Banche in crisi in Italia. L’elenco dei fallimenti dal 1892 ad oggi

Redazione Finance

13/07/2026

Un elenco completo di tutte le banche italiane fallite, in crisi, commissariate, che hanno fatto perdere milioni (di euro) e miliardi (di lire) allo Stato e ai risparmiatori

Banche in crisi in Italia. L’elenco dei fallimenti dal 1892 ad oggi

Quali banche sono fallite in Italia (fino ad oggi)? Quali sono le storie dietro al crack e al fallimento degli istituti italiani che hanno fatto vacillare l’economia italiana e perdere milioni di euro (o miliardi di lire) a investitori e risparmiatori privati?

Date le vicissitudini degli ultimi anni, con il fallimento dell’americana SVB, dell’elvetica Credit Suisse e le tensioni che nel 2023 attraversarono l’intero comparto bancario mondiale, è utile fermarsi e studiare la storia, una cara consigliera capace di insegnare e ammonire, con l’obiettivo ultimo di evitare i soliti errori. Tanto più che, nel triennio successivo, il sistema bancario italiano non ha conosciuto nuovi fallimenti ma una intensa stagione di aggregazioni: il cosiddetto risiko bancario del 2024-2026, che stiamo vivendo ancora oggi.

A partire dal 1892 sono state molte le banche italiane in crisi che sono fallite o che si sono ritrovate costrette a richiedere un aiuto di Stato. Quali sono? Ecco l’elenco delle banche fallite in Italia.

Banche fallite in Italia: l’elenco

La storia delle banche fallite in Italia - e relativo elenco - è più ricca di quanto si possa immaginare e dimostra come i fallimenti bancari si siano rivelati ricorrenti nell’ultimo secolo, a dimostrazione del fatto che non sempre i diretti responsabili sono da ricercare nello scenario politico.

Il motivo principale per cui una banca fallisce, in Italia come nel resto del mondo, e che in qualche modo accomuna gran parte delle banche italiane fallite riportate nell’elenco che segue, è sempre lo stesso: l’istituto bancario presta soldi a privati o aziende non meritevoli, incapaci poi di restituire quanto dovuto, quei soldi non tornano indietro, la liquidità della banca viene intaccata e si innesca un effetto a catena che si conclude con il fallimento della banca o un deciso intervento da parte dello Stato per evitare il peggio.

Tuttavia, esistono delle eccezioni, che trovano il motivo del fallimento della banca in una vera e propria truffa: ne è un esempio eclatante quanto accaduto con lo scandalo della Banca Romana tra il 1892 e il 1894 e, un secolo dopo, con il crack del Banco Ambrosiano.

1) Banca Romana (1892-1894)

Il fallimento della Banca Romana e il relativo scandalo hanno segnato per sempre la storia del comparto bancario italiano e la sua moderna conformazione. Siamo di fronte al primo grande scandalo politico-finanziario, e all’epoca anche il più grave, dall’Unità d’Italia.

Il grave coinvolgimento di personaggi di spicco della politica, la corruzione, lo scoppio della bolla immobiliare romana nata con la nomina di Roma a nuova capitale del Regno, oltre a essere fatti indelebili nelle pagine della storia hanno anche avuto il ruolo di rendere palese la necessità di riformare l’emissione monetaria. Proprio dalla risoluzione della crisi della Banca Romana prese le mosse la riforma che nel 1893 portò alla nascita della Banca d’Italia, costituita dalla fusione della Banca Nazionale nel Regno d’Italia con la Banca Nazionale Toscana e la Banca Toscana di Credito, mentre la Banca Romana veniva posta in liquidazione.

2) Banco Ambrosiano (1982)

Non solo crediti deteriorati e crisi finanziaria, ma anche terrorismo, mafia e conti offshore in paradisi fiscali: sono questi gli ingredienti principali del fallimento di Banco Ambrosiano, anno 1982.

