Ferie: chi decide tra dipendente e datore di lavoro?

Isabella Policarpio

25/06/2021

25/06/2021 - 17:02

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Chi decide quali e quanti giorni di ferie si possono prendere, il dipendente o il datore? Cosa dice la legge su giorni di astensione e chiusura aziendale.

Ferie: chi decide tra dipendente e datore di lavoro?

È il datore o il dipendente a scegliere le ferie? In materia di ferie retribuite la legge parla chiaro: il tetto minimo di giorni è stabilito a livello nazionale (4 settimane all’anno) ma l’ultima parola su quando si può andare in ferie spetta sempre al datore di lavoro il quale - se necessario - può legittimamente rifiutare il piano ferie presentato dai lavoratori.

In ogni caso, gli usi aziendali e i CCNL prevedono che tra datore e dipendente si debba trovare un accordo circa il periodo di ferie, in modo da non compromettere la produzione.

Che succede in caso di chiusura dell’azienda? Il dipendente è costretto ad andare in vacanza in quel periodo? Ecco il punto della situazione.

Chi sceglie le ferie, il datore di lavoro o il dipendente?

Sappiamo che le ferie sono un diritto imprescindibile di ogni lavoratore dipendente, sancito dalla Costituzione e da numerosi interventi legislativi. Ma questo non significa che i lavoratori subordinati siano liberi di andare in ferie quando preferiscono.

La normativa nazionale (legge n. 66/2003) fissa dei “paletti” alla possibilità di andare in ferie, a cui devono attenersi sia il datore che il dipendente. Per prima cosa i giorni di ferie devono essere almeno 4 settimane all’anno di cui 2 si possono fruire consecutivamente nel periodo estivo (da giugno a settembre). I giorni di astensione dal lavoro maturati, inoltre, sono regolarmente retribuiti in busta paga e si possono recuperare in caso di malattia (propria o del figlio piccolo) insorta in vacanza.

Chi lavora in azienda, specie se piccola, deve concordare con largo anticipo il piano ferie per consentire al datore di organizzare la produzione durante i periodi di assenza. Infatti ci sono due principi da controbilanciare: il diritto al recupero
psicofisico del dipendente e la produttività.

Per questo il datore di lavoro può negare le ferie e posticiparle motivando il diniego. In tal caso le ferie “non si perdono” ma potranno essere chieste in un momento successivo.

In caso di chiusura aziendale il dipendente è costretto ad andare in ferie?

Più volte la Cassazione ha confermato che le ferie del dipendente coincidono con la chiusura aziendale, ove prevista. Vuol dire che, ad esempio, se il datore di lavoro decide di interrompere l’attività durante il mese di agosto, tutti i dipendenti saranno costretti ad andare in vacanza in quel periodo.

In questo caso si parla di “ferie collettive e forzate” dato che sono godute contemporaneamente da tutti gli impiegati senza possibilità di scelta.

Il datore può richiamare dalla ferie?

A conferma del fatto che tra dipendente e datore di lavoro prevale quest’ultimo, la legge prevede che l’azienda abbia il diritto di richiamare i propri lavoratori dalle ferie e di farli tornare a lavoro, se necessario.

Regole, motivi e vincoli del richiamo dalle ferie sono stabiliti dai singoli CCNL (con differenze anche sensibili).

Qualora il contratto collettivo/individuale non prevedesse alcun vincolo di reperibilità del dipendente durante le ferie, il datore non può esercitare il potere di richiamo; al contrario in altri CCNL può essere stabilito l’obbligo di reperibilità. In ogni caso, se il dipendente è costretto ad interrompere le ferie e tornare al lavoro, è obbligatorio corrispondergli un indennizzo economico in busta paga e, in alcuni casi, rimborsare le spese sostenute per la vacanza.

Quando può avvenire il richiamo? Si tratta di ipotesi eccezionali che devono rispondere a particolari esigenze produttive. In altre parole, ci può essere il richiamo dalle ferie soltanto se la presenza in sede del dipendente è fondamentale per la continuità aziendale.

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