BTP, le previsioni 2025 sul rendimento. Occhio alla BCE

Laura Naka Antonelli

29/10/2024

Le previsioni degli esperti sulla performance dei BTP nel 2025. Fino a che punto deve spaventare la BCE?

BTP,  le previsioni 2025 sul rendimento. Occhio alla BCE

Quali sono le previsioni degli esperti sul trend dei BTP nel 2025?

I titoli di Stato italiani continueranno a essere oggetto di buy sia degli investitori retail che di quelli istituzionali, come è avvenuto nel 2024? La domanda sarà sufficiente per far salire ulteriormente i prezzi e, dunque, per far scendere i rendimenti?

L’outlook rimane al momento positivo, al punto che si parla addirittura di un vero e proprio crollo dei rendimenti, nel corso del 2025, dunque di ulteriori acquisti dei bond sovrani made in Italy.

La fase positiva, per la carta italiana, dunque, non sarebbe vicina al capolinea, anche dopo la recente febbre, che ha portato lo spread BTP-Bund a crollare al minimo degli ultimi due anni.

Vero è che, nell’ultimo mese, il trend dei tassi decennali dei BTP è tornato a salire, ma la performance su base annua conferma gli acquisti sui titoli di Stato italiani: i tassi dei BTP a 10 anni viaggiano a un valore inferiore di ben 126 punti base rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, che oscilla attorno al 3,55%.

Previsioni per i BTP: crollo rendimenti nel 2025

La fase ribassista dei rendimenti dei BTP a 10 anni potrebbe durare ancora per molto, se si considera che il Centro Studi di Confindustria (CSC) ha formulato di recente previsioni sui BTP e sullo spread italiano decisamente ottimistiche per il 2025.

Dal 3,5% circa di oggi, le stime degli analisti sono di un ribasso per i rendimenti dei BTP a 10 anni fino al 2,38% nel 2025, il che implica un deciso rally per i bond italiani, che dovrebbe far scendere lo spread BTP-Bund fino a 100 punti base alla fine dell’anno prossimo.

La caccia ai BTP dovrebbe dunque riproporsi nel 2025, per gli stessi motivi che l’hanno sostenuta quest’anno: i rendimenti ghiotti che caratterizzano tuttora i bond italiani rispetto ad altri bond dei Paesi avanzati e l’attesa di ulteriori tagli dei tassi di interesse dell’area euro da parte della BCE. Motivi più che sufficienti per incentivare i potenziali investitori a fare incetta di Italia, considerata la prospettiva di obbligazioni di futura emissione destinate a concedere cedole meno generose.

La view di PIMCO e Anima su BTP e spread

Positivi sui BTP e sulla dinamica dello spread BTP-Bund a 10 anni sono, tra gli esperti, anche Nicola Mai e Peder Beck-Friis, entrambi economisti di PIMCO.

Nel citare l’allentamento della restrizione monetaria della BCE, che a loro avviso continuerà fino a portare i tassi dell’area euro a un range compreso tra l’1,5 e il 2%, i due esperti hanno ribadito che “gli investimenti a reddito fisso in Europa continuano ad essere interessanti”, precisando che, nel caso specifico dei BTP, la view è di spread dei titoli di Stato italiani probabilmente più stabili, offrendo vantaggi di diversificazione ai portafogli di investimento”, sulla scia del “miglioramento del quadro istituzionale”.

Neutrale è il giudizio della divisione di ricerca di Anima, che ha scritto di avere un giudizio sui BTP, allineato a quello su Treasury e Bund, praticamente “in bilico fra elementi di debolezza e fattori di supporto”.

Lo spread, hanno chiarito gli analisti, “è compresso e un eventuale indebolimento del clima di risk-on non gioverebbe, ma il profilo rischio/rendimento interessante, la stabilità politica interna e l’approccio collaborativo del Governo con le autorità europee continuano ad attrarre l’interesse degli investitori”.

Certo, per la carta italiana gli ostacoli non mancano: gli investitori continueranno a fare shopping di BTP, a fronte di una Italia alle prese con un rapporto debito-PIL che lo stesso governo Meloni prevede in calo soltanto a partire dal 2027?

I BTP continueranno a salire anche nel 2025, anche in assenza della BCE, che si prepara a mandare in pensione il bazooka PEPP-QE pandemico?