Il suo presidente Roberto Calvi, noto con il soprannome di Il banchiere di Dio, è entrato di diritto nella storia del costume italiano per la grave crisi di liquidità creata nelle casse del Banco Ambrosiano, per il suo coinvolgimento con lo IOR - l’Istituto per le Opere di Religione, che era tra i principali azionisti dell’Ambrosiano -, per l’adesione alla loggia massonica P2, per le decine di conti offshore e per i suoi rapporti con Cosa Nostra e la Banda della Magliana. Venne trovato morto impiccato - in circostanze sospette - sotto il Ponte dei Frati Neri (Blackfriars Bridge), a Londra.

Pochi giorni dopo la misteriosa morte del banchiere, il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta, su proposta della Banca d’Italia, dispose lo scioglimento degli organi amministrativi dell’istituto; il 6 agosto 1982 la banca viene messa in liquidazione.

Il debito accumulato attraverso l’operazione di Calvi sui conti offshore - il debito delle società estere controllate dallo IOR verso il Banco Ambrosiano - ammontava a circa 1,2 miliardi di dollari. Attraverso quello che definì un «contributo volontario», la Banca Vaticana pagò 250 milioni di dollari. Alcune banche pubbliche (BNL, IMI, Istituto San Paolo di Torino) e private (Banca Cattolica del Veneto, Banca Popolare di Milano, Banca San Paolo di Brescia, Credito Emiliano e Credito Romagnolo) compartecipano poi alla rifondazione dell’istituto con un’iniezione di nuovo capitale per 600 miliardi di lire: nasce così il Nuovo Banco Ambrosiano.

3) Cassa di Risparmio di Prato (1987)

Il caso di Cassa di Risparmio di Prato è passato alla storia: si tratta di uno dei primi interventi di sostegno reso possibile attraverso il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, costituito proprio nel 1987. La banca, specializzata nei finanziamenti al distretto tessile, entrò in crisi per l’erogazione di numerosi prestiti a personaggi legati al mondo della politica che, tuttavia, non fornivano le garanzie necessarie. Venne in seguito acquisita da Banca Monte dei Paschi di Siena.

4) Cassa di Risparmio di Venezia (1992)

La prima cassa di risparmio fondata in Italia, l’11 gennaio 1822, andò in default 170 anni dopo come conseguenza di una serie di previsioni errate sui cambi, aggravate dalla forte svalutazione della lira e da uno sviluppo eccessivo dei crediti in valuta privi di copertura del rischio di cambio. Il buco venne colmato dall’intervento di altre banche venete, ma quanto accaduto scatenò la crisi di altre casse di risparmio. La Cassa di Risparmio di Venezia venne poi assorbita nel gruppo Intesa, in un processo di aggregazione durato anni.

5) Varie Casse di Risparmio meridionali (1995)

Diverse Casse di Risparmio del Sud Italia - operative in Campania, Calabria, Sicilia e Puglia - andarono in crisi a causa della concessione di prestiti a clienti senza garanzie, della mancata diversificazione nella concentrazione del credito e, come spesso accade, di rapporti opachi con esponenti politici. La risoluzione della crisi avviene attraverso l’aggregazione in banche più solide, in primis Cariplo (Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde) che, nel 1998, con il Banco Ambrosiano Veneto (Ambroveneto) darà vita a Banca Intesa.

6) Banco di Napoli (1996)

Il Banco di Napoli si trovò ad affrontare una situazione analoga a quella descritta in precedenza: erogazioni di credito concesse senza adeguata attenzione al profilo di solvibilità dei debitori, alle garanzie o alla capacità di rimborso. La crisi rese inevitabile un intervento pubblico: con la legge di salvataggio del 1996 lo Stato sostenne l’istituto per una cifra stimata attorno ai 12.000 miliardi di lire (equivalenti, in valore nominale, a circa 6 miliardi di euro), mentre i crediti in sofferenza vennero conferiti alla SGA - Società per la Gestione di Attività. La crisi del Banco di Napoli rappresentò un altro passo verso la ristrutturazione dell’intero sistema bancario meridionale.

7) Bipop-Carire (2001-2002)

Nata dalla fusione tra Popolare di Brescia e Cassa di Reggio Emilia, Bipop-Carire vide risparmiatori e investitori cadere vittime di operazioni illegittime e sistematicamente occultate, tra cui spiccava un’esposizione di 50 milioni di euro verso 50 società a rischio. Le accuse vanno dall’aggiotaggio al falso, dall’appropriazione indebita fino all’associazione per delinquere: contestazioni mosse l’ultima volta, vent’anni prima, al Banco Ambrosiano.

