Addio al cemento tradizionale? Negli Emirati trasformano la sabbia del deserto in mattoni sostenibili

Emanuela Ceccarelli

2 Agosto 2026 - 11:39

Così è possibile eliminare il 50&% del cemento dalle costruzioni: la sabbia del deserto è il futuro dell’industria edile.

Addio al cemento tradizionale? Negli Emirati trasformano la sabbia del deserto in mattoni sostenibili

Nonostante la sabbia sia presente in quantità enormi in molte aree del mondo, fino ad oggi non era mai stata considerata una risorsa da sfruttare nel mondo delle costruzioni. In particolar modo, la sabbia del deserto presenta una struttura difficile da utilizzare per la realizzazione di cemento e materiali edilizi resistenti.

Tuttavia, una nuova tecnologia sviluppata negli Emirati Arabi Uniti potrebbe cambiare l’uso della sabbia nel mondo dell’edilizia. L’argentino Máximo Tettamanzi e l’emiratina Alyina Ahmed hanno trovato un sistema per trasformare la sabbia delle dune in nuovi materiali da costruzione, permettendo di ridurre il ricorso al cemento tradizionale e aprendo nuove prospettive nel campo dell’architettura.

Perché la sabbia del deserto non veniva usata per costruire?

Il problema tecnico che per decenni ha frenato l’utilizzo della sabbia desertica risiede nella sua morfologia. Milioni di anni di erosione incessante provocata dai venti hanno reso i granuli delle dune del Golfo Persico perfettamente lisci e tondeggianti. A differenza dei materiali alluvionali o estratti dai fiumi, caratterizzati da spigoli irregolari, i granelli del deserto scivolano l’uno sull’altro senza offrire attrito. Questa conformazione impedisce ai componenti del calcestruzzo tradizionale di agganciarsi saldamente, compromettendo la stabilità strutturale dell’opera. Il limite della sabbia del deserto ha costretto gli Emirati Arabi Uniti, tra le aree del mondo con la maggiore presenza di deserti, a importare grandi quantità di materiale adatto alla realizzazione di edifici e infrastrutture.

Come si trasforma la sabbia del deserto in mattoni?

La ricerca di Tettamanzi e Ahmed è partita proprio da questo paradosso: durante i loro studi presso la Architectural Association School of Architecture di Londra, i due hanno iniziato a sperimentare nuove combinazioni per superare i limiti della sabbia desertica.

I studiosi, armati di tenacia e di appena ottomila dollari di finanziamento, decisero di videro un momento di svolta con l’arrivo della crisi sanitaria globale. In quel periodo di isolamento forzato, Ahmed allestì un laboratorio rudimentale nel garage della propria abitazione a Dubai. Qui, tra esperimenti falliti e innumerevoli tentativi, il team riuscì a mettere a punto una complessa matrice aglomerante capace di stabilizzare la sabbia fine del deserto, superando brillantemente i test di resistenza strutturale in laboratori indipendenti e dando vita alla start-up ARDH Collective.

DuneCrete e le facciate che respirano

La tecnologia messa a punto dai due studiosi ha già avuto le prime applicazioni commerciali sotto forma di blocchi decorativi e rivestimenti noti come DuneCrete. Questi elementi presentano geometrie studiate per consentire il passaggio della luce solare, offrendo allo stesso tempo una completa privacy dall’esterno.

In un clima rigido come quello della penisola arabica, questi muri agiscono come vere e proprie barriere termiche, capaci di favorire la ventilazione passiva e ridurre la dipendenza da sistemi di climatizzazione artificiale. Il progetto promuove inoltre un’architettura integrata e sostenibile e, proprio per questo motivo, si è deciso di realizzare i blocchi in tonalità terrosa, così da poter mimetizzare le strutture con il paesaggio circostante.

La sabbia non è stato l’unico elemento al centro degli studi. Il team ha portato avanti una ricerca parallela volta al recupero dei sottoprodotti agricoli locali, in particolare i noccioli dei datteri. Questi, sottoposti a un processo di tostatura industriale e polverizzazione, possono essere uniti a resine ecologiche per creare superfici rigide e pannelli di rivestimento d’interni di straordinaria durata e pregio estetico.

Il progetto ha ottenuto grande risalto durante la Dubai Design Week e sta attirando un numero sempre più crescente di fondi di investimento, destinati probabilmente ad aumentare nel prossimo futuro. Basti pensare che questa tecnologia consente di ridurre del 50% la presenza di cemento in un settore responsabile dell’8% delle emissioni globali di gas serra. Inoltre, le proiezioni indicano che l’adozione diffusa di queste tecniche potrebbe far risparmiare centinaia di milioni di dollari all’anno in sole importazioni