Il 2026 si apre con un consenso quasi rassicurante sui mercati finanziari. Crescita globale attesa positiva, utili societari in aumento e politiche monetarie che, almeno sulla carta, dovrebbero diventare meno restrittive. Ma è proprio quando il quadro sembra ordinato che vale la pena farsi una domanda scomoda. Stiamo osservando i mercati giusti, o solo quelli più rumorosi? E soprattutto, stiamo leggendo correttamente ciò che i prezzi stanno già raccontando?
La verità è che il 2026 non sarà un anno da interpretare con slogan o narrative semplicistiche. Sarà un anno in cui la selezione dei mercati da monitorare conterà più delle convinzioni ideologiche. E dove il rischio non sarà tanto sbagliare direzione, quanto sottovalutare i meccanismi con cui le aspettative vengono prezzate.
Il nodo centrale delle valutazioni USA
Uno degli elementi più delicati da affrontare nel 2026 riguarda le valutazioni del mercato azionario statunitense. I multipli P/E, soprattutto se osservati in ottica forward e corretti per il ciclo degli utili, rimangono elevati rispetto alla media storica. Questo dato è centrale nei modelli di stima dei rendimenti attesi a lungo termine, in particolare su orizzonti decennali.
Molti modelli quantitativi indicano infatti rendimenti attesi inferiori per gli Stati Uniti rispetto all’Europa e ai mercati emergenti nei prossimi 10 anni. È un risultato matematico, non ideologico. Più alto è il prezzo pagato oggi per un flusso di utili futuri, più basso tende a essere il rendimento atteso.
Ma è fondamentale chiarire un punto spesso frainteso. Questi modelli non sono definitivi né predittivi in senso assoluto. Sono strumenti dinamici che cambiano insieme ai mercati. Servono a contestualizzare, non a escludere.
Ed è proprio qui che entra in gioco il 2026.
Perché escludere gli USA sarebbe un errore
Se è vero che le valutazioni USA sono elevate, è altrettanto vero che le attese di crescita degli utili per il 2026 restano superiori a quelle europee. Il mercato non è irrazionale quando paga di più un dollaro di utili americani rispetto a uno europeo. Sta semplicemente scontando una traiettoria di crescita diversa.
Nel 2026 le stime sugli utili statunitensi implicano tassi di crescita più sostenuti, una maggiore resilienza dei margini e una capacità di adattamento al contesto macro che storicamente ha pochi eguali. In questo senso, parlare di sopravvalutazione senza considerare il denominatore, ovvero la crescita degli utili, rischia di essere fuorviante.
Il mercato prezza in ottica prospettica. Se le aspettative sono alte, i prezzi salgono prima che i dati si materializzino. Ignorare gli Stati Uniti nel 2026 solo per una questione di multipli sarebbe quindi una semplificazione eccessiva.
Soluzioni globali come strumento di lettura
Proprio per questo motivo, una delle soluzioni più razionali da monitorare nel 2026 resta l’esposizione globale. Gli ETF world rappresentano un interessante aggregatore di segnali. Pur essendo strumenti globali, oltre il 60% della loro composizione è tipicamente concentrata sugli Stati Uniti.
Questo consente di partecipare alla crescita americana senza rinunciare alla diversificazione geografica. È una scelta meno narrativa ma più coerente con la struttura reale del mercato globale, dove gli USA continuano a pesare in modo dominante sia in termini di capitalizzazione che di generazione di utili.
Il settore tecnologico è davvero ipervalutato?
Il dibattito sulla presunta ipervalutazione del settore tecnologico merita un’analisi meno emotiva. Se si osservano i multipli forward del tech in termini relativi, emerge un dato spesso ignorato. Il P/E forward del settore tecnologico si colloca sotto l’80° percentile della distribuzione degli ultimi 10 anni.
In termini relativi, è più elevato il P/E complessivo dell’S&P 500. Questo porta a una contraddizione logica spesso trascurata. Se si ritiene plausibile una crescita dell’indice nel 2026, è difficile sostenere contemporaneamente che il settore che traina gli utili sia strutturalmente troppo caro.
Il tech continua a mostrare attese di crescita degli utili superiori al 20%. In assenza di un deterioramento macro significativo, resta sotto la lente di ingrandimento non per entusiasmo, ma per coerenza fondamentale.
Il caso delle small cap USA
Un altro segmento da monitorare con attenzione nel 2026 è quello delle small cap statunitensi. Negli ultimi anni hanno nettamente sottoperformato le large cap, sia in termini di prezzo che di crescita percepita.
Eppure, alcune stime indicano per il 2026 una possibile crescita degli utili superiore al 60%. È un dato che non può essere ignorato. Storicamente, le fasi di recupero ciclico e di allentamento delle condizioni finanziarie favoriscono le small cap, più sensibili al credito e al ciclo economico.
Il punto chiave non è anticipare una rotazione, ma riconoscere che il differenziale di crescita implicito è particolarmente pronunciato. Questo rende il segmento rilevante da osservare, anche in ottica di volatilità e rischio.
I rischi da non sottovalutare
Naturalmente, il 2026 non è privo di rischi. Le recenti mosse geopolitiche di Trump, come il caso Venezuela, rappresentano un esempio chiaro di come la politica possa interferire con il quadro macro. Se queste dinamiche dovessero riaccendere pressioni inflazionistiche, le aspettative di taglio dei tassi verrebbero rapidamente ridimensionate.
In quel caso, le attese di crescita degli utili dovrebbero essere riviste, e con esse i target degli analisti. I prezzi, di conseguenza, non potrebbero restare invariati. È questo il vero rischio sistemico, non la volatilità di breve periodo, ma il repricing delle aspettative.
Quindi…
Monitorare i mercati nel 2026 significa accettare la complessità. Non esistono risposte definitive né mercati giusti in senso assoluto. Esistono però prezzi, aspettative e rischi che vanno letti con lucidità.
Il 2026 sarà probabilmente un anno meno euforico di quanto alcuni immaginano, ma anche meno fragile di quanto temono altri. L’equilibrio starà nel non inseguire certezze, ma nel restare consapevoli di ciò che i mercati stanno già scontando.