Fino a due anni prima della crisi la banca vantava una crescita solida. Dopo la fusione dei due istituti nel 1999, Bipop-Carire acquista banche e società sotto la guida di Bruno Sonzogni e Maurizio Cozzolini. Nel 2000 acquista la tedesca Entrium, faro del neonato settore delle banche online, per 2,5 miliardi di euro. Poco dopo, le azioni Bipop-Carire, al culmine, valgono 12,6 euro ciascuna, per una capitalizzazione di mercato di 20 miliardi di euro, lo stesso valore che all’epoca aveva Fiat.

Arrivano le difficoltà: il settore bancario su internet rallenta, giunge un esposto dell’Adusbef - l’Associazione per la difesa degli utenti di servizi bancari e finanziari - per gravi irregolarità, e la situazione peggiora di giorno in giorno. A ottobre 2001 prende il via l’inchiesta giudiziaria. Nei conti fanno capolino sofferenze e buchi di bilancio, arriva il delisting da Piazza Affari e sono migliaia i risparmiatori a perdere tutto. La crisi ha fine nel 2002 con l’acquisizione da parte del gruppo bancario Capitalia.

8) Banca 121 - Monte dei Paschi di Siena (2002)

Nel 2002 MPS e la sua controllata pugliese Banca 121 collocano My Way, poi 4You, un prodotto bancario che si rivelerà tossico, una vera e propria truffa finanziaria. Lo scandalo è tale da costringere il vertice della banca alle dimissioni. Molti risparmiatori, ma non tutti i circa 180.000 che sottoscrissero tali prodotti, vennero risarciti.

Il contratto portava con sé un collegamento negoziale tra più prodotti complessi: un finanziamento rimborsabile in 15-30 anni, l’acquisto, custodia e gestione di obbligazioni e quote di fondi comuni, la costituzione in garanzia dei titoli e l’apertura di un conto corrente per il regolamento delle partite di dare e avere. Ai risparmiatori fu presentato come un piano previdenziale con promessa di restituzione del capitale in qualsiasi momento. Nella pratica, il risparmiatore si ritrovava a prendere in prestito denaro dalla banca stessa per investire in prodotti altamente speculativi.

9) Crack Parmalat, Cirio, titoli di Stato argentini (2003)

Nessuna crisi o fallimento di banche, è vero. Ma furono decine di migliaia i risparmiatori a fidarsi delle proprie banche, a investire in strumenti finanziari legati a Parmalat, Cirio e ai titoli di Stato argentini, per poi perdere tutto. Diverse banche furono ritenute responsabili di aver spinto tali investimenti - lucrando le relative commissioni - senza illustrare pienamente i rischi legati all’acquisto.

10) Bancopoli (2005)

Nell’estate del 2005 scoppia il caso soprannominato dalla stampa italiana «Bancopoli». Dalla vicenda acquisterà notorietà l’espressione «furbetti del quartierino», pronunciata da un intercettato Stefano Ricucci in riferimento alle banche estere che stavano tentando di scalare BNL e Antonveneta. L’accezione prese però il verso opposto: i furbetti del quartierino diventarono Ricucci, Gianpiero Fiorani e gli altri protagonisti coinvolti nelle inchieste giudiziarie nate dal caso.

Un anno prima, la banca olandese ABN Amro aveva chiesto alla Banca d’Italia l’autorizzazione a salire dal 12,6% al 20% nel capitale di Banca Antoniana Popolare Veneta, in un’operazione che l’avrebbe resa azionista di maggioranza. Allo stesso modo, la spagnola Banco Bilbao Vizcaya Argentaria (BBVA), che deteneva il 15% di Banca Nazionale del Lavoro (BNL), fece richiesta per scalare l’istituto.

