Troppe assenze per malattia azzerano lo stipendio. Ecco qual è il limite di cui tener conto.
Durante la malattia, generalmente, il lavoratore continua a percepire una retribuzione. Il termine corretto è indennità di malattia, sostitutiva dello stipendio, che è a carico dell’Inps: il datore di lavoro la anticipa, dopodiché recupera quanto pagato direttamente dall’Istituto.
L’indennità di malattia non è però dello stesso importo dello stipendio - la percentuale varia in base al periodo di assenza - eccetto il caso in cui intervenga il contratto collettivo a stabilire che di tutta o una parte della percentuale mancante debba farsene carico il datore di lavoro.
Eccetto in quei casi, quindi, lo stipendio durante l’assenza per malattia è più basso rispetto al solito e va detto anche che questa tutela non vale per sempre. Indipendentemente da qual è la causa della malattia, eccetto i casi in cui si parla di malattia professionale e pertanto è l’Inail a farsi carico del pagamento, infatti, trascorso un certo numero di giorni lo stipendio non viene più pagato.
Questo significa che l’assenza per malattia pur essendo giustificata non dà luogo ad alcun compenso in busta paga. Lo stipendio è quindi pari a zero, salvo casi particolari, con il datore di lavoro che tra l’altro può anche essere legittimato a procedere con il licenziamento. Va detto, infatti, che nella maggior parte dei casi il termine oltre il quale la malattia non è più pagata in busta paga coincide con il periodo di comporto, ossia quel limite di giorni oltre il quale è riconosciuto come legittimo il licenziamento del dipendente con motivazione dettata dalla lunga assenza per malattia.
Ma andiamo con ordine e scopriamo quanti giorni non bisogna fare di assenza per non rischiare di ritrovarsi senza soldi in busta paga e, in certi casi, persino senza un lavoro.
Quando la malattia non è coperta dall’Inps
Come anticipato, nella maggior parte dei casi, le assenze per malattia vengono retribuite dall’Inps attraverso un’indennità che varia in base alla durata dell’assenza. Per i lavoratori dipendenti, l’importo è generalmente così strutturato:
- Dal 4° al 20° giorno di malattia: il 50% della retribuzione media giornaliera.
- Dal 21° al 180° giorno di malattia: il 66,66% della retribuzione.
Tuttavia, la durata della copertura da parte dell’Inps cambia a seconda della categoria di lavoratori. I primi 3 giorni di malattia, chiamati periodo di carenza, sono di norma a carico del datore di lavoro, ma solo se previsto dal Contratto collettivo nazionale del lavoro (Ccnl) applicabile. Dopo questo periodo, l’Inps subentra nel pagamento dell’indennità, ma sempre entro i limiti stabiliti per ciascuna categoria, come illustrato dalla tabella seguente:
| Lavoratori | Limiti |
|---|---|
| Operai del settore industria e operai e impiegati del settore terziario e servizi | Spetta per un numero massimo di giorni pari ai giorni lavorati nei 12 mesi prima dell’inizio della malattia, per un minimo di 30 e per un massimo di 180 giorni nell’anno solare. |
| Lavoratori dell’agricoltura | Per un massimo di 180 giorni nell’anno solare per coloro che hanno effettivamente iniziato l’attività lavorativa e sono assunti con contratto di lavoro a tempo indeterminato. Per chi invece è con contratto a tempo determinato spetta per un numero di giorni pari alla durata in cui risultano iscritti negli elenchi, ma solo per coloro che hanno svolto almeno 51 giornate di lavoro in agricoltura nell’anno precedente, o comunque 51 giornate nell’anno in corso e prima dell’inizio della malattia. |
| Lavoratori marittimi (settore pesca ex assicurati Ipsema) | Massimo un anno |
Di norma, dunque, la malattia è coperta per un massimo di 180 giorni all’anno. Superato questo limite, l’Istituto non eroga più alcuna indennità e l’unica possibilità di continuare a ricevere un sostegno economico è che il contratto collettivo di riferimento preveda un intervento specifico da parte del datore di lavoro (ma solitamente non è previsto).
Quando la malattia non viene pagata?
In molti casi, il datore di lavoro è tenuto a retribuire il lavoratore durante i primi 3 giorni di malattia, il cosiddetto periodo di carenza, ma l’importo dell’indennità dipende dalle previsioni del Ccnl. Alcuni contratti riconoscono il 100% della retribuzione, mentre altri prevedono percentuali inferiori.
Più raro, invece, è il caso in cui i contratti collettivi prevedano un’indennità oltre il limite dei 180 giorni coperti dall’Inps. Per questo motivo, è molto probabile che, una volta superata questa soglia, il lavoratore non riceva più alcun compenso per l’assenza dovuta alla malattia.
E attenzione a non sottovalutare un secondo aspetto, ossia il periodo di comporto. Una volta superato il limite stabilito dal contratto, infatti, il lavoratore potrebbe rischiare il licenziamento.
Periodo di comporto e aspettativa per malattia
Il periodo di comporto è il tempo massimo durante il quale un lavoratore assente per malattia non può essere licenziato, indipendentemente dal fatto che riceva o meno un’indennità. La sua durata dipende dal Ccnl applicato: può coincidere con i 180 giorni indennizzati dall’Inps, ma in alcuni casi è più lungo.
In alcune categorie, il Contratto collettivo prevede anche un’aspettativa per malattia, che consente al lavoratore di prolungare l’assenza oltre il periodo di comporto, senza rischiare il licenziamento. Tuttavia, questo periodo non è mai retribuito. Ad esempio, nei contratti del settore metalmeccanico e terziario, l’aspettativa può durare fino a 4 mesi (120 giorni), offrendo un’ulteriore tutela per chi affronta patologie di lunga durata.
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