Esiste una versione della tavola periodica che non troverete nei libri di chimica delle scuole superiori. Non ordina gli elementi per numero atomico o per proprietà chimiche, ma li rappresenta per qualcosa di molto più urgente: la loro disponibilità futura. È la cosiddetta Endangered Elements Periodic Table, promossa da organizzazioni come l’American Chemical Society e la European Chemical Society, e il suo messaggio è scomodo: 44 elementi su 118 potrebbero incontrare seri problemi di approvvigionamento nei prossimi decenni. Non perché stiano sparendo dalla faccia della Terra, ma perché stiamo perdendo la capacità concreta di estrarli, concentrarli e usarli in modo economicamente sostenibile.
Il paradosso è che proprio la transizione tecnologica su cui l’umanità sta scommettendo - auto elettriche, pannelli solari, turbine eoliche, reti intelligenti, data center - è quella che sta accelerando il problema. Ogni batteria, ogni motore elettrico, ogni chip avanzato richiede elementi specifici, spesso presenti in quantità minuscole, distribuiti in componenti difficili da smontare e ancora più difficili da riciclare. Lo smartphone che molti di noi cambiano ogni due o tre anni contiene circa trenta elementi chimici, e oltre la metà di essi solleva preoccupazioni per la scarsità futura. In Europa, si stima che circa dieci milioni di dispositivi vengano scartati o sostituiti ogni mese, portando con sé una dispersione silenziosa e quasi irreversibile di materiali strategici.
La questione, però, non si esaurisce nell’ecologia o nella chimica. È una questione di potere. Chi controlla l’estrazione, la raffinazione e la lavorazione di questi elementi controlla una parte significativa dell’economia globale del prossimo mezzo secolo. La Cina fornisce il 100% delle terre rare pesanti necessarie all’Unione Europea, la Turchia il 99% del boro, il Sudafrica il 71% del platino. In questo scenario, la tavola periodica degli elementi a rischio smette di essere un documento scientifico e diventa una mappa geopolitica.
La differenza tra «finire» e «diventare inutilizzabile»
Il primo equivoco da chiarire è cosa si intende quando si dice che un elemento è «a rischio». Gli atomi di indio, gallio o neodimio non evaporano. Rimangono sulla Terra. Il problema è che spesso finiscono dispersi in oggetti complessi - uno strato sottilissimo in uno schermo, una lega in un componente elettronico - da cui è tecnicamente difficile e economicamente proibitivo recuperarli. Un elemento che finisce in discarica smette di essere una risorsa e diventa un problema ambientale.
C’è però una vera eccezione: l’elio. Essendo l’elemento più leggero dopo l’idrogeno e chimicamente inerte, quando viene rilasciato nell’atmosfera può letteralmente sfuggire alla gravità terrestre e disperdersi nello spazio. L’elio non è recuperabile una volta perso. Eppure viene ancora largamente usato per gonfiare palloncini decorativi, mentre la sua applicazione più critica - i magneti superconduttori dei macchinari per la risonanza magnetica - richiede forniture stabili e affidabili. È uno degli esempi più citati di spreco difficilmente giustificabile alla luce delle attuali priorità tecnologiche.
Gli elementi più sensibili: dai magneti alle batterie
Alcuni elementi meritano attenzione particolare. Il litio, il cobalto e il nichel sono al centro della rivoluzione delle batterie: la domanda di litio potrebbe crescere di cinque volte entro il 2040 rispetto ai livelli attuali, secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. Il problema non è solo quantitativo: è la velocità con cui la domanda cresce rispetto alla capacità di aprire nuove miniere, raffinare il materiale e costruire filiere sostenibili.
Il gallio e il germanio sono essenziali per semiconduttori, fibra ottica e fotovoltaico avanzato, ma vengono estratti quasi sempre come sottoprodotti di altre lavorazioni minerarie. Questo significa che la loro offerta non risponde alle leggi normali del mercato: se la domanda cresce, non basta semplicemente «aprire una miniera di gallio». Le terre rare magnetiche - neodimio, praseodimio, disprosio, terbio - entrano in ogni motore elettrico e in ogni turbina eolica, e la loro raffinazione avviene quasi interamente in Cina. Il fosforo, infine, è un caso diverso dagli altri: non è solo industriale, ma essenziale per l’agricoltura e per la vita stessa, ed è anche vittima di un uso inefficiente che disperde enormi quantità in ruscellamento e acque reflue.