A inizio 2005 la Banca d’Italia autorizza la Banca Popolare di Lodi (BPL) a scalare fino al 15% del capitale di Antonveneta. Il 29 marzo BBVA lancia un’OPA per la maggioranza di BNL; il giorno dopo ABN Amro lancia un’OPA su Antonveneta. Il 29 aprile BPL lancia un’Offerta Pubblica di Scambio (OPS) su Antonveneta, mentre il 19 luglio Unipol lancia un’OPA su BNL. Si crea così una situazione in cui due banche italiane contrastano le offerte di due banche straniere, i cui tentativi falliranno.

Lo scandalo emerge il 25 luglio, quando la procura di Milano sequestra i titoli Antonveneta detenuti dalla Banca Popolare Italiana (nuova denominazione di BPL), a seguito delle indagini avviate tre mesi prima.

Si scopre che l’amicizia tra l’ad di BPL Gianpiero Fiorani e il Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio aveva favorito un occhio di riguardo per la banca italiana e rallentato le richieste di ABN Amro, e che nel 2004 era stata avviata una scalata occulta al capitale di Antonveneta.

Nel 2005 Fiorani raggiunge una quota del 52% circa di Antonveneta, attraverso la partecipazione diretta di BPL e di altre società, con liquidità proveniente da aumenti illeciti delle commissioni bancarie applicate ai clienti e dalla sottrazione di capitale da conti correnti e investimenti di clienti deceduti. A maggio dello stesso anno Fiorani viene nominato ad e il giorno dopo la procura di Milano apre un fascicolo con ipotesi di aggiotaggio: l’accusa è di aver manipolato il prezzo delle azioni di Antonveneta per ostacolare l’OPA di ABN Amro. Seguono l’iscrizione nel registro degli indagati per insider trading, aggiotaggio e ostacolo all’attività di vigilanza, e la sospensione del consiglio di amministrazione di Antonveneta.

Lo scandalo ha dimensioni ben maggiori: Francesco Frasca, responsabile della vigilanza in Bankitalia, viene iscritto nel registro degli indagati a Roma per abuso d’ufficio, date le irregolarità nei controlli applicati alla BPL di Fiorani durante l’acquisizione di Antonveneta. Fiorani si dimetterà dalla carica di ad solo il 16 settembre, quando viene accusato di falsa dichiarazione a pubblico ufficiale, oltre che di aggiotaggio, insider trading, ostacolo all’attività di vigilanza della Consob, falso in bilancio e falso in prospetto.

Diversi protagonisti dell’imprenditoria e della finanza risulteranno coinvolti, tra cui l’allora ad della compagnia assicurativa Unipol, Giovanni Consorte. In autunno arrivano le dimissioni del ministro dell’Economia Domenico Siniscalco, in polemica con la posizione poco interventista del Governo Berlusconi II. Arriva un’ordinanza di custodia cautelare per Fiorani, che in interrogatorio ammetterà di aver accumulato un tesoro di 70 milioni di euro sulle spalle dei clienti della banca da lui guidata. Seguiranno le dimissioni del Governatore della Banca d’Italia.

A inizio 2006 ABN Amro acquista il 25,9% del capitale in mano a BPI, portando il proprio controllo su Antonveneta al 55,8%. Pochi giorni dopo la Banca d’Italia blocca l’OPA di Unipol su BNL, cui fa seguito l’acquisto da parte di BNP Paribas del 48% di BNL detenuto da Unipol.

11) Banca Italease (2006)

All’epoca era la principale banca italiana specializzata nel leasing immobiliare. Vittima dei «furbetti del quartierino» e di una gestione spregiudicata, venne assorbita alcuni anni dopo dal Banco Popolare.

12) Monte dei Paschi di Siena (2008-2017)

Tra le più note crisi bancarie italiane degli ultimi anni, quella di MPS ebbe origine nella scalata dell’Antonveneta, acquistata nel 2007-2008 a un prezzo elevatissimo e appesantita da grandi quantità di crediti deteriorati; in occasione dell’operazione non furono seguiti tutti i procedimenti necessari per agire in maniera regolare. La vicenda giudiziaria si è protratta per anni.

