Alti costi energetici e deindustrializzazione: una nuova mazzata in arrivo per l’Italia

Guido Salerno Aletta

23/05/2024

Si sta vanificando, a causa dell’aumento dei costi dell’energia, il sacrificio sociale compiuto dopo la crisi dell’euro, nel biennio 2011-2012, con l’abbattimento della domanda interna e dei salari.

Alti costi energetici e deindustrializzazione: una nuova mazzata in arrivo per l’Italia

L’orchestrina europea continua a suonare, mentre la nave affonda: il ritorno al Patto di Stabilità e gli obiettivi ambiziosissimi della Next Generation-Ue con la duplice transizione in campo ambientale ed informatico nascondono un tracollo strutturale del settore industriale.

Una crescita economica irrisoria, nell’ordine dell’1% annuo, a fronte di deficit pubblici che veleggiano oltre il 5% nonostante la pandemia sia terminata già da due anni, dovrebbe far accapponare la pelle. Ed invece ci si culla, in Italia, con la ripresa delle ristrutturazioni edilizie che è stata drogata dal superbonus del 110% e con il turismo che tira: è solo fumo negli occhi, chiusi per non vedere la realtà drammatica.

La storia si ripete, esattamente come cinquant’anni fa, quando a causa della crisi energetica determinata dalla guerra del Kippur, l’Italia vide polverizzarsi la propria competitività industriale. Non solo: i maggiori costi del petrolio resero non più sostenibili i grandi progetti di investimento nelle industrie di base, petrolchimica e siderurgia, che si stavano appena sviluppando con il sostegno dello Stato, e che avrebbero dovuto finalmente ribaltare un processo di sviluppo che vedeva la manodopera meridionale emigrare al Nord che si arricchiva.

La guerra in Ucraina, con l’invasione da parte della Russia nel febbraio del 2022, ha avuto come conseguenza l’irrogazione di sanzioni che hanno fatto venir meno gli approvvigionamenti di gas proveniente dalla Russia, a prezzi convenienti e con forniture a lunghissimo termine: le forniture sostitutive di GNL provenienti dal Qatar e dagli Usa, via nave, e quelle di metano dalla Norvegia sono enormemente più care, con i prezzi dell’elettricità che sono aumentati del 250% rispetto al 2019. Questi maggiori costi stanno tagliano le gambe all’industria europea: dal settore chimico a quello metallurgico, grandi consumatori di energia, per non parlare del comparto automobilistico che è vittima di un violento quanto sgangherato passaggio obbligato all’elettrico, le imprese manifatturiere europee riducono la produzione, si fermano e pensano a delocalizzarsi là dove c’è ancora una fornitura di energia a costi competitivi.

Per l’Italia, secondo Paese manifatturiero d’Europa alle spalle della Germania, che è testa a testa con la Francia dotata di ancora numerose centrali nucleari che producono elettricità a costi competitivi, è cominciato un nuovo processo di deidustrializzazione, la quarta mazzata dopo quella causata dalla crisi energetica del ’73, poi dallo smantellamento dell’industria di Stato a partire dal ’92, ed ancora dalle delocalizzazioni produttive dovute all’ampliamento dell’Unione europea ai Paesi ex-comunisti e dall’ingresso della Cina nel Wto nel 2001.

Si sta vanificando, a causa dell’aumento dei costi dell’energia, l’enorme sacrificio sociale compiuto dopo la crisi dell’euro, nel biennio 2011-2012, con l’abbattimento della domanda interna e dei salari che fu deciso per rimettere a pari la bilancia commerciale che era strutturalmente deficitaria.
L’avanzo dei conti dell’Italia con l’estero, frutto delle esportazioni industriali, dipende dalla capacità delle imprese di rimanere competitive sul versante dei costi di produzione.

Da ormai due anni, come se non fosse bastato l’aumento del costo dell’energia e quello delle materie prime importate, c’è stato anche l’aumento del costo del denaro, deciso per contrastare l’inflazione da costi: una beffa vera e propria.
Ma l’attenzione politica e dei media va tutta alle elezioni europee, alla guerra in Ucraina, al conflitto in Israele, alla successione al potere in Iran, alle prossime elezioni politiche in Gran Bretagna, alla campagna per le presidenziali americane: il 2024 è solo un anno di attesa.