Acciaio verde o fallimento totale? Il prezzo della politica eco-socialista della Germania

Francesco Simoncelli

26/01/2026

Dal boom al baratro: come la Germania ha perso la sua industria pesante. Se i sussidi falliscono, lo Stato nazionalizzerà tutto.

Acciaio verde o fallimento totale? Il prezzo della politica eco-socialista della Germania

Alla vigilia di un vertice d’emergenza con l’industria siderurgica, i socialdemocratici tedeschi (SPD) al governo hanno presentato la loro “roadmap di crisi”. Se sussidi e protezionismo falliranno, il settore verrà nazionalizzato. Così, senza pensarci due volte.

Il settore siderurgico tedesco è diventato la parabola perfetta per descrivere lo stato pietoso in cui versa la base industriale del Paese. Il suo declino negli ultimi otto anni è pressoché senza precedenti nella storia economica moderna. La produzione è crollata di oltre il 30% sin dal 2018, con la sola prima metà dell’anno scorso che ha fatto registrare un brutale calo del 12% su base annua: un crollo che sta accelerando a grande velocità.

In numeri assoluti: la produzione di acciaio grezzo è scesa dal picco del 2018 di 42,4 milioni di tonnellate a soli 29 milioni di tonnellate l’anno scorso. È semplice: produrre in Germania non conviene più. Quindi i capitali si stanno spostando verso destinazioni più redditizie. La Cina – e ora sempre più gli Stati Uniti – sono il luogo in cui si fanno più affari.

Posizione non redditizia

L’esodo di capitali da produttori un tempo potenti come ThyssenKrupp e Salzgitter AG ha lasciato profonde cicatrici sociali: circa 30.000 dei 120.000 posti di lavoro nel settore siderurgico sono già scomparsi.
E la fuga di capitali non si limita all’acciaio, ma riguarda l’intero panorama industriale. Non sorprende, quindi, che la produzione di “acciaio verde”, particolarmente costosa e tecnicamente impegnativa – lo standard morale a zero emissioni di CO₂ – stia crollando con la stessa rapidità della produzione di acciaio convenzionale.

Dal punto di vista politico tutto questo potrebbe suscitare qualche “preoccupazione”, ma intellettualmente nessuno si muove. Ciò che i burocrati etichettano come “fallimento del mercato” viene risolto con l’ennesima tornata di sussidi. Sia Bruxelles che Berlino hanno già mobilitato nuovi miliardi sul mercato obbligazionario per inondare i canali inariditi di questa “economia pianificata verde”.

È notevole come la politica tedesca risolva la dissonanza cognitiva investendo sempre più denaro pubblico. Questo non ha nulla a che fare con la vera definizione delle linee di politica o con la definizione di un quadro normativo sostenibile per le imprese. È l’esecuzione rituale di un culto ambientalista.

Modalità “solo chiacchiere”

Questa evidente discrepanza con la realtà economica viene mascherata da un flusso continuo di “vertici”. I politici sembrano bloccati in una modalità di conversazione permanente, incontri che non cambiano nulla se non per apparire impegnati.
Ora si suppone che al recente vertice dell’industria automobilistica segua un “vertice sull’acciaio”.

In queste tavole rotonde l’industria chiede elettricità sovvenzionata, i sindacati chiedono garanzie occupazionali e programmi di cassa integrazione, e i politici promettono di ridurre la burocrazia: una frase vuota che è diventata grottesca alla luce del diluvio normativo da loro stessi creato.
Questi “incontri per chiacchierare” hanno un unico scopo: difendere lo status quo. Simulano riforme, proiettando “azione” e “consapevolezza” a un pubblico sempre più disinteressato.

Ma il crollo della base industriale tedesca non richiede altri vertici fasulli, richiede una nuova comprensione del ruolo dello stato nella società: solo uno stato minimo, che stabilisca regole chiare per un libero mercato e poi scompaia dalla vista, può consentire una vera soluzione dei problemi.

La SPD ha capito di non aver capito

La data del vertice sull’acciaio non è ancora stata fissata, ma visti i dati catastrofici, sarà presto all’ordine del giorno. Nella Renania Settentrionale-Vestfalia, un tempo cuore del carbone e dell’acciaio e roccaforte della SPD, il partito ha già lanciato un’operazione di pubbliche relazioni di facciata.

Con lo slogan, “Abbiamo capito”, i funzionari locali della SPD fingono di riallacciare i rapporti con le persone che hanno perso molto tempo fa.

Ora affermano di “concentrarsi sui veri problemi” e di “lottare per ogni incarico”. È la classica retorica socio-romantica, presa direttamente dal copione del partito del dopoguerra. Si potrebbe pensare che abbiano riesumato un vecchio discorso di Johannes Rau.

Il socialismo a piccoli passi

Ma la vera direzione è stata rivelata in un nuovo documento della SPD.
Il linguaggio è chiaro: in “casi eccezionali” lo stato dovrebbe acquisire partecipazioni azionarie nelle aziende siderurgiche in difficoltà. E poiché le crisi tendono a moltiplicarsi in questo contesto, le “eccezioni” diventeranno presto la norma.

Prima della nazionalizzazione vera e propria, ovviamente, la SPD vuole mettere in campo tutti gli strumenti possibili: sussidi, dazi e protezionismo... il solito, insomma. E se un intervento fallisce, la risposta è sempre la stessa: raddoppiare la posta in gioco.

Se non si smantella questo incubo eco-socialista, non ci sarà alcuna svolta per l’industria tedesca. E, come sempre, l’opposizione di centro-destra si adeguerà, offrendo critiche simboliche pur condividendo l’agenda della trasformazione verde. La rotta tracciata a Bruxelles sarà difesa a qualsiasi costo, contro ogni logica economica.
Stiamo assistendo alla costruzione graduale di un nuovo tipo di socialismo: questa volta è verde.

Le cause sono ovvie

Le cause del crollo industriale della Germania non sono certo un mistero: una crisi energetica autoinflitta, un’ossessione per la CO₂ che si è diffusa in ogni livello della politica dell’UE e il lento soffocamento della competitività.

Ancora più preoccupante è la profonda penetrazione di questa fede eco-socialista nella classe politica. Il dogma climatico è così profondamente radicato nella mentalità della popolazione che un rapido ritorno al pragmatismo economico in stile Stati Uniti è quasi impensabile.
Nessuna pressione dalla base elettorale, nessun ripensamento ideologico.

Il completo smantellamento del complesso climatico, lo smantellamento deliberato di questa vasta economia clientelare, la fine delle tasse sulla CO₂, la bonifica della giungla normativa, spetterà a una generazione futura costretta a ripulire tutto questo pasticcio.
Non è una prospettiva piacevole, ma se l’obiettivo è una società prospera e libera, il ritorno ai principi di mercato e a uno stato minimo come garante della sicurezza – senza fardelli ideologici – è l’unico modo per liberare le forze necessarie al rinnovamento.

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