La concentrazione geografica: il vero nodo strategico
La criticità di un elemento non dipende solo dalla sua abbondanza geologica, ma da dove si trova e chi lo controlla. La lista europea delle materie prime critiche, aggiornata nel 2023, comprende 34 elementi o gruppi di elementi considerati ad alta importanza economica e ad alto rischio di approvvigionamento. Tra questi ci sono litio, cobalto, gallio, germanio, grafite, terre rare, elio, fosforo, tantalio e tungsteno.
Un rapporto della Corte dei Conti europea del 2026 evidenzia che 26 delle 34 materie prime critiche dell’UE sono rilevanti per la transizione energetica, e che 15 delle 17 materie prime strategiche sono importanti per energia, digitale, difesa o aerospazio. I dati sulla dipendenza sono impietosi: alla fase di lavorazione, litio, magnesio, gallio e terre rare superano ancora la soglia del 65% di dipendenza da un singolo Paese extra-UE. In questo contesto, la Francia ha già convocato un incontro del G7 dedicato alle materie prime critiche, con l’obiettivo dichiarato di ricostruire una filiera europea delle terre rare e dei magneti permanenti entro il 2030.
Gli elementi come investimento: tra struttura e speculazione
La crescente attenzione verso le materie prime critiche ha naturalmente attratto l’interesse dei mercati finanziari. Non tutte le materie prime critiche sono però uguali dal punto di vista dell’investibilità. Il rame è probabilmente il candidato più solido: è ovunque, dalla rete elettrica ai data center, ed è sufficientemente liquido da permettere un’esposizione strutturata. Goldman Sachs ha mantenuto per il 2026 una previsione di prezzo molto elevata, pur riconoscendo che il mercato non è in deficit netto nel breve termine.
Il litio racconta una storia più volatile: dopo un crollo superiore all’80% rispetto ai massimi del 2022, nel 2026 gli analisti si dividono tra chi prevede un deficit imminente e chi segnala ancora un mercato in lieve surplus. L’uranio, pur non rientrando nella categoria classica degli «elementi a rischio», beneficia di una tesi molto forte legata al ritorno del nucleare e alla domanda di energia continua da parte dei data center. Le terre rare magnetiche rappresentano il tema forse più strategico di tutti, ma anche il più difficile da tradurre in un investimento diretto per chi non opera nei mercati professionali.
Il giudizio degli analisti: strutturalmente positivi, operativamente selettivi
A maggio 2026, il consenso degli analisti sulle materie prime critiche è abbastanza chiaro nella direzione di lungo periodo, ma molto più cauto quando si tratta di tradurla in posizioni di mercato concrete. La sintesi è questa: quasi tutti sono positivi sul tema strutturale, quasi nessuno lo è in modo indiscriminato sulle singole materie prime.
Il rame raccoglie il consenso più ampio. La World Bank prevede prezzi record per i metalli di base proprio per la domanda legata a data center, veicoli elettrici e rinnovabili. Tuttavia Goldman Sachs, pur mantenendo una previsione di prezzo molto elevata per il 2026, stima anche un surplus di circa 490.000 tonnellate. La lettura pratica è che il rame piace quasi a tutti nel lungo periodo, ma molti analisti non lo considerano più a buon mercato: è un tema da comprare con disciplina, preferibilmente nelle fasi di correzione.
Sul litio le opinioni sono più divise. Morgan Stanley prevede per il 2026 un deficit di 80.000 tonnellate, mentre S&P Global stima ancora un surplus, seppur ridotto rispetto all’anno precedente. La domanda globale cresce tra il 17 e il 30%, ma anche l’offerta dovrebbe espandersi in modo comparabile. Il segnale più recente è positivo - Albemarle, il maggiore produttore mondiale, ha pubblicato risultati nettamente superiori alle attese - ma il litio resta una materia prima da ciclo violento: grandi rialzi e grandi ribassi si alternano in tempi rapidi.
