Chi controlla l’oro di Bankitalia controlla la fiducia: la posta in gioco per l’Italia

Guido Salerno Aletta

29/11/2025

La vera minaccia per la stabilità della moneta non viene dall’invadenza della politica: i pericoli sono altri.

Chi controlla l’oro di Bankitalia controlla la fiducia: la posta in gioco per l’Italia

Perché tirare fuori, ora, la questione della proprietà dell’oro iscritto all’attivo del bilancio di Banca d’Italia?

E’ un modo per farle sentire il fiato sul collo: ci sono troppe nubi all’orizzonte, che vengono dagli Usa, come ha avvisato la Bce nel suo ultimo rapporto sulla Stabilità finanziaria dell’Eurozona: a nessuno deve venire in mente di usare l’oro per coprire le perdite di qualche banca nostrana in difficoltà, visto che il Fondo di Risoluzione predisposto per intervenire non è affatto sufficiente, e visto che l’Italia non intende neppure sottoscrivere il nuovo Trattato MES che è stato riformulato per fare da prestatore di ultima istanza, backstop, per il sistema bancario del nord-Europa.

È un richiamo pesante, visto quello che è successo in questi ultimi anni: stavolta bisogna tenere gli occhi aperti. E non si faranno sconti.

L’emendamento 1.1 presentato al disegno di legge di bilancio dello Stato per il 2026 dal Capogruppo al Senato di FdI, Lucio Malan, in cui si stabilisce icasticamente che “Le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono allo Stato, in nome del Popolo Italiano” ha suscitato una serie di obiezioni che affrontano la questione della proprietà dell’oro in modo funzionale, partendo dalla cosiddetta superiorità del diritto europeo rispetto a quello nazionale.
Illogicamente, con un ragionamento che va a ritroso, si fa derivare la proprietà attuale dell’oro iscritto all’attivo dello Stato patrimoniale della Banca d’Italia dal fatto che quest’ultima lo detiene e lo gestisce per finalità di politica monetaria. E si fa derivare questa sorta di intangibilità da parte dello Stato italiano dell’oro delle Riserve della Banca d’Italia, che rivendicandone la proprietà agirebbe in modo espropriativo, dal ruolo che la Banca d’Italia riveste nell’ambito delle istituzioni europee attraverso il Sistema europeo delle banche centrali nazionali (SEBCN), dalle funzioni in materia monetaria che sono state attribuite in via esclusiva alla BCE da parte dei Paesi aderenti all’Euro, e dal divieto di finanziamento monetario sotto qualsiasi forma degli Stati da parte delle Banche Centrali che risale al Trattato di Maastricht del 1992.
È un errore allo stesso tempo logico, storico e sistematico, visto che i Trattati europei non possono né trasferire, né interferire sul regime della proprietà di alcunché: in pratica, se l’oro in questione era di proprietà dello Stato, tale è rimasto; e parimenti, se era della Banca d’Italia, tale è rimasto.

Il competente Dipartimento del Mef ha ribadito la posizione già assunta nel 2019 dall’allora Governatore della Bce Mario Draghi, secondo cui le riserve della Banca d’Italia, al pari di quelle delle altre banche nazionali dell’Eurosistema, sono di competenza della Bce che ha come capitale una quota delle riserve conferite dalle singole Banche centrali nazionali: l’articolo 3 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue) attribuisce la competenza esclusiva in materia di politica monetaria all’Unione Europea, e per essa al Sistema europeo di banche centrali nazionali (SEBCN) al cui vertice si colloca la Bce; l’articolo 130 garantisce l’indipendenza di tutte le Banche Centrali Nazionali, e della medesima Bce, nello svolgimento delle loro attività; l’articolo 127.2 infine stabilisce che uno dei compiti fondamentali del SEBC è «detenere e gestire le riserve ufficiali in valuta estera degli Stati membri».
Già, a dire il vero, la formulazione letterale di questo ultimo articolo 127.2 cita solo la funzione di “detenere e gestire” le riserve ufficiali in valuta estera “degli Stati”, peraltro senza neppure menzionare espressamente l’oro: ragione per cui si potrebbe arguire che è possibile distinguere la fattispecie proprietaria in capo agli Stati rispetto alla detenzione e gestione da parte del Sistema Europeo delle Banche Centrali.

