L’aumento dell’inflazione all’ingrosso, il rialzo dei prezzi, il costo delle importazioni delle materie prime in crescita. E ancora: lo yen che continua ad essere debole e i fallimenti societari raddoppiati rispetto all’anno precedente. È questo il contesto di fondo nel quale si trova a galleggiare l’economia del Giappone, che ha sì recentemente mostrato piccoli segnali di ripresa, ma che deve ancora fare i conti con ombre preoccupanti.
Gli ultimi dati complicano la decisione della Bank of Japan (BOJ) su quanto presto aumentare i tassi di interesse, visto che la salita verso l’alto dei prezzi, guidata dalle pressioni sui costi, potrebbe raffreddare i consumi, e smorzare le possibilità di raggiungere il tipo di inflazione guidata dalla domanda.
Molti esperti ritengono che l’inflazione al consumo potrebbe non rallentare nel breve periodo perché gli aumenti del prezzo all’ingrosso accelereranno, così come aumenteranno quelli legati all’energia. I sussidi governativi per alleggerire le bollette, infatti, termineranno alla fine di giugno.
È dunque lecito supporre che la BOJ dovrà aspettare che i salari aumentino e che questo possa aiutare i consumi a prendere quota, prima di aumentare nuovamente i tassi.
Scendendo nei dettagli, a maggio l’indice dei prezzi dei beni aziendali (CGPI), che misura i prezzi che le aziende si applicano reciprocamente per i loro beni e servizi è aumentato del 2,4% rispetto all’anno precedente, superando la previsione mediana del mercato per un guadagno del 2,0%. Come ha spiegato il Japan Times, questo valore ha fatto seguito ad un aumento dell’1,1% in aprile, accelerando per il quarto mese consecutivo, in un incremento guidato dall’aumento dei prezzi dei servizi di pubblica utilità, del petrolio e dei prodotti chimici nonché dei metalli non ferrosi.
La complessa estate economica del Giappone
L’indice che misura i prezzi dei beni d’importazione basati sullo yen è invece aumentato del 6,9% a maggio rispetto all’anno precedente, a conferma di come i recenti ribassi dello yen stiano spingendo al rialzo il costo delle importazioni di materie prime.
A marzo la BOJ ha posto fine a otto anni di tassi di interesse negativi, ritenendo che le prospettive che l’inflazione rimanesse attorno all’obiettivo 2% stessero aumentando. Nelle ultime proiezioni, effettuate ad aprile, la stessa BOJ ha previsto tuttavia che l’inflazione core al consumo raggiungerà il 2,8% nell’anno iniziato ad aprile, prima di rallentare all’1,9% negli anni fiscali 2025 e 2026. Dal canto suo, il governatore della BOJ, Kazuo Ueda, ha affermato che la banca centrale alzerà ulteriormente i tassi quando e se si sentirà più convinta che l’inflazione sottostante rimarrà intorno al 2%.
Il prodotto interno lordo del Giappone si è intanto ridotto ad un ritmo annualizzato dell’1,8% nei tre mesi fino a marzo, rispetto ad un calo del 2% riportato nei dati preliminari. Gli analisti del governo hanno dedotto che sia i consumatori che le aziende hanno tagliato le spese, mentre il trend inflazionistico più forte degli ultimi decenni continua a frenarle in termini reali.
I dati sui consumi personali sono rimasti invariati a meno 0,7%, segnando un quarto trimestre in calo, mentre i dati sulla spesa aziendale sono stati rivisti a meno 0,4% da un calo preliminare dello 0,8%. La debolezza dei consumi è fonte di preoccupazione per il governo e la BOJ, dal momento che le autorità cercano indicazioni che la domanda possa resistere a un’inflazione persistente.
Un triste record
Non solo i costi in aumento e l’inflazione alta. In Giappone c’è spazio per un terzo fenomeno economico singolare. Secondo quanto riportato dalla società di ricerca Tokyo Shoko Research, a maggio il numero di fallimenti aziendali nel Paese è aumentato del 42,9% rispetto all’anno precedente, raggiungendo quota 1.009. Il numero mensile, per la cronaca, ha superato quota 1.000 per la prima volta da luglio 2013, quando terminarono le misure di sostegno finanziarie per le piccole imprese introdotte dal governo dopo la crisi finanziaria globale del 2008.
L’ultimo risultato, in ogni caso, è arrivato in un momento in cui molte aziende sono alle prese con l’aumento dei prezzi e con la carenza di manodopera, soprattutto nel settore dei servizi. Il numero di fallimenti legati all’aumento dei prezzi è salito del 47,4% a 87, soprattutto nei settori manifatturiero e dei trasporti, che hanno molti subappaltatori. Molte piccole imprese hanno invece difficoltà a trasferire i costi più elevati sui prezzi.
E nei prossimi mesi le previsioni non sono affatto rosee. La stessa Tokyo Shoko Research ha infatti avvertito che il numero di fallimenti legati all’inflazione probabilmente aumenterà ulteriormente poiché molte aziende non saranno in grado di trasferire completamente i maggiori costi dei prezzi a causa della debolezza dello yen rispetto al dollaro.