L’uranio è forse il tema su cui gli analisti sono più costruttivi in termini relativi. Negli Stati Uniti la produzione domestica è stimata intorno a un milione di libbre nel 2026, a fronte di consumi annuali superiori a cinquanta milioni: uno squilibrio strutturale che sostiene i prezzi. La World Nuclear Association prevede che la domanda di uranio possa più che raddoppiare entro il 2040. Il mercato è però piccolo, storicamente opaco e molto sensibile a variabili politiche e regolative.
Per le terre rare magnetiche il giudizio è unanimemente strategico, ma operativamente complicato. Le nuove regole negli Stati Uniti e in Europa stanno già spingendo alcuni grandi acquirenti a cercare fornitori alternativi alla Cina, e la Francia ha assunto un ruolo guida nel tentativo di ricostruire una filiera europea. Tuttavia per un investitore non istituzionale l’esposizione diretta resta difficile: il mercato è poco liquido, opaco e fortemente influenzato da dinamiche politiche più che finanziarie. La via più praticabile resta quella indiretta, tramite produttori specializzati o ETF tematici.
Sul nickel la view è migliorata rispetto al recente passato. L’Indonesia, che da sola rappresenta circa il 65% dell’offerta globale, ha ridotto significativamente i permessi di estrazione per il 2026, alleggerendo la pressione da eccesso di offerta che aveva penalizzato i prezzi negli anni precedenti. Goldman Sachs ha rivisto al rialzo la previsione media annua, ma la tesi resta più tattica che secolare: dipende troppo dalle decisioni di un singolo Paese e dalla competizione tra diverse chimiche di batteria.
I fertilizzanti e i fosfati, infine, sono il tema meno glamour ma forse il più difensivo. La World Bank prevede un aumento dei prezzi dei fertilizzanti superiore al 30% nel 2026, sostenuto da costi energetici elevati e da una domanda agricola globale resiliente. Non è una scommessa sulla transizione tecnologica, ma sulla sicurezza alimentare: un argomento meno attraente per i mercati, ma non per questo meno solido.
Se si dovesse sintetizzare il giudizio complessivo degli analisti in una graduatoria ragionata, l’ordine sarebbe questo: rame e uranio come temi più leggibili e con la migliore combinazione tra domanda strutturale e offerta rigida; litio e grafite come recuperi interessanti ma ad alta volatilità; terre rare come tema geopolitico potentissimo ma difficile da monetizzare direttamente; nickel e cobalto più esposti a rischi di sostituzione e sovraofferta; fosfati come componente difensiva e strategica, lontana però dalle narrazioni tecnologiche dominanti.
Cosa si può fare: riciclo, design e scelte politiche
Le soluzioni esistono, ma nessuna da sola è sufficiente. Il riciclo è la risposta più ovvia, ma richiede che i dispositivi siano progettati per essere smontati - cosa che oggi raramente avviene. La progettazione per il disassemblaggio, la riparabilità, la sostituzione graduale di elementi critici con alternative più abbondanti, la tracciabilità delle filiere e lo sviluppo di processi industriali meno dipendenti da materiali rari sono tutti strumenti necessari, ma richiedono scelte industriali e politiche che non avvengono spontaneamente.
La lezione più importante che si può trarre dalla tavola degli elementi a rischio è forse questa: la transizione tecnologica non elimina il problema delle risorse, lo sposta. Passare dai combustibili fossili a batterie, magneti e fotovoltaico riduce la dipendenza dal petrolio e dal gas, ma crea nuove dipendenze da litio, cobalto, neodimio e gallio. Ogni oggetto della nostra vita digitale - lo smartphone, l’auto elettrica, il server che ospita il cloud - poggia su una base materiale concreta, fatta di elementi chimici estratti, lavorati e spesso dispersi in modo irreversibile. Riconoscerlo è il primo passo per gestirlo meglio.