Pure nel sito web della Banca d’Italia ci sono delle incongruenze: mentre alla voce Riserve in oro, si legge che “Il quantitativo totale di oro di proprietà dell’Istituto è pari a 2.452 tonnellate…”, alla voce Riserve in valuta e oro, portafoglio di investimenti e servizi, si legge che “La Banca d’Italia ha il compito di detenere e gestire le riserve ufficiali del Paese…”.

Ma la questione si fa delicata, a questo punto, non solo in considerazione della natura di ente pubblico della Banca d’Italia, ma soprattutto delle recenti rivendicazioni di autonomia dalla politica: non è casuale la concomitanza tra l’emendamento sulla proprietà dell’oro che spetta allo Stato e l’intervento “L’autonomia della Banca d’Italia fra politica ed economia” presentato da Luigi Federico Signorini, Direttore generale della Banca d’Italia, a Firenze il 24 novembre 2025, in occasione del centenario della nascita di Giovanni Spadolini.
Fu infatti sotto il governo presieduto da Spadolini che si celebrò il cosiddetto divorzio dal Tesoro, ponendo fine alla dominanza fiscale che aveva caratterizzato tutta la storia repubblicana, per cui ogni richiesta di finanziamento del debito pubblico doveva essere esaudita, mentre un diniego avrebbe rappresentato un “atto di sedizione”: così lo definì Guido Carli, predecessore di Ciampi e Baffi come Governatore della Banca d’Italia.

Ci sono troppe questioni su cui il sistema politico avrebbe da ridire sull’operato della Banca d’Italia, a cominciare dalla Vigilanza prudenziale sul sistema bancario, che non ha tenuto gli occhi sufficientemente aperti nell’acquisto di Antonveneta da parte di Monte dei Paschi di Siena a un prezzo spropositato e con posizioni debitorie occulte; del fallimento di Veneto Banca e della Banca Popolare di Vicenza, per non parlare delle vicende di Banca Etruria.

L’intero sistema bancario italiano, che l’Abi vantava come estremamente solido e che non era stato toccato dalla crisi dei titoli tossici americani che nel 2009 aveva abbattuto le banche del nord Europa, salvate solo dagli interventi statali, era stato poi travolto da una serie di svalutazioni a catena delle garanzie, e dall’impossibilità dello Stato di intervenire a causa della soppressione della precedente normativa europea che aveva autorizzato gli aiuti di Stato.
In quelle circostanze, non solo la Vigilanza, ma l’intera dirigenza della Banca d’Italia si dimostrò impreparata ad affrontare rischi sistemici.

La questione non riguarda il passato, ma il prossimo futuro: l’ultimo rapporto sulla Stabilità finanziaria della Bce segnala lo spill-over che le istituzioni bancarie europee potrebbero affrontare in caso di crisi negli USA.
Il pericolo viene da Oltre Atlantico: oltre alla tecnologia, è l’intero modello finanziario americano a destare preoccupazione. I persistenti deficit pubblici, il debito federale e i dubbi sulla credibilità fiscale degli Stati Uniti hanno “indebolito il ruolo di rifugio sicuro” dei Treasury e del dollaro. Un dollaro più debole potrebbe amplificare l’impatto dei dazi statunitensi sugli esportatori europei, già sotto pressione per la concorrenza della Cina.

Inoltre, gli investitori europei, come banche e operatori finanziari non bancari, sono ampiamente esposti ad attività denominate in dollari. Alla fine del 2024, le banche dell’area euro detenevano 681 miliardi di euro di attività in dollari, per un totale di 712 miliardi di euro di prestiti. Uno scenario estremo di uscite di capitale potrebbe, secondo la Bce, esaurire la loro capacità di rifinanziarsi.

La Banca di Francia ha avvertito dei rischi di contagio: “Le preoccupazioni del mercato riguardo alle difficoltà fiscali in alcune economie avanzate possono creare stress nei mercati obbligazionari globali…”. Fondi di investimento, assicuratori e hedge fund sono esposti a asset statunitensi sopravvalutati: in caso di shock, le vendite forzate aumenterebbero la volatilità.

Il rapporto della Bce menziona anche il rischio crescente legato ai cripto-asset, la cui capitalizzazione ha raggiunto livelli record ed è altamente volatile. La loro interconnessione con il sistema finanziario tradizionale e il crescente uso delle stablecoin le rende un potenziale vettore di contagio.

La vera minaccia per la stabilità della moneta non viene dall’invadenza della politica: i pericoli sono altri, tutti già scritti nel messaggio in bottiglia.