Carry trade sullo yen e BTP. Cosa può cambiare per l’Italia se la Banca del Giappone alza i tassi

Tommaso Scarpellini

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Tokyo alza i tassi, i mercati tremano. I BTP rischiano una pressione silenziosa mentre lo spread potrebbe riscrivere le regole del portafoglio.

Carry trade sullo yen e BTP. Cosa può cambiare per l'Italia se la Banca del Giappone alza i tassi

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La Banca del Giappone potrebbe alzare i tassi di interesse venerdì 18 settembre, al termine della riunione di politica monetaria. Il mercato dà per molto probabile un rialzo di 25 punti base, che porterebbe il tasso di riferimento dall’1% all’1,25%. Per chi ha BTP in portafoglio la domanda è legittima: una decisione presa a Tokyo può pesare sui titoli di Stato italiani?

La risposta passa da due canali. Il primo è il cosiddetto carry trade sullo yen. Il secondo riguarda i grandi investitori giapponesi, che sono tra i principali acquirenti di debito pubblico estero e i primi detentori stranieri di titoli di Stato statunitensi.

Il carry trade sullo yen: come funziona e perché conta

Per anni i tassi giapponesi sono rimasti vicini allo zero, per un periodo anche sotto zero. Questo ha trasformato lo yen in una valuta di finanziamento ideale. Un investitore prende a prestito yen a costo molto basso, li converte in dollari o euro e investe in attività con rendimenti più alti, come i titoli di Stato statunitensi o europei. La differenza tra il costo del finanziamento e il rendimento dell’investimento è il guadagno dell’operazione, il cosiddetto carry.

La strategia regge finché valgono due condizioni: i tassi giapponesi restano bassi e lo yen non si apprezza. Un rialzo della Banca del Giappone può metterle in discussione entrambe. Il finanziamento in yen diventa più caro e, se la valuta giapponese si rafforza, servono più dollari o euro per restituire il prestito. Quando i margini si assottigliano, gli investitori tendono a chiudere le posizioni vendendo le attività acquistate, e le vendite possono colpire con più forza i mercati percepiti come più fragili.

Un precedente recente esiste. Il 5 agosto 2024, pochi giorni dopo un rialzo dei tassi della Banca del Giappone e in concomitanza con dati deludenti sul mercato del lavoro statunitense, la chiusura in massa delle posizioni finanziate in yen contribuì a far perdere alla Borsa di Tokyo il 12,4% in una sola seduta, il calo più forte dal 1987.

Il secondo canale: i capitali giapponesi che rientrano

L’aumento dei rendimenti interni cambia anche i calcoli degli investitori istituzionali giapponesi, come assicurazioni e fondi pensione. Per anni hanno cercato all’estero i rendimenti che il mercato domestico non offriva.

Oggi il quadro è diverso. Ad agosto il rendimento del titolo di Stato giapponese a 10 anni ha toccato il 2,93%, il livello più alto da settembre 1996, e all’inizio di settembre ha superato la soglia del 3%. Con rendimenti interni più alti e coperture valutarie costose, i titoli esteri diventano meno convenienti, e una parte dei capitali potrebbe tornare in Giappone.

Lo yen, gli interventi sul cambio e il pressing di Washington

La debolezza dello yen è da mesi al centro dell’attenzione. A fine luglio la valuta giapponese è scesa fino a 163,73 per dollaro, il livello più debole da circa quarant’anni. Giappone e Stati Uniti hanno risposto con il primo intervento congiunto sul cambio dal 2011, che ha riportato lo yen fino a circa 155 per dollaro, prima di un nuovo indebolimento verso quota 160.

All’inizio di settembre il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha incontrato la ministra delle Finanze giapponese Satsuki Katayama e il governatore della Banca del Giappone Kazuo Ueda. Secondo l’emittente pubblica NHK, avrebbe detto a entrambi che il prossimo passo di Tokyo dovrebbe essere un rialzo dei tassi. All’inizio di questa settimana, in attesa della riunione, lo yen si è rafforzato a 153,40 per dollaro.

Perché l’Italia è più esposta di altri Paesi

Secondo l’Istat, il debito pubblico italiano è salito al 137,1% del PIL nel 2025, dal 134,7% dell’anno precedente, e le previsioni ne indicano un ulteriore aumento nel 2026. Un debito così elevato rende i BTP più sensibili alle fasi di tensione. Quando gli investitori internazionali riducono il rischio, i titoli dei Paesi periferici tendono a subire vendite più intense di quelli considerati più solidi. Ne derivano un allargamento dello spread con il Bund e costi di finanziamento più alti per il Tesoro.

Il rialzo dei rendimenti, del resto, è già in corso a livello globale. Il 14 settembre il BTP decennale è salito al 4,38%, il livello più alto degli ultimi due anni, mentre l’11 settembre lo spread con il Bund aveva toccato 88 punti base.

Quali effetti sulle Borse

Un rialzo dei tassi giapponesi non riguarderebbe solo le obbligazioni. Le valutazioni azionarie dipendono anche dal livello dei rendimenti considerati privi di rischio. Quando questi salgono, aumenta il tasso con cui si attualizzano gli utili futuri delle aziende e i multipli di valutazione tendono a ridursi. Le Borse europee potrebbero risentirne anche indipendentemente dall’andamento degli utili, perché in una fase di rendimenti obbligazionari in crescita gli investitori chiedono premi al rischio più elevati per restare sulle azioni.

L’altro fronte: energia, inflazione e BCE

A complicare il quadro c’è l’energia. Il conflitto in Medio Oriente tiene il petrolio su livelli elevati, con il Brent intorno ai 107 dollari al barile a metà settembre, e alimenta le pressioni sui prezzi. Il 10 settembre la BCE ha alzato i tassi per la seconda volta nel 2026, portando il tasso sui depositi al 2,50%. I mercati prezzano la possibilità di un’ulteriore stretta entro fine anno.

Cosa aspettarsi dalla Banca del Giappone

Il rialzo di venerdì è in larga parte atteso, e quindi già incorporato nei prezzi. A fare la differenza potrebbero essere soprattutto le indicazioni di Ueda sul ritmo delle prossime mosse. Ad agosto, secondo indiscrezioni riportate da Reuters, la banca centrale stava valutando di accelerare il percorso di normalizzazione dei tassi. Una stretta più rapida del previsto aggiungerebbe pressione a un mercato obbligazionario già in tensione.

Per chi detiene BTP non si tratta di allarmarsi, ma di tenere presente un meccanismo semplice: quando i rendimenti salgono, il prezzo dei titoli già in portafoglio scende, e l’effetto è tanto più forte quanto più lunga è la scadenza. Chi tiene i titoli fino a scadenza riceve comunque le cedole e il rimborso del valore nominale, salvo il caso di insolvenza dell’emittente.

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