Il salvataggio pubblico si concretizzò con la ricapitalizzazione precauzionale del 2017: secondo i dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), lo Stato investì circa 5,4 miliardi di euro nell’ambito del meccanismo di burden sharing previsto dalla direttiva europea BRRD, diventando primo azionista con una quota che sfiorò il 68% del capitale. A novembre 2022 il Tesoro sottoscrisse inoltre circa 1,6 miliardi di euro nell’aumento di capitale della banca.

Da fine 2023 è partita la privatizzazione. Sempre secondo i comunicati del MEF, il Tesoro ha ceduto sul mercato, tramite collocamenti accelerati (Accelerated Book Building), il 25% a novembre 2023, il 12,5% a marzo 2024 e il 15% a novembre 2024 (acquistato tra gli altri da Delfin, Gruppo Caltagirone, Banco BPM e Anima), incassando complessivamente circa 2,7 miliardi di euro con le prime tre operazioni. La partecipazione pubblica è così scesa dal 64,23% fino alla quota residua del 4,86% tuttora detenuta nel 2026, che il ministro Giancarlo Giorgetti ha dichiarato di voler dismettere «alle migliori condizioni di mercato».

Nel frattempo la banca è tornata solidamente in utile e, nel 2025, ha portato a termine l’acquisizione di Mediobanca attraverso un’offerta pubblica di scambio, diventando il terzo gruppo bancario italiano dopo Intesa Sanpaolo e UniCredit. L’operazione ha però aperto un fronte giudiziario e una fase di turbolenza nella governance: a fine 2025 la procura di Milano ha avviato un’indagine sull’operazione Mediobanca e nella primavera del 2026 il consiglio di amministrazione ha revocato le deleghe all’ad Luigi Lovaglio.

13) Banca Carige (2012-2022)

Frutto ancora una volta di una gestione accentrata e opaca, la crisi di Banca Carige ha occupato le prime pagine dei giornali per mesi. Il 2012 è l’anno del primo bilancio in negativo, cui seguirono le indagini della Banca d’Italia da cui emersero diversi illeciti. Nel 2014 la banca fallisce lo stress test della BCE; due anni dopo entra nel capitale la famiglia Malacalza.

Posta in amministrazione straordinaria nel 2019 - decisione poi annullata nell’ottobre 2022 dal Tribunale dell’Unione europea, come pure la successiva proroga - la banca perse circa 1.000 posti di lavoro. Il titolo viene sospeso in Borsa il 2 gennaio 2019, dopo 24 anni di presenza ininterrotta; riammesso nel luglio 2021, nella prima seduta perde quasi il 60%. Il capitolo si chiude con la fusione per incorporazione in BPER Banca il 28 novembre 2022, due mesi dopo un nuovo delisting. Il salvataggio, sostenuto in larga parte dal sistema bancario tramite il FITD e accompagnato da un decreto di garanzia statale, secondo diverse stime è costato complessivamente diverse centinaia di milioni di euro.

14) Banca Tercas (2012-2016)

Dal 2012 al 30 settembre 2014 Banca Tercas viene commissariata dalla Banca d’Italia. Al termine della procedura, il 1º ottobre 2014 viene acquistata dalla Banca Popolare di Bari, che sottoscrive l’intero aumento di capitale di Tercas per 230 milioni di euro.

L’anno successivo la Commissione UE stabilisce che il precedente salvataggio andava considerato aiuto di Stato, imponendone la restituzione al FITD; quest’ultimo istituisce allora uno schema di intervento volontario per consentire alle banche aderenti un nuovo trasferimento di capitale per quasi 272 milioni di euro. Nel 2016 Banca Tercas e la controllata Banca Caripe vengono fuse per incorporazione nella Banca Popolare di Bari, mentre il provvedimento della Commissione viene annullato il 19 marzo 2019 dal Tribunale dell’Unione europea.

15) Banca Etruria e le quattro banche (2015)

La crisi delle piccole banche territoriali vede come protagoniste quattro istituti: Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio (Banca Etruria), Banca delle Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara (Carife) e Cassa di Risparmio di Chieti (Carichieti). La quantità di crediti deteriorati era ormai insostenibile. Il 22 novembre 2015 le quattro banche vengono poste in risoluzione: l’intervento fu finanziato dal Fondo Nazionale di Risoluzione, alimentato dal sistema bancario, con la creazione di quattro «banche ponte» poi cedute negli anni successivi a istituti più grandi. La vicenda ebbe forti strascichi per gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati coinvolti.

16) Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza (2017)

Ancora una volta sono i crediti deteriorati - i cosiddetti NPL - a scatenare la crisi che coinvolge Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza già a partire dal 2015. Nel 2016 interviene il Fondo Atlante, veicolo privato costituito per ricapitalizzare i due istituti e sostenere il mercato degli NPL. L’ipotesi di fusione tra le due realtà venne scartata; seguirono la messa in liquidazione coatta amministrativa e l’acquisto delle attività «buone» da parte di Intesa Sanpaolo alla cifra simbolica di 1 euro, accompagnato da un consistente sostegno pubblico previsto dal decreto di liquidazione.

17) Banca Popolare di Bari (2019)

Nell’estate 2019 viene pubblicato un bilancio in rosso assai preoccupante, accompagnato da un cambio ai vertici. Pochi mesi dopo la Banca d’Italia commissaria l’istituto e ne sospende la quotazione delle obbligazioni subordinate. Poco prima di Natale il governo Conte approva un decreto a sostegno della banca: il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi fornisce un contributo-ponte da 310 milioni di euro.

La crisi ha coinvolto oltre 70.000 azionisti, che hanno perso circa 1,4 miliardi di euro, senza contare gli obbligazionisti. Nell’estate 2020 l’assemblea straordinaria approva la trasformazione in S.p.A. e l’aumento di capitale, sancendo la fine della fase acuta della crisi. L’istituto, risanato e controllato dallo Stato tramite Mediocredito Centrale (MCC), è oggi noto come BdM Banca ed è a sua volta al centro delle manovre di consolidamento in corso nel 2026.

Dal 2022 al 2026: dai fallimenti al risiko bancario

Nell’ultimo triennio, il sistema bancario italiano non ha per fortuna registrato nuovi crack di rilievo. La pagina della Banca Popolare Valconca - unico istituto in amministrazione straordinaria secondo l’aggiornamento della Banca d’Italia del dicembre 2022 - si è chiusa il 29 dicembre 2023 con la fusione per incorporazione in Cherry Bank e la cancellazione dall’Albo delle banche. L’elenco aggiornato delle procedure in corso è consultabile sul sito della Banca d’Italia.

Il vero fenomeno degli ultimi anni non è stato dunque il fallimento, ma il consolidamento: la stagione delle offerte pubbliche note come «risiko bancario», con l’obiettivo dichiarato dai regolatori di rafforzare la scala del sistema. Le principali operazioni, secondo le comunicazioni degli istituti coinvolti:

  • UniCredit-Banco BPM: OPS da circa 10,1 miliardi di euro lanciata a novembre 2024, ostacolata dall’esercizio del golden power del Governo e infine ritirata da UniCredit il 22 luglio 2025;
  • MPS-Mediobanca: OPS da circa 13,3 miliardi di euro, giudicata ostile, autorizzata da BCE e Antitrust e completata nel 2025; da qui la nascita del terzo polo bancario nazionale;
  • BPER-Banca Popolare di Sondrio: OPS da circa 4,3 miliardi di euro lanciata a febbraio 2025 e chiusa con un’adesione superiore all’80%; la fusione per incorporazione è divenuta pienamente efficace il 20 aprile 2026, dando vita a un gruppo con circa 23.000 dipendenti, 2.000 filiali, 6 milioni di clienti e oltre 420 miliardi di euro di masse;
  • Banca Ifis-illimity: OPAS da circa 298,5 milioni di euro completata nell’agosto 2025, con il delisting di illimity;
  • UniCredit-Commerzbank: la partecipazione potenziale costruita da UniCredit nella banca tedesca (fino a circa il 28% tra quota diretta e strumenti derivati) resta il dossier transfrontaliero più discusso, ancora aperto nel 2026 dopo l’opposizione di Berlino.

Sullo sfondo restano il rafforzamento di Crédit Agricole nel capitale di Banco BPM (oltre il 20% con il via libera BCE di gennaio 2026) e il consolidamento di Banco BPM su Anima Holding.

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