I critici noti per avere sempre qualcosa da ridire sulla BCE di Christine Lagarde non ricordano forse che l’Eurotower continua tuttora ad acquistare i BTP e altri titoli di Stato dell’Eurozona: non con il bazooka del passato, creato dall’ex presidente della Banca centrale europa ed ex presidente del Consiglio Mario Draghi, riassunto nell’acronimo APP, ormai archiviato da un po’, ma con il Pandemic Emergency Purchase Programme, appunto PEPP-QE pandemico, che ha fatto tanto in questi due ultimi anni per tamponare gli scatti verso l’alto dei rendimenti.

La BCE ha però già iniziato a scalare l’entità dei reinvestimenti del capitale rimborsato sui titoli in scadenza e si prepara alla fine del piano, che coinciderà con la fine dell’anno.

Attenti: la BCE sta per staccare la spina al PEPP

Così si legge nel comunicato con cui l’Eurotower ha annunciato il suo terzo taglio dei tassi dell’area euro, il 17 ottobre scorso:

“Riguardo al Programma di acquisto per l’emergenza pandemica (Pandemic Emergency Purchase Programme, PEPP), l’Eurosistema non reinveste più tutto il capitale rimborsato sui titoli in scadenza, riducendo il portafoglio di 7,5 miliardi di euro al mese, in media. Il Consiglio direttivo intende terminare i reinvestimenti nel quadro di tale programma alla fine del 2024”.

Oltre alla fine del PEPP, la BCE continuerà a ridurre la dimensione del proprio bilancio, ancora gonfiato da tutti quei BTP e altri bond dell’area euro acquistati in passato con il piano PPA, ovvero il QE-Quantitative easing tradizionale lanciato da Draghi, andato ormai in pensione da un po’: la BCE non fa infatti più incetta di BTP e di altri titoli di Stato del blocco, anzi li sta smobilizzando con il programma diametralmente opposto, che porta il nome di QT-Quantitative Tightening.

“Il portafoglio del PAA si sta riducendo a un ritmo misurato e prevedibile, dato che l’Eurosistema non reinveste più il capitale rimborsato sui titoli in scadenza”.

Quanto annunciato dalla BCE significa che, ufficialmente, i BTP rimarranno ben presto orfani del tutto anche dell’assist dato da Lagarde con il PEPP. Un assist che rimane decisamente alto se si considera che, secondo alcuni economisti, con quel bazooka Francoforte ha impedito ai rendimenti dei titoli di Stato italiani di salire in modo eccessivo, fissando una sorta di tetto massimo, di “cap”.

L’approccio è stato spesso criticato da Robin Brooks del think tank Brookings Institution, ex capo economista dell’Institute of International Finance (IFF) ed ex responsabile della divisione forex di Goldman Sachs, che ha accusato più volte la Banca centrale europea di aver continuato a portare avanti un QE in Italia, proteggendola dagli speculatori, a dispetto dei titoli di Stato di altri Paesi, in primis dei Bund, utilizzati ai fini del QT.

Va però precisato che la BCE non esclude che il QE pandemico venga utilizzato in caso di necessità: “Il Consiglio direttivo continuerà a reinvestire in modo flessibile il capitale rimborsato sui titoli in scadenza del portafoglio del PEPP, per contrastare i rischi per il meccanismo di trasmissione della politica monetaria riconducibili alla pandemia”, si legge nel suo ultimo comunicato di politica monetaria.

Fatto sta che, con la fine del 2024, calerà il sipario anche su quello strumento che ha permesso alla BCE di blindare ancora, perfino negli anni in cui ha alzato i tassi in modo incessante, il debito pubblico italiano.

Un avvertimento in questi ultimi giorni è stato lanciato dallo stesso presidente dell’ABI Antonio Patuelli che, pur riconoscendo l’incredibile successo che ha avuto la recente asta di BTP a 7 e a 30 anni, ha ricordato che “la Bce sta comprando sempre meno titoli di Stato”, aggiungendo che, se è vero che l’asta di BTP è andata molto bene, è bene fare anche attenzione. “La Bce che rinnova sempre meno titoli e che lo dichiara nel comunicato, da vari mesi, è una notizia che gira poco ma che ha un grandissimo rilievo bancario e finanziario”, con conseguenze ben precise: “Meno la BCE ne compra (di BTP) più sarà il mercato che dovrà acquistarli”.

