Il nuovo shock energetico legato alla guerra in Medio Oriente rischia di costare fino a 21 miliardi alle imprese italiane. Arriva l’allarme di Confindustria: “sarebbe insostenibile”.
Lo scenario economico per le imprese italiane torna a farsi critico a causa del nuovo shock energetico legato alle tensioni geopolitiche. Secondo le stime del Centro studi di Confindustria, il costo dell’energia potrebbe aumentare in modo significativo nel 2026, con un impatto che varia tra i 7 e i 21 miliardi di euro in più rispetto al 2025.
La forbice dipende dalla durata del conflitto in Medio Oriente: nel caso di una conclusione entro metà anno, l’aggravio sarebbe più contenuto; se invece la guerra dovesse protrarsi, i costi rischierebbero di raggiungere livelli difficilmente sostenibili per il sistema produttivo.
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Quanto rischiano di pagare le imprese nel 2026
Il nodo principale resta quello del prezzo dell’energia, tornato al centro delle preoccupazioni delle imprese. Nello scenario più favorevole, con un prezzo medio del petrolio attorno ai 110 dollari e una normalizzazione dei flussi commerciali, le aziende italiane dovrebbero comunque affrontare un aumento di circa 7 miliardi di euro nelle bollette energetiche. In questo caso, l’incidenza dei costi energetici salirebbe dal 4,9% al 5,9% dei costi totali.
Diverso il quadro in caso di conflitto prolungato: con il petrolio a una media di 140 dollari, il conto salirebbe fino a 21 miliardi in più. L’incidenza dei costi energetici arriverebbe al 7,6%, avvicinandosi ai livelli critici già registrati nel 2022 (8,3%). Un livello che Confindustria definisce esplicitamente “non sostenibile per le nostre imprese”, con effetti diretti su margini e competitività.
Il report evidenzia anche il contesto dei prezzi: il petrolio resta circa 40 dollari sopra i livelli medi di dicembre, mentre il gas, pur in lieve calo ad aprile, aveva quasi raddoppiato i prezzi a marzo. A questo si aggiunge il fattore valutario, con il cambio euro-dollaro che non contribuisce ad attenuare i rincari, rendendo più onerose le importazioni energetiche.
Gli effetti dello shock energetico
Gli effetti dello shock energetico si stanno già riflettendo su diversi indicatori macroeconomici. Il Centro studi segnala un quadro “peggiorato”, in cui il caro energia si traduce in un deterioramento diffuso del clima economico. La fiducia delle famiglie è in calo e questo anticipa una frenata dei consumi nei prossimi mesi, con il rischio di un aumento del risparmio precauzionale già nel primo trimestre dell’anno.
Parallelamente, i tassi di interesse stanno tornando a salire. Il costo del credito per le imprese è già intorno al 3,3% e potrebbe aumentare ulteriormente, anche in vista di nuove strette monetarie per contrastare l’inflazione. Il risultato è meno accesso al credito e maggiori difficoltà nel finanziare nuovi progetti, proprio mentre le imprese devono fronteggiare costi crescenti.
Sul fronte produttivo emergono segnali contrastanti. L’industria mostra un’attività ancora sostenuta, anche grazie a strategie precauzionali come l’accumulo di scorte per anticipare ulteriori rincari. Tuttavia, le attese sulla produzione sono in peggioramento. Anche i servizi registrano un indebolimento: gli indicatori di domanda sono scesi in area recessiva, segnalando una domanda in calo.
A sostenere il sistema restano gli investimenti, ancora supportati nei primi mesi del 2026 dalle risorse del Pnrr. Un elemento di stabilità, ma che potrebbe non bastare se il contesto dovesse ulteriormente deteriorarsi.
Le nuove preoccupazioni su costi ed export
Oltre all’energia, le imprese segnalano un aumento generalizzato dei costi lungo tutta la filiera. Dal sondaggio condotto da Confindustria tra le grandi aziende emerge che il principale ostacolo è proprio il costo dell’energia (indicato dal 25% degli intervistati), seguito dai costi di trasporto e assicurazione (21,9%) e dal rincaro delle materie prime non energetiche (18,4%).
Se il conflitto dovesse protrarsi, cambierebbe anche la gerarchia delle preoccupazioni: le materie prime diventerebbero il primo fattore critico, seguite dall’energia e dalla logistica. Crescono inoltre i timori legati alle catene di approvvigionamento e alla disponibilità di input produttivi, con il rischio di carenze e rallentamenti.
Sul fronte estero, l’export mostra segnali misti. Da un lato si registra un rimbalzo delle vendite negli Stati Uniti, dall’altro pesano i nuovi dazi e le tensioni geopolitiche, con effetti potenziali su circa 22 miliardi di esportazioni verso i paesi del Golfo e su alcune forniture strategiche come alluminio e fertilizzanti.
Nel complesso, il quadro che emerge è quello di un sistema produttivo sotto pressione, chiamato a fronteggiare contemporaneamente costi in aumento, domanda incerta e condizioni finanziarie più restrittive. Come sottolinea Confindustria, tutto dipenderà dalla durata del conflitto.
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