè di Roma; nel 1984 si iscrive al Partito Socialista Italiano, nell’orbita craxiana. Conosce Berlusconi a metà degli anni Novanta e ne diventa un satellite gravitazionale: candidato con Forza Italia alle europee del 2004, raccoglie 54.000 preferenze senza essere eletto.
Nel settembre 2010 pubblica su L’Avanti! un documento riservato del governo di Saint Lucia che inchioda Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini, alla proprietà di un appartamento a Montecarlo acquistato sottocosto. Come documentò il programma televisivo Annozero, i viaggi sull’isola caraibica erano stati effettuati su aereo di Stato italiano.
L’anno dopo, il 1° settembre 2011, il GIP emette un mandato di cattura. Lavitola sparisce: otto mesi di latitanza, prima del rientro in Italia il 16 aprile 2012 e dell’arresto a Poggioreale. Le accuse si accumulano: tangenti al governo panamense - con il presidente Ricardo Martinelli tra i destinatari - per un appalto da 176 milioni di dollari destinato alla costruzione di carceri; appropriazione indebita di oltre 23 milioni di euro di contributi pubblici al giornale, ottenuti con false fatture e vendite gonfiate.
Nel novembre 2012 patteggia 3 anni e 8 mesi. Il 4 marzo 2013 arriva la condanna a 2 anni e 8 mesi per tentata estorsione ai danni di Berlusconi: aveva chiesto cinque milioni di euro per mantenere il silenzio sull’inchiesta barese sulle escort. Nel 2015 il Tribunale di Napoli lo condanna a 3 anni per la cosiddetta «compravendita dei senatori» - pena poi dichiarata prescritta in appello - mentre la Corte dei Conti gli intima di restituire allo Stato 23,8 milioni di euro. Uscirà dal carcere di Secondigliano nel 2016, dopo quattro anni di detenzione, con la sospensione dall’Ordine dei giornalisti del Lazio già comminata in precedenza.
Il patrimonio di Valter Lavitola: ecco cosa sappiamo
Ricostruire il patrimonio di Lavitola è un esercizio complicato quanto seguire le tracce di un uomo che per anni ha gestito ingenti flussi di denaro senza lasciare nulla di tracciabile a suo nome. «A me hanno confiscato tutto», ha dichiarato lui stesso al quotidiano Il Messaggero dopo l’uscita dal carcere: una confessione quasi liberatoria su un passato economico dissolto nelle aule dei tribunali.
Il quadro emerge dagli atti giudiziari. L’Avanti! ha incassato - secondo la Corte dei Conti - 23.879.502 euro di contributi pubblici all’editoria tra il 1997 e il 2009: di questi, 17.845.392 euro erano finanziamenti diretti nel solo settennio 2003-2009, per una media di circa 2,5 milioni di euro l’anno, ottenuti gonfiando le tirature, presentando false fatture e ricorrendo a prestanomi. La sentenza n. 24/2015 dell’11 marzo 2015 condanna Lavitola e Sergio De Gregorio in solido all’intera restituzione. Il Tribunale fallimentare di Roma ha dichiarato il fallimento della cooperativa International Press il 27 aprile 2015: le casse erano talmente vuote da non riuscire a saldare neppure i dipendenti - due ex giornalisti attendevano ancora circa 130.000 euro tra stipendi arretrati e TFR.
Sul versante degli affari internazionali, il contratto di consulenza con Finmeccanica da 30.000 dollari al mese era, secondo l’accusa, soltanto una copertura per giustificare la sua presenza a Panama, dove avrebbe mediato tangenti - per un totale di 530.000 euro e 140.000 dollari già versati - a funzionari di governo per un appalto miliardario poi sfumato.
Dopo la scarcerazione nel 2016, Lavitola ha ricominciato praticamente da zero nel settore della ristorazione, aprendo il ristorante di pesce Cefalù a Monteverde Vecchio, Roma: l’unica attività economica nota a suo nome. Un locale di quartiere che nel maggio 2023 si è ritrovato suo malgrado al centro della cronaca, quando Il Riformista pubblicò una foto che ritraeva Lavitola e Ranucci a cena insieme, in compagnia di un prelato vicino al Segretario di Stato vaticano Pietro Parolin. Una fotografia che, alla luce degli sviluppi odierni, assume un significato che nessuno avrebbe potuto immaginare.