L’oro brilla sempre, specie in tempi di crisi. Che si tratti di guerre, inflazione o incertezza sui tassi, il metallo prezioso resta una delle scelte più gettonate dai risparmiatori italiani in cerca di investimenti sicuri.
Lingotti, sterline o altre monete rappresentano un investimento sicuro, solido, tangibile al fuori dal sistema bancario. L’oro non teme default e non corre il rischio di subire bolle speculative. Ma c’è un’insidia spesso trascurata dal piccolo investitore: le tasse. Sì, perché quando si decide di rivendere l’oro da investimento lo Stato non fa sconti.
Se non si è in grado di dimostrare quanto si è pagato tocca versare una imposta del 26% sull’intero importo della vendita, non sul guadagno reale. Una trappola fiscale che può trasformare un investimento di lungo periodo in un salasso imprevisto, capace di erodere buona parte dei rendimenti attesi. Il problema è che spesso, dopo dieci o vent’anni, scontrini, fatture o atti di donazione possono andare persi. Ecco perché anche per investire in oro serve una strategia fiscale ben definita. Altrimenti, altro che bene rifugio.
Il primo errore: l’oro non è tutto uguale
La prima cosa da capire, prima ancora di acquistare, quale tipo di oro comprare. Perché la legge italiana (e l’Agenzia delle Entrate) non considera tutto l’oro allo stesso modo. Il “vero” oro da investimento, quello soggetto alle regole (e alle trappole) fiscali di cui parliamo, riguarda lingotti e placche di purezza pari o superiore a 995 millesimi e peso superiore a un grammo; oppure monete d’oro con almeno 900 millesimi di purezza, coniate dopo il 1800, che hanno o hanno avuto corso legale. In altre parole, la sterlina d’oro sì, il bracciale della nonna no.
Molti pensano che oro è oro, ma non è così. I gioielli, ad esempio, seguono regole completamente diverse e non sono soggetti a tassazione in caso di rivendita. In compenso, non beneficiano di alcune agevolazioni previste per l’oro da investimento (come l’IVA esente). Insomma, prima ancora di comprare un lingotto o una moneta, bisogna sapere che si sta entrando in un’area fiscale “sorvegliata speciale”, oppure no.
Secondo errore: perdere i documenti di acquisto
Il meccanismo fiscale previsto per l’oro da investimento sembra semplice e in teoria anche equo. Si paga il 26% sulla plusvalenza realizzata, ossia sul guadagno ottenuto vendendo a un prezzo più alto rispetto al prezzo di acquisto. In mancanza di una fattura, una ricevuta o un documento ufficiale che attesti quanto hai speso per acquistare quell’oro, l’Agenzia delle Entrate presume che sia stato pagato zero euro. In pratica, l’intero incasso ottenuto dalla vendita viene considerato guadagno e tassato come tale.
Facciamo un esempio concreto. Hai comprato un lingotto da 100 grammi nel 2010, quando il prezzo dell’oro era molto più basso del prezzo attuale, a 1.100 dollari l’oncia. Considerando che un’oncia troy equivale a 31,103 grammi, l’investimento è costato 3.540 dollari, cioè all’epoca poco più di 2.190 euro. Oggi, con l’oro a 3.380 dollari l’oncia, lo rivendi a 10.867 dollari, pari a 9.300 euro. Se hai ancora la ricevuta, pagherai il 26% su 7.107 euro di guadagno, cioè 1.848 euro. Ma se la ricevuta è andata persa, il Fisco considera guadagno l’intero importo incassato, 9.300 euro. Le tasse da pagare sono quindi pari a 2.418 euro: una differenza di 570 euro che si mangia parte del capitale inizialmente investito.
La stessa logica vale anche per l’oro ricevuto in eredità. Se non è stato indicato un valore chiaro e documentato nell’atto di successione, chi eredita si troverà tassato su tutto il valore di vendita. Si tratta dunque di una norma punitiva per i più distratti, sebbene perfettamente legale.
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