BRICS: dedollarizzare oppure prendere il controllo del biglietto verde?

Guido Salerno Aletta

08/01/2025

Mentre la Cina guida il processo di dedollarizzazione, la crescente instabilità del mercato finanziario globale potrebbe sfociare in un controllo indipendente della valuta americana.

BRICS: dedollarizzare oppure prendere il controllo del biglietto verde?

E se qualcuno si mettesse a fare credito overnight in dollari, ma ad un tasso diverso da quello deciso dalla Fed?
Più che fanta-finanza è quello che potrebbe accadere anche presto, visti le colossali disponibilità liquide in dollari che ci sono in giro per il mondo.

Per intuire quale sarà il futuro del dollaro rispetto al processo di dedollarizzazione in corso, guidato dalla Cina che è l’unico antagonista economico e strategico degli Stati Uniti e che cerca di sottrarsi alla morsa della valuta egemone per eccellenza, è utile tornare indietro nel tempo, per ripercorrere il processo che portò alla fine della dominanza della Sterlina, che iniziò con gli immensi debiti contratti dalla Gran Bretagna con gli Stati Uniti per finanziare la Prima guerra mondiale e con il deflusso di colossali quantità di oro alla ricerca di protezione rispetto ai rischi di insolvenza dei creditori impegnati nel conflitto, e per ricostruire le vicende che portarono alla crisi del dollaro negli Anni sessanta.

Per quanto riguarda la fine della Sterlina, nulla oggi replica lo scenario di allora: non c’è una fuga generalizzata dal dollaro, nonostante gli Usa abbiano una posizione internazionale netta negativa eccezionalmente pesante, essendo in pratica i primi debitori del mondo. Si assiste, al contrario, ad un indebolimento dell’euro: la crisi della Germania, le difficoltà della Francia, e soprattutto le oscure prospettive della guerra in Ucraina e del conflitto in Medioriente, inducono ad approdare negli Usa sperando nella politica di crescita che sarà adottata dalla Presidenza Trump. Fanno paura anche le minacce di dazi, così come la prospettiva di dover accrescere fortemente le spese militari per sgravare l’onere che finora è gravato nell’ambito della Nato sulle spalle dei contribuenti americani.

Ci sono invece dei segnali contraddittori nell’ambito di questo afflusso dei capitali verso gli Usa, che non si dirige unicamente in Borsa, facendo lievitare i corsi azionari, ma che va a finanziare il debito federale statunitense: ebbene, a partire dal 27 luglio, nonostante la Fed abbia ridotto di 100 punti base il tasso ufficiale praticato per le operazioni di credito interbancario giornaliero, portandolo dal 4,5% annuo al 3,5% odierno, sul mercato a medio termine si è rilevato un andamento opposto: a partire da metà settembre, il tasso dei Tresaury a 10 anni è aumentato continuamente, passando dal 3,601 del 16 settembre ai 4,702 del 9 gennaio scorso.
Il segnale che viene dai mercati è chiaro: per finanziare il deficit federale americano pretendono interessi elevati, molto più alti di quelli overnight su cui si fonda la Fed per guidare la politica monetaria. Se la Fed voleva ridurre il costo del denaro, quello che influenza il credito a medio termine come i mutui immobiliari, non c’è riuscita.

La Fed sta perdendo il controllo degli andamenti dei tassi sul dollaro: un segnale premonitore quanto mai pericoloso.
Ma era già accaduto un fenomeno del genere, quando negli Anni Sessanta era presso la City che si era creato un mercato parallelo a quello newyorkese, soprannominato “eurodollaro”, le cui emissioni di bond denominati in dollari raccoglievano i dollari vaganti sui mercati internazionali, sfuggendo completamente alle regolamentazioni statunitensi.
In quegli anni, poi, il deficit commerciale degli Stati Uniti rendeva sempre più difficile la conversione annuale in oro del saldo negativo maturato verso le Banche centrali dei Paesi creditori che si presentavano alla Fed con valanghe di dollari contanti di cui pretendevano la conversione in oro fino, al corrispettivo di 35 dollari l’oncia, secondo quanto era stato imposto dagli stessi Usa alla Conferenza monetaria di Bretton Woods.
In pratica, le riserve auree statunitensi si erano esaurite ed il 15 agosto del 1971, il Presidente Richard Nixon annunciò il recesso unilaterale degli Usa dagli obblighi assunti a Bretton Woods. Da allora, anche il dollaro è divenuto una moneta fiduciaria, perché non più ancorata all’oro come tutte le altre: il suo privilegio è stato quello di essere la moneta della più grande economia mondiale e del più pervasivo sistema finanziario e borsistico.

Se l’obiettivo di sostituire il dollaro con un’altra valuta egemone, quale potrebbe essere lo yuan cinese, è del tutto estraneo alla strategia dei BRICS, non per questo non si possono mettere in atto politiche che consentano di usare il dollaro in modo indipendente rispetto alle decisioni di politica monetaria della Fed.
Dichiararlo sarebbe sicuramente un azzardo sul piano geopolitico, visto che chiunque può utilizzare il dollaro che però rimane di proprietà americana: il blocco dei fondi in dollari dovunque siano depositati, visto il clima che si è creato, non può essere escluso. Ma una tale decisione, se venisse assunta nei confronti della Cina nell’ambito della disputa commerciale in corso, avrebbe conseguenze catastrofiche: l’abbandono del dollaro sarebbe inevitabile. Tutti correrebbero a vendere dollari, contro oro, materie prime ed altre commodity: per gli Usa, sarebbe un suicidio.

Il punto di crisi ritorna ad essere quello degli Anni Sessanta, quando una enorme quantità di dollari liquidi giravano incontrollati sui mercati internazionali. La situazione ora si ripete, non solo per via del mai sanato deficit commerciale statunitense ed a causa del colossale deficit del bilancio federale, ma per la pesantissima posizione finanziaria netta negativa degli Usa che compendia anche questi due fenomeni.

I tanti creditori internazionali degli Usa e gli ancor più numerosi investitori in titoli di Borsa quotati a Wall Street, non hanno alcun interesse ad un default oppure ad una nuova crisi come quella del 2008, ma di certo hanno in mano disponibilità liquide di entità formidabile: piuttosto che disfarsi del dollaro, potrebbero gestirlo a loro vantaggio, quali che siano del decisioni della Fed e del Tesoro statunitense.