L’intelligenza artificiale è il nuovo mantra del mondo finanziario. Automatizza, sintetizza, calcola e – apparentemente – personalizza. Basta un prompt e in pochi secondi un consulente può avere davanti una proposta d’investimento completa, con tanto di backtest, rendimenti attesi, indicatori di rischio e un bel testo discorsivo da mandare al cliente. Tutto pronto, tutto in regola.
Ma proprio qui nascono due domande scomode, di quelle che raramente fanno capolino nei convegni:
1️⃣ L’AI è programmata per favorire il cliente o per favorire anche il cliente?
2️⃣ E il consulente – il controllore umano dell’AI – ha davvero tempo, strumenti e libertà per vigilare sugli interessi del cliente?
In questi mesi abbiamo visto come l’intelligenza artificiale possa essere facilmente influenzata – o deliberatamente programmata – per esprimere opinioni discutibili, o addirittura pericolose. Alcuni chatbot hanno dimostrato di saper rilanciare stereotipi tossici, teorie complottiste e perfino simpatia per personaggi storici quantomeno controversi.
Non perché l’AI sia cattiva. Ma perché qualcuno l’ha allenata (o trascurata) a rispondere così. Ora, se un chatbot generalista può sfuggire al controllo su temi etici fondamentali, cosa possiamo aspettarci da un algoritmo addestrato da una grande banca per creare portafogli “su misura”?
Molte grandi realtà bancarie hanno introdotto piattaforme AI a supporto della rete commerciale. L’algoritmo riceve input, elabora dati, propone portafogli coerenti con il profilo del cliente. Un miracolo di efficienza: il lavoro di giorni condensato in pochi minuti.
Ma dietro l’apparente personalizzazione si cela un paradosso: la proposta è costruita secondo logiche definite dalla banca stessa.
I criteri, i filtri, le priorità, gli strumenti suggeriti… tutto è deciso a monte, dal team che ha sviluppato l’AI.
In altre parole: il consulente riceve già la risposta, confezionata.
Quindi: sta facendo una proposta al cliente o sta vendendo una soluzione preprogrammata?
In teoria sì. Il consulente può valutare, modificare, adattare.
In pratica, però, deve gestire decine – se non centinaia – di clienti. E quando il tempo è poco, fidarsi dell’algoritmo è più facile che metterlo in discussione.
Il rischio? Che il consulente diventi un validatore passivo. Applica, firma, invia. Ma non controlla davvero.
E soprattutto non contraddice.
Del resto, quando la proposta dell’AI sembra tecnicamente ineccepibile, chi ha il coraggio – o la competenza – per dire: “No, così non va bene”?
Per anni, i clienti delle grandi reti si sono sentiti dire che i portafogli erano pensati su misura.
In realtà, i prodotti selezionati erano quasi sempre quelli della casa. Poi, quando è aumentata la consapevolezza dei clienti, si è passati a proporre prodotti di terzi. Ma solo quelli con retrocessioni più generose per la banca.
Ora arriva l’AI, che promette neutralità e personalizzazione. Ma se l’algoritmo è alimentato da logiche commerciali – e spesso lo è – allora la personalizzazione sarà sempre compatibile con gli interessi della banca. E solo in seconda battuta con quelli del cliente.
Non serve più dare ordini espliciti ai consulenti: basta programmare l’algoritmo nella giusta direzione. Il resto lo fa l’automazione.
Questa nuova consulenza ha tutta l’aria dell’innovazione.
Ma, come direbbe Tomasi di Lampedusa: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.
E così, oggi si parla di AI, di velocità, di personalizzazione, ma il cuore del sistema resta lo stesso: ottimizzare la distribuzione di prodotti remunerativi per la banca.
Solo che ora è tutto più elegante. E più veloce.
E arriviamo alla seconda domanda: chi ha il tempo e le competenze per vigilare?
Il consulente è ancora il punto di contatto con il cliente. Ma è anche il primo utente dello strumento.
E nella maggior parte dei casi, non conosce nel dettaglio le logiche che guidano l’algoritmo.
Non sa come vengono pesati i parametri, quali sono i limiti del modello, quali strumenti sono esclusi a priori.
Il risultato è una consulenza che sembra indipendente ma non lo è.
Perché il consulente, senza tempo e senza trasparenza tecnica, non può vigilare davvero. E, in fondo, non gli viene nemmeno richiesto.
In un mondo dove la finanza è diventata algoritmo-centrica, il cliente che vuole davvero una consulenza personalizzata deve uscire dalla zona di comfort.
Deve cercare un professionista indipendente, che conosca i limiti degli strumenti che usa. Che sia in grado di spiegare non solo cosa propone, ma perché.
Perché un portafoglio “confezionato” può sembrare perfetto. Fino al giorno in cui il mercato cambia, il modello va in crisi… e nessuno sa più dove mettere le mani.
L’AI è uno strumento straordinario. Ma se viene usata per standardizzare anziché comprendere, per vendere anziché consigliare, allora smette di essere un supporto e diventa una trappola.
Chi programma l’algoritmo? Quali incentivi guida il suo comportamento? E chi ha il tempo (e il coraggio) per accorgersene?
Se non sappiamo rispondere, forse l’AI sta già decidendo per noi.