Bitcoin a -40% dai record. Perché il crollo non è ancora finito

Claudia Cervi

4 Febbraio 2026 - 13:33

Il sell-off parte dai mercati tradizionali e arriva alle crypto ad alta leva, mentre Bitcoin torna sui minimi di quasi un anno.

Bitcoin a -40% dai record. Perché il crollo non è ancora finito

Bitcoin doveva essere l’antidoto. Il mercato in tilt, il dollaro che perdeva colpi, la volatilità ovunque. In teoria, il terreno perfetto per brillare. In pratica, è finito nello stesso tritacarne di tutto il resto.

Nel giro di poche sedute Bitcoin è scivolato sotto quota 80.000 dollari, tornando sui livelli più bassi da aprile 2025, con un calo del 40% dai record assoluti. Un movimento rapido, violento, che ha travolto l’intero comparto crypto. Stop automatici, posizioni a leva chiuse forzatamente, liquidazioni che si sono inseguite come tessere di un domino.

La discesa non è stata isolata. In meno di una settimana il valore complessivo del mercato crypto si è ridotto di 467,6 miliardi di dollari, secondo CoinGecko.

Fino a poco tempo fa la narrativa era un’altra. Con il dollaro sempre più in affanno, si parlava di debolezza strutturale degli Stati Uniti, mentre oro e argento correvano come nei manuali di finanza classica. Protezione, fuga dal rischio, difesa del capitale. Poi qualcosa si è rotto. Il rally dei metalli si è fermato di colpo e il mercato ha iniziato a fare pulizia, smontando in poche sedute le posizioni più affollate, qualunque fosse l’asset.

A questo punto la domanda non è se Bitcoin rimbalzerà prima o poi. Nella sua storia lo ha fatto più volte. La domanda vera, quella che conta adesso, è un’altra: che cosa sta davvero scaricando il mercato e quanta benzina resta ancora in questo movimento.

Crollo Bitcoin e mercati globali: la reazione a catena partita da dollaro e small cap

Chi guarda solo il grafico di Bitcoin rischia di perdersi la visione d’insieme. Il calo delle crypto, in questa fase, non è stata una fuga dal rischio in senso assoluto, ma una rotazione più ampia dei capitali. Il mercato ha semplicemente cambiato direzione, colpendo per primi i segmenti più speculativi e più affollati.

Nelle ultime settimane la sequenza è stata chiara. Prima le small cap e il dollaro, poi lo slancio e il brusco dietrofront dei metalli preziosi. Solo dopo la pressione si è riversata sulle criptovalute, dove la leva finanziaria ha fatto il resto, accelerando vendite e liquidazioni. Bitcoin non è stato “punito” per quello che rappresenta, ma per come viene utilizzato in questa fase, come asset tattico, iper-reattivo, sensibile ai flussi più che alle convinzioni di lungo periodo.

A pesare è anche il quadro macro statunitense. La prospettiva di una Federal Reserve più rigorosa, con tassi reali elevati e una difesa più aggressiva del dollaro, è storicamente un contesto poco favorevole per un asset che non genera rendimento e vive di liquidità abbondante.

Il risultato è un alleggerimento delle posizioni di lungo periodo, con gli investitori più tattici che escono alla prima inversione e il movimento finisce per autoalimentarsi. Bitcoin si muove sempre meno come un’eccezione e sempre più come un asset globale ad alto rischio. Capirlo fa la differenza tra subire il ciclo e leggerlo prima degli altri.

Bitcoin a 76.000 dollari: perché il rischio ora non è il prezzo

Il punto non è fare l’ennesimo processo alle previsioni dei guru, anche se il 2026 si è aperto come un brusco risveglio per chi aveva scommesso su una salita lineare verso nuovi record. Il punto è capire dove si concentrano le fragilità strutturali del mercato, quelle che rendono credibile l’idea che la fase di scarico non sia ancora del tutto esaurita.

Quando un movimento rialzista dipende dagli acquisti continui di pochi partecipanti, basta un rallentamento perché l’equilibrio inizi a scricchiolare. È una dinamica già vista più volte nei mercati finanziari. E nel mondo crypto tende a manifestarsi con maggiore intensità. La leva accelera tutto. La perdita di fiducia trasforma una correzione in una spirale e la velocità diventa il vero fattore di rischio.

Ma c’è anche un altro fattore da considerare. Secondo Michael Burry, Bitcoin resta un asset puramente speculativo. L’investitore sottolinea anche un legame diretto tra il ribasso crypto e la recente debolezza di oro e argento: fino a 1 miliardo di dollari in metalli preziosi sarebbe stato liquidato a fine mese per coprire perdite legate alle criptovalute, con vendite concentrate su futures e versioni tokenizzate. Secondo questa lettura, un bear market più profondo del Bitcoin potrebbe provocare nuove vendite forzate anche sui metalli.

Se il ribasso di Bitcoin dovesse proseguire sotto i 70.000 dollari potrebbe iniziare a emergere un rischio sistemico.

Allo stesso tempo, il mercato non è mai a senso unico. Alcuni modelli quantitativi di lungo periodo indicano che Bitcoin potrebbe trovarsi in una fase di sottovalutazione storica rispetto alla sua traiettoria pluriennale. In passato, scostamenti simili hanno spesso anticipato fasi di ritorno verso la media. È un segnale che merita attenzione, ma non è una garanzia e, soprattutto, non risolve il problema del presente, che resta legato alla struttura del mercato, alla scarsità di nuovi flussi e al peso delle posizioni a leva ancora in circolazione.

È qui che per il risparmiatore passa la linea di confine tra investimento e scommessa. Se l’orizzonte è lungo, la domanda utile non è dove sarà il prezzo tra sei mesi, ma quanta volatilità si è davvero disposti a sopportare senza snaturare la strategia. Se l’orizzonte è breve, la realtà è più dura. In fasi come questa, la velocità delle liquidazioni può imporre regole proprie, spesso indipendenti dalla qualità del progetto o dalla narrativa dominante.

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