Il 12 giugno 2026 Anthropic, la società che sviluppa Claude, tra i principali rivali di ChatGPT, ha ricevuto una lettera dal Dipartimento del Commercio statunitense.
L’oggetto: una direttiva di controllo sulle esportazioni che vietava l’uso dei suoi modelli più avanzati a qualunque cittadino straniero, in qualsiasi parte del mondo. Il tempo concesso per adeguarsi era di 90 minuti.
Nell’impossibilità di filtrare in tempo reale la nazionalità di centinaia di milioni di utenti, l’azienda ha sospeso l’accesso ai modelli a livello globale.
La vicenda è rilevante non per i suoi aspetti tecnici, ma per ciò che svela sulla fragilità delle valutazioni del settore. Anthropic è valutata circa 965 miliardi di dollari pur non avendo ancora raggiunto la redditività. Una cifra che si regge su un assunto preciso: che l’intelligenza artificiale sia un mercato «winner-takes-all», in cui un numero ristretto di operatori conquisterà la quasi totalità del valore, replicando le dinamiche monopolistiche già viste nella ricerca online o nei social network.
Quell’assunto, però, presuppone un mercato indirizzabile globale. Se il prodotto di punta può essere classificato come tecnologia a duplice uso e sospeso per ordine amministrativo, il bacino potenziale si restringe drasticamente — e con esso la giustificazione della valutazione.
A rendere il quadro più severo è intervenuta la concorrenza. Nei giorni successivi allo stop, i laboratori cinesi hanno rilanciato i propri modelli open-weight: gratuiti, installabili su server proprietari e, proprio per questo, immuni a qualsiasi interruttore normativo esterno. Un’asimmetria competitiva che mette pressione sui margini degli operatori occidentali, costretti a giustificare investimenti in conto capitale dell’ordine delle migliaia di miliardi.
Il parallelo storico più calzante è quello della bolla delle telecomunicazioni di fine anni Novanta. La fibra ottica posata in quegli anni ha abilitato l’economia digitale che conosciamo, ma molte delle aziende che la installarono. indebitandosi pesantemente, non sopravvissero. La tecnologia si affermò; gli investitori che l’avevano finanziata, spesso no.
La lezione per chi investe non riguarda la validità dell’intelligenza artificiale come tecnologia, che pochi mettono in discussione, ma la distinzione tra l’utilità di un’innovazione e la capacità delle aziende che la sviluppano di trasformarla in profitti durevoli e difendibili. In un mercato dove i benefici dell’IA rischiano di fluire verso gli utilizzatori più che verso i produttori, la prudenza suggerisce di privilegiare modelli di business con flussi di cassa dimostrati e vantaggi competitivi verificabili, rispetto a valutazioni costruite sull’aspettativa di un monopolio che potrebbe non materializzarsi.