Chi farà shopping di BTP nel 2025?

Qualcuno potrebbe dire: saranno i piccoli risparmiatori a fare incetta di titoli di Stato italiani, come hanno fatto accogliendo l’appello del governo Meloni a partecipare in misura maggiore al debito pubblico italiano sottoscrivendo, magari, nuovi BTP Valore o eventuali nuovi BTP rivolti alla platea degli investitori retail.

Il problema è che, fermo restando che l’emissione di nuovi titoli da parte del Tesoro, l’anno prossimo, rimarrà di centinaia di miliardi di euro, ammontare decisamente monstre che necessiterebbe dello shopping di investitori istituzionali, le previsioni sulla disponibilità stessa dei risparmiatori italiani a continuare a vestire i panni di patrioti del debito non sono molto confortanti.

Gli analisti del Centro Studi Confindustria hanno avvertito che, nel 2025, potrebbe esserci una “carenza di domanda” a favore dei bond che lo Stato emetterà per rifinanziare il debito e per raccogliere nuove risorse.

È infatti “possibile che la fase di taglio dei tassi ufficiali di interesse (che per i titoli, di solito, si traduce in una riduzione dei rendimenti e un aumento dei prezzi di mercato) possa indurre parte degli investitori esteri a liquidare parte dei bond pubblici italiani (ma non solo) acquistati di recente, per realizzare dei capital gain”, ha scritto il CSC, spiegando che “questa possibile carenza di domanda, che si potrebbe determinare soprattutto nel 2025, si sommerebbe a quella di fonte BCE, già certa in base alle decisioni di politica monetaria”. (ovvero si sommerebbe al PEPP).

Gli analisti si sono riferiti proprio al PEPP e al QE tradizionale: “la BCE da inizio 2023 sta gradualmente lasciando che si riduca l’enorme stock di titoli nel suo bilancio (-70 miliardi nel 2023 e -19 finora nel 2024 per i titoli italiani)”.

Certo, la partecipazione complessiva in BTP che la BCE detiene rimane decisamente elevata, visto che ammonta a 654 miliardi.

Tuttavia, “la normalizzazione recente ha ridotto di 2,8 punti la quota di titoli pubblici italiani” in mano alla Banca centrale europea.

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Il CSC ha di conseguenza ritenuto necessario lanciare anche un appello all’Italia: “È cruciale che resti forte e crescente la domanda di titoli pubblici nazionali da parte di famiglie e imprese domestiche”.

Ma uno scenario che veda gli investitori retail acquistare in massa i BTP si può dare davvero per scontato? Non proprio, come hanno avvertito in un report pubblicato di recente gli analisti di Barclays, che hanno lanciato un attenti, calcolando quanto spetterebbe assorbire agli investitori privati.

A fronte di una offerta di BTP che, nel 2025, sarebbe di 350 miliardi di euro su base lorda e di 100 miliardi su base netta, e considerando gli smobilizzi che la BCE sta già facendo di bond italiani con il QT, la somma ammonterebbe a 180 miliardi di euro di BTP.

La palla passerà a questo punto proprio agli investitori esteri? E il loro apporto sarebbe sufficiente? Barclays ha già lanciato un alert, ricordando che gli investitori esteri sono sicuramente più sensibili all’eventuale avvento di rischi politici o economici: e questo significa che un peggioramento del sentiment potrebbero mettere a rischio la domanda dei titoli di Stato italiani da parte degli investitori stranieri. Rimarrebbero gli italiani, il cui sostegno non sarebbe tuttavia assicurato.

Un attenti in tal senso è stato lanciato da Javier Rouillet, senior vice president del teamn dedicato ai debiti sovrani globali di Morningstar DBRS che, nello stimare per il 2025 una offerta di titoli di Stato da parte del MEF di 340-360 miliardi di euro su base lorda e tra i 100 e i 120 miliardi di euro su base netta (“una stima soggetta a significativi gradi di incertezza”), ha sottolineato che il rischio è che “la forte domanda di titoli di Stato italiani da parte delle famiglie, cui abbiamo assistito negli ultimi anni, possa continuare a perdere vigore in un contesto di rendimenti più bassi”.

A dispetto delle stime ottimistiche sui BTP, diverse sono dunque gli ostacoli, che rischiano di interrompere il momento d’oro che la carta italiana sta vivendo.