Quando era presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha avviato una guerra commerciale contro la Cina, colpito Pechino con dazi e limitazioni, inserito svariate aziende cinesi (da Xiaomi a Huawei) nella black list degli Usa e, più in generale, ha sempre considerato il gigante asiatico un rivale della nazione. O meglio: la causa di quasi tutte le sofferenze economiche del Paese.
Comprese quelle derivanti dalla pandemia di Covid-19 definito dallo stesso The Donald “virus cinese”. Eppure, nonostante l’ascia di guerra brandita dal tycoon, mentre era alla Casa Bianca le sue società avrebbero ricevuto almeno 7,8 milioni di dollari da entità straniere dislocate in 20 Paesi. La maggior parte dei fondi, circa 5,6 milioni di dollari, proverrebbe da entità cinesi.
Trump e i fondi cinesi
A fare luce sui business dell’ex presidente statunitense è l’ultimo rapporto presentato dai Democratici della Commissione per la supervisione della Camera dei rappresentanti Usa, un dossier di 156 pagine intitolato Casa Bianca in vendita. Ebbene, il governo cinese e altre sue entità statali sono risultati essere di gran lunga i principali soggetti ad aver speso ingenti quantità di denaro nelle proprietà di Trump, sborsando milioni e milioni di dollari nelle varie società controllate da The Donald e dislocate tra New York, Washington e Las Vegas.
Stando agli autori del rapporto, i pagamenti, effettuati nell’ambito di contratti e quando lo stesso Trump aveva consegnato le attività alla gestione di un fondo fiduciario, potrebbero nondimeno violare un divieto costituzionale sui finanziamenti da governi stranieri. I Democratici sostengono che l’importo totale del denaro giunto alle attività del tycoon dall’estero potrebbe essere anche maggiore, e hanno contestato alla società contabile di Trump, Mazars, di aver consegnato i documenti richiesti solo quattro mesi dopo una lunga battaglia legale che l’aveva costretta a conformarsi a una richiesta di accesso agli atti del Congresso.
Il rapporto sostiene che dai documenti contabili emerga “una sorprendente rete di milioni di dollari in pagamenti effettuati da governi stranieri e dai loro agenti direttamente alle attività commerciali di Trump, mentre il presidente Trump era alla Casa Bianca”. Il denaro sarebbe giunto principalmente alle attività di Trump nel settore alberghiero e immobiliare: gran parte dei fondi contestati dai Democratici, 5,4 milioni di dollari, sono infatti riconducibili a un regolare contratto di locazione sottoscritto dalla Industrial and Commercial Bank of China (Icbc) per un contratto di locazione triennale di uffici presso la Trump Tower a Manhattan.
Lo strano rapporto tra The Donald e la Cina
Tra Trump e la Cina, e di riflesso con il presidente cinese Xi Jinping, c’è un rapporto strano. Da un lato, infatti, The Donald ha aumentato il sostegno degli Stati Uniti a Taiwan e avallato tariffe sulle importazioni cinesi che hanno compromesso le relazioni con il Dragone. Dall’altro lato ci sono gli affari privati del tycoon che, a differenza della politica, sembrerebbero andare d’amore e d’accordo con Pechino.
Come se non bastasse resta emblematico un commento espresso nel 2018 dallo stesso Trump, quando ha dimostrato di provare quasi ammirazione per la presidenza a vita di Xi. “Penso che sia grandioso. Forse un giorno dovremo provarci. Il presidente Xi in Cina controlla 1,4 miliardi di persone con mano di ferro”, dichiarò nel 2018 in un discorso rivolto ai suoi donatori a Mar-a-Lago, lodando il leader cinese per la sua intelligenza e lanciandosi in un lungo monologo su come gli Usa dovrebbero emulare la Cina con processi abbreviati e pugno duro contro gli spacciatori e i criminali.
Allo stesso tempo, negli ultimi mesi Trump ha fatto capire come vorrebbe affrontare il dossier cinese nel caso in cui dovesse tornare ad essere presidente. A parole, il magnate statunitense è stato chiaro: punterà a sperare le economie di Usa e Cina – che lo scorso anno si sono scambiate circa 758 miliardi di dollari in beni e servizi – impedirà agli americani di investire oltre la Muraglia e introdurrà un divieto totale sulle importazioni di beni di fabbricazione cinese in settori chiave, come l’elettronica, la siderurgia e la farmaceutica.
“Imporremo severe sanzioni alla Cina e a tutte le altre nazioni che abusano di noi”, ha tuonato Trump in una recente manifestazione a Durham, nel New Hampshire. La realtà, a giudicare dagli affari che scorrono tra Pechino e le società private del presidente, potrebbe però essere un tantino diversa.