Il governo vuole negare completamente il pagamento dei buoni pasto durante le ferie ai dipendenti pubblici, imponendo un dietrofront alla Corte di Cassazione.
Il governo si sta preparando a correggere il vuoto normativo sui buoni pasto durante le ferie prima che la giurisprudenza continui a colmarlo a caro prezzo, almeno per quanto riguarda i dipendenti pubblici. In assenza di specifiche previsioni di legge, infatti, sempre più sentenze stanno riconoscendo ai lavoratori dipendenti il pagamento di buoni pasto e altre indennità aggiuntive durante le ferie. Di questo passo i conti pubblici sono esposti a un riconoscimento generalizzato degli arretrati che costerebbe 2 miliardi di euro secondo la Conferenza delle Regioni, la quale ha sollecitato l’intervento del ministero dell’Economia e della Funzione pubblica. Così, il 4 agosto 2026 dovrebbe essere emanato un nuovo decreto sulla Pubblica amministrazione per porre un freno definitivo all’estensione di queste voci retributive durante le ferie.
I buoni pasto vanno riconosciuti durante le ferie secondo la Cassazione
Come anticipato, la legge non prevede che i buoni pasto siano riconosciuti ai dipendenti durante le ferie, pur non escludendolo. Una lacuna che ha lasciato spazio all’interpretazione e soprattutto alla discrezionalità nei contratti di lavoro. Com’è logico che fosse, alla stragrande maggioranza dei lavoratori è sempre stato negato il pagamento dei buoni pasto durante le ferie. La soluzione più agevole per i datori di lavoro, nonché coerente con le finalità stesse per cui vengono previsti i ticket. Il problema è stato sollevato da alcune sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea che, applicando la direttiva n. 2003/88/CE, hanno ribadito il diritto dei dipendenti in ferie a ricevere una retribuzione equivalente a quella ordinaria.
Il motivo per cui il personale deve percepire una retribuzione uguale a quella dei giorni di attività è che una previsione differente potrebbe disincentivare il personale dal godimento delle ferie. Nel dettaglio, non è possibile creare una disparità economica rilevante, perché il dipendente sarebbe penalizzato e potrebbe rinunciare alle ferie, un diritto costituzionalmente garantito per il riposo psicofisico e la vita personale. Inevitabilmente questo orientamento ha incluso anche le indennità aggiuntive e occasionalmente i buoni pasto, venendo presto recepito dalla Cassazione.
Cominciando con l’ordinanza n. 13425/2019 e in ultimo con la recentissima ordinanza n. 5051/2026 gli Ermellini hanno seguito l’orientamento europeo, ma in varie occasioni hanno anche escluso l’appartenenza dei buoni pasto alla retribuzione (per esempio con l’ordinanza n. 20621/2025). Questa apparente contraddizione si risolve con un principio espresso proprio dalla Suprema Corte: bisogna valutare se le indennità e i buoni pasto sono connessi alle mansioni contrattuali e alla loro specificità oppure hanno natura assistenziale. È tutto da vedere, però, cosa ne sarà dell’intervento legislativo e se sarà considerato legittimo.
Cosa può cambiare con le prossime decisioni del governo
Il decreto sulla Pubblica amministrazione in preparazione dal governo sarà volto a negare l’esteso e soprattutto retroattivo riconoscimento di buoni pasto e indennità aggiuntive ai dipendenti pubblici in ferie. Lo Stato vuole così tutelarsi da richieste giudiziarie che costerebbero circa 2 miliardi di euro secondo le stime, atteso che secondo Ragioneria generale dello Stato i dipendenti pubblici utilizzano complessivamente più 65 milioni di giorni di ferie l’anno (21 giorni a testa). Il governo vuole quindi mettere un punto alla questione, lasciando alla contrattazione collettiva la possibilità di prevedere misure più favorevoli al personale a seconda del caso. In altre parole, vuol dire riconoscere le indennità ma non i buoni pasto, confinati alla natura assistenziale e all’effettivo svolgimento delle mansioni lavorative.
Come premesso, non è detto che questo intervento avrà un esito positivo in un eventuale percorso giudiziale, ma andrebbe comunque applicato fino a diversa indicazione della Corte Costituzionale. Resta il possibile paradosso creato dal mancato riconoscimento dei buoni pasto in caso di diminuzione dell’orario lavorativo (per esempio durante la fruizione dei permessi). L’ordinanza n. 23453/2026 della Cassazione sembra in ogni caso ampliare la natura dei buoni pasto, non vincolandola alla durata della pausa, ma dall’orario di lavoro (almeno 6 ore continuative, quando il beneficio è previsto). La questione resta dunque complessa e nulla garantisce che l’intervento legislativo sia davvero chiarificatore.