Alto debito pubblico e bassa crescita? Sono il frutto marcio delle riforme strutturali

Guido Salerno Aletta

20/08/2024

Per anni, seguendo il diktat dell’Unione europea, l’Italia ha perseguito una politica di bassa crescita economica per evitare un aumento anche minimo dei salari nominali, limitando il deficit pubblico

Alto debito pubblico e bassa crescita? Sono il frutto marcio delle riforme strutturali

Nonostante un elevatissimo deficit pubblico, l’economia italiana cresce in modo appena percettibile: è questo che rende progressivamente insostenibile il peso del debito accumulato nel tempo, nonostante il consistente taglio del rapporto sul pil nominale per via dell’inflazione, anche a causa dell’aumento dei tassi di interesse deciso dalle Banche centrali per contrastare l’inflazione che ha ingigantito gli oneri per il bilancio.

Paghiamo il conto di scelte durissime, di anni di riforme strutturali basate su una bestiale deflazione salariale che hanno determinato il risanamento dei conti con l’estero, riportando in attivo non solo la bilancia commerciale, ma per la prima volta nella Storia dell’Italia anche la posizione finanziaria netta: non potevamo reggere il duplice peso di un debito pubblico elevatissimo e di un saldo negativo sull’estero che superava il 20% del pil.

La “cura Monti”, iniziata nel 2012, è proseguita ininterrottamente fino alla crisi pandemica del biennio 2020-2021, quando sono saltati tutti i paradigmi di controllo della spesa pubblica che erano stati adottati pressochè ininterrottamente dal 1992. Nel frattempo, la politica monetaria straordinariamente espansiva condotta dalla Bce sotto la guida di Mario Draghi, e poi da Christine Lagarde fino alla crisi inflazionistica della primavera del 2021, era riuscita a contrastare solo gli effetti deflattivi sui prezzi della durissima politica di bilancio imposta in tutta Europa con il Fiscal Compact sempre a partire dal 2012.
In Italia, la scelta di aumentare drasticamente il gettito fiscale penalizzando gli immobili, con l’Imu inizialmente anche sulla prima casa, non solo ha abbattuto il valore di mercato di quelli esistenti, ma ha eroso profondamente e durevolmente quello delle ipoteche bancarie che vi facevano riferimento. È stato conseguentemente sconvolto il paradigma cinquantennale dei prestiti alle piccole imprese che erano garantiti dal patrimonio immobiliare accumulato dal loro proprietario e si è bloccato il processo di erogazione di nuovi mutui per l’acquisto di appartamenti da parte delle giovani coppie.

Si è grippato così il motore bancario italiano che era basato sui prestiti alle piccole imprese e sui mutui immobiliari, facendo venire meno un forte volano di crescita dell’economia reale, ingigantendo a livello sociale e demografico le conseguenze negative della politica di deflazione salariale. Si è avvitato un processo che ha cannibalizzato non solo l’economia, ma la stessa società italiana: con gli stipendi ed i consumi al ribasso, nascono sempre meno figli e conseguentemente si riduce ulteriormente sia la domanda interna che la necessità di aumentare l’offerta.
Per anni, seguendo il diktat dell’Unione europea, l’Italia ha perseguito una politica di bassa crescita economica per evitare un aumento anche minimo dei salari nominali, limitando al massimo il deficit pubblico anche quando c’era un potenziale inespresso: è così che ci siamo condannati da soli a tenere alto il rapporto debito/pil. Se il denominatore della frazione non cresce, questo rapporto non può diminuire a meno di avere un avanzo di bilancio dopo aver pagato gli interessi: un obiettivo impraticabile.

L’Italia si era affidata così alla domanda estera, puntando alla leva salariale per battere la concorrenza, sui prezzi bassi anziché sul maggior valore intrinseco delle merci prodotte: gli investimenti delle imprese hanno puntato tutto sull’efficienza della produzione e sulla riduzione dei costi.
Questo paradigma di abbattimento della domanda interna a favore di quella estera è stato messo in crisi dall’aumento ormai irreversibile dei costi dell’energia, per via della crisi dei rapporti con la Russia dopo la destabilizzazione della Libia, cui si aggiungono quelli imposti dalle scelte di decarbonizzare la produzione industriale.
L’Italia è entrata in una crisi strutturale che riguarda insieme l’assetto socio-demografico interno ed il driver di competitività di prezzo, con un basso costo del lavoro che ha portato al riequilibrio dei conti con l’estero: con gli attuali costi correnti dell’energia, la nostra industria non è più competitiva.

La situazione è drammatica.
Tagliare i salari è impossibile: significherebbe far crollare la domanda interna portando l’economia in recessione. In tre anni, i costi per le famiglie sono aumentati a dismisura: dai combustibili ai generi alimentari, dalle bollette per l’energia elettrica ed il gas alle rate dei mutui.
L’idea di puntare ad una “economia di guerra” fa sorridere: le armi moderne costano cifre astronomiche ma richiedono altissima tecnologia ma pochissimo lavoro umano. Non si tratta più di produrre, come è stato con la prima e la seconda guerra mondiale, decine di migliaia di carri da combattimento, di armare centinaia di migliaia di uomini da mandare al fronte, o di impostare un numero crescente di navi da guerra.

Dopo l’epidemia di Covid, per evitare che l’economia affondi, anche all’Italia come agli Usa o alla Francia, serve un deficit elevato. Ma questo si giustifica insieme ad un debito pubblico colossale solo se la situazione è drammatica, come accade quando c’è una guerra in corso: i conflitti, d’altra parte, si usano sempre per cercare di salvare i sistemi sull’orlo del fallimento. Ma spesso non ci riescono.