Uno dei fenomeni più inquietanti che sta prendendo sempre più piede negli ultimi anni, grazie anche all’abuso dei dispositivi tecnologici, è quello dei ragazzi Hikikomori, dal giapponese “stare in disparte”: consiste nel chiudersi nella propria stanza, passando il tempo su internet o a giocare ai videogame, fuggendo quindi dal mondo reale per quello virtuale.
Il fenomeno è nato nel Sol Levante negli anni Ottanta e dal decennio successivo si è diffuso anche in America e in Europa. Italia compresa. Sono giovani, spesso giovanissimi, che all’improvviso smettono di uscire di casa, di frequentare scuola e amici. Si chiudono nelle proprie stanze e limitano al minimo i rapporti anche coi familiari più stretti, mantenendo i contatti col mondo prevalentemente attraverso internet.
Chi sono gli Hikikomori
Gli Hikikomori, di età compresa tra i 12 e i 30 anni, non escono di casa, non sono in grado di gestire le emozioni e arrivano a vivere isolati nelle loro camere da letto per mesi o anni. Iniziano a sentirsi inadeguati verso la società, manifestano problemi di relazione e non si piacciono fisicamente.
Poco alla volta i sintomi diventano psicosomatici, causando mal di testa o mal di pancia, man mano il giovane inizia ad assentarsi da scuola o dall’Università, diventando progressivamente cronico. Parallelamente, vi è anche un’altra tipologia di Hikikomori e che tende all’opposto al narcisismo: ragazzi che si considerano talmente superiori rispetto ai coetanei da non riuscire a confrontarsi con nessun altro.
Il numero dei ragazzi Hikikomori in Italia
In Italia il fenomeno degli Hikikomori è in drammatico aumento già da qualche anno e, secondo le stime di Valentina Di Liberto, sociologa e fondatrice di “Hikikomori Coop Sociale Onlus”, centro che si occupa di nuove dipendenze patologiche e di problematiche relazionali, sta avendo un vero e proprio boom.
Il dato ha suscitato una grande preoccupazione, tant’è che ora il fenomeno si trova al centro di un nuovo studio, promosso dal Gruppo Abele in collaborazione con l’Università della Strada, volto a definire una prima stima quantitativa attendibile.
A oggi, secondo le stime dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Cnr-Ifc), che ha condotto il primo studio nazionale volto a fornire una stima quantitativa dell’isolamento volontario nella popolazione adolescente, i ragazzi Hikikomori sono 54.000. La ricerca ha coinvolto un campione di oltre 12.000 studenti e studentesse, rappresentativo della popolazione scolastica italiana fra i 15 e i 19 anni.
Le proiezioni ci parlano di circa l’1,7% degli studenti totali (44.000 ragazzi e ragazze a livello nazionale) che si possono definire Hikikomori, mentre il 2,6% (67.000 giovani) sarebbero a rischio grave di diventarlo.
Le cause del fenomeno
L’isolamento progressivo dalla realtà e la fuga verso paradisi artificiali sfocia in relazioni sempre più fittizie, a un ripiegamento su stessi che porta addirittura, come nel caso degli Hikikomori, all’autoreclusione. Complice anche la pandemia, tra lezioni online e smartworking, il fenomeno si è acutizzato, portando sempre più giovani, ma spesso anche adulti, a prediligire i rapporti virituali, che avvengono esclusivamente sul web o sui social, perché a volte non si sente neanche più l’esigenza di incontrare una persona: basta colmare qualche vuoto emotivo con un messaggio, una videochiamata, qualche chat.
L’isolamento sociale è uno dei tanti problemi derivanti dall’abuso della rivoluzione digitale e dall’uso improprio della tecnologia. La società, invece di sanare questo problema e aiutare i giovani, negli ultimi anni ha acutizzato questo problema, distruggendo il loro mondo e le loro relazioni sociali e imponendo loro di vivere in un mondo sempre più virtuale. Una gabbia elettronica, da cui alcuni non riescono più a uscire.