C’è un meccanismo finanziario da trilioni di dollari che potrebbe star silenziosamente drenando liquidità dai mercati azionari proprio in queste settimane, e il suo epicentro si trova in un paese che molti investitori italiani raramente considerano quando guardano il proprio portafoglio: il Giappone.
Quando la Banca del Giappone alza i tassi ai livelli più alti degli ultimi trent’anni mentre lo yen tocca i minimi da quarant’anni, si innesca una catena di rimpatri di capitale che potrebbe colpire proprio quegli asset tecnologici americani che hanno trainato i rendimenti globali nell’ultimo decennio, compresi gli ETF e i fondi su cui molti risparmiatori italiani fanno affidamento.
E mentre il Nasdaq sembrerebbe avviato verso il peggior luglio degli ultimi ventidue anni, chi sta costruendo o difendendo un portafoglio in Italia si trova davanti a una domanda concreta: quanto di quello che sembra stabile oggi potrebbe essere più fragile di quanto appaia?
Il meccanismo nascosto che muove trilioni di dollari
Per comprendere la portata di quello che potrebbe accadere nelle prossime settimane, vale la pena ricostruire con precisione la struttura del triangolo che il titolo evoca. Si tratta di tre forze interconnesse che agiscono simultaneamente su classi di attivo molto diverse tra loro, e la cui interazione produce effetti che raramente si limitano al perimetro geografico in cui nascono.
Il primo vertice è il carry trade sullo yen. Per oltre due decenni, fondi hedge e investitori istituzionali di tutto il mondo hanno utilizzato il Giappone come sportello di liquidità a costo quasi nullo: si prendevano in prestito yen a tassi prossimi allo zero, si convertiva il capitale in dollari e si investiva su asset ad alto rendimento, in primis le grandi capitalizzazioni tecnologiche americane. Il differenziale di tasso tra Tokyo e Washington era sufficientemente ampio da rendere questa operazione strutturalmente profittevole anche in assenza di guadagni particolari sui sottostanti. Le stime sulle dimensioni complessive di queste posizioni aperte oscillano tra $1 e $20 trilioni, una forbice che da sola rivela quanto questo mercato rimanga opaco anche agli operatori specializzati.
La svolta storica della Banca del Giappone
Il secondo vertice riguarda una trasformazione di politica monetaria che non ha precedenti recenti. A giugno 2025 la Banca del Giappone ha portato i propri tassi di riferimento all’1%, il livello più elevato dagli anni Novanta. Per una banca centrale abituata a operare in territorio zero o negativo per oltre vent’anni, questo movimento è un cambio di regime.
In termini proporzionali, l’impatto sull’equilibrio finanziario dei portafogli costruiti sul carry trade potrebbe essere paragonabile a quello che, negli Stati Uniti, produrrebbe un rialzo dei Fed funds dal 0% al 10% nell’arco di pochi trimestri. Il costo del denaro preso in prestito in yen aumenta, la redditività dell’operazione si restringe, e la convenienza relativa di mantenere aperte le posizioni rispetto a chiuderle si inverte progressivamente.
Il terzo vertice amplifica la pressione in modo controintuitivo. Lo yen si troverebbe oggi ai minimi rispetto al dollaro degli ultimi quarant’anni. Per un investitore istituzionale giapponese che detiene asset denominati in dollari, questa configurazione valutaria rappresenta l’opportunità di rimpatrio più favorevole in quattro decenni: convertire i proventi in yen oggi significa ottenere la maggiore quantità di valuta domestica disponibile da generazioni. L’incentivo a vendere asset americani e riportare il capitale in Giappone non è mai stato così forte da un punto di vista strettamente cambiario.
Come si smonta un carry trade e perché i riflessi si sentono sulle borse
La sequenza tecnica di chiusura di queste posizioni segue una logica prevedibile ma dagli effetti potenzialmente non lineari. Quando un operatore decide di liquidare un carry trade in yen, compie due operazioni pressoché contemporanee: riacquista yen sul mercato per restituire il prestito originario, e vende gli asset che aveva acquistato con quella liquidità.
Il doppio movimento produce tre conseguenze concatenate: il dollaro si deprezza rispetto allo yen, le quotazioni tecnologiche subiscono pressione vendita, e il processo tende ad autoalimentarsi perché il calo dei prezzi spinge altri operatori a liquidare a loro volta, innescando un loop ribassista che può diventare disordinato in tempi molto brevi. Un precedente recente aiuta a calibrare la magnitudo possibile: nell’agosto 2024, uno smontamento parziale di queste posizioni ha prodotto un calo del Nasdaq superiore al 10% nell’arco di soli tre giorni di contrattazioni.
Il cambiamento strutturale che rende questo ciclo diverso
Quello che potrebbe distinguere il ciclo attuale dai precedenti episodi di stress valutario è la presenza di un elemento strutturale di lungo periodo. Le istituzioni finanziarie giapponesi, fondi pensione e compagnie assicurative in primo luogo, avrebbero progressivamente ridotto l’appetito per gli asset esteri in risposta a una trasformazione dell’economia domestica che appare genuina: il Giappone sembrerebbe aver ritrovato inflazione, dinamismo del credito interno e un surplus commerciale che riduce la necessità sistemica di esportare liquidità verso il resto del mondo.
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Le implicazioni per chi investe in Italia oggi
Le correzioni di prezzo originate dal rimpatrio del carry trade non riflettono necessariamente un deterioramento dei fondamentali delle aziende sottostanti: nascono da dinamiche macrofinanziarie esogene al ciclo economico americano e per questo motivo possono risultare difficili da anticipare con i tradizionali strumenti di analisi. Chi costruisce o ribilancia un portafoglio in questa fase potrebbe trovare utile interrogarsi su quale quota dell’esposizione azionaria sia genuinamente legata alle prospettive di utile delle società detenute, e quale invece potrebbe risentire di flussi di liquidità che rispondono a logiche del tutto diverse.