Abuso d’ufficio: il reato su cui il governo Meloni vuole intervenire

Antonella Ciaccia

28/11/2022

28/11/2022 - 09:28

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Il Governo annuncia che le regole sull’abuso d’ufficio andranno riformate. La proposta di “rivedere” la formula del reato piace un po’ a tutti e mercoledì il Guardasigilli incontrerà i sindaci.

Abuso d'ufficio: il reato su cui il governo Meloni vuole intervenire

È un tema che torna alla ribalta ciclicamente, quello che riguarda il reato di «Abuso d’ufficio»: contro la cosiddetta «paura della firma» il ministro della giustizia dà appuntamento all’Anci per mercoledì 30 novembre e il governo si prepara alla quinta riforma del reato.

Ebbene, l’articolo che sanziona l’abuso d’ufficio, il 323 del Codice penale è stato ritoccato più volte negli ultimi 32 anni. La norma è stata ripetutamente criticata da sindaci e amministratori di ogni schieramento politico che considerano troppo incerti i confini della responsabilità penale che fa avviare le indagini.

Nordio, il nostro Ministro della Giustizia, è da sempre dell’idea che si tratti di un reato ambiguo e insieme al centrodestra ha in programma di intervenire su questa norma del codice penale che turba i sonni degli amministratori e in generale di tutti i pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio.

Attenzione però, il reato non sarà cancellato del tutto: verrebbe eliminato l’abuso «di vantaggio», cioè l’intento di scrivere una norma che avvantaggi chiaramente un soggetto ben determinato; resterebbe in vigore l’abuso di danno diretto, quello che punisce chi emette un provvedimento urgente con l’obiettivo di danneggiare qualcuno, oppure nega illegittimamente un permesso o un’autorizzazione a chi ne ha pieno diritto per ragioni personali.

Reato di abuso d’ufficio, di cosa si tratta

Il reato di abuso d’ufficio è descritto dall’articolo 323 del nostro Codice penale ed è volto a punire tutti i pubblici ufficiali, quindi compresi sindaci e altri amministratori, che, approfittando della loro posizioni di potere, rechino un vantaggio ingiusto a sé o ad altri, oppure un danno ad altre persone.

Il bene giuridico tutelato è il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione, a parte la trasparenza dell’azione amministrativa.

La condotta delineata dall’articolo 323 del codice penale consiste nel compimento di un’azione, relativa alla funzione o al servizio svolto, posta in essere in violazione di legge, nell’inosservanza di obblighi di astensione tipizzati dalla stessa fattispecie penale o da altre fonti normative.

Per la realizzazione del delitto la norma richiede la configurazione di due eventi alternativi:

  • un ingiusto vantaggio patrimoniale, che il pubblico agente procura a sé o altri;
  • oppure un danno ingiusto arrecato a qualcuno.

Dal punto di vista dell’elemento psicologico del reato si richiede il dolo intenzionale. Il vantaggio patrimoniale è rappresentato da qualsiasi vantaggio suscettibile di valutazione economica mentre il danno è definito come ingiusto quando comprende sia il danno patrimoniale sia il danno non patrimoniale. Approfondiamo di seguito la norma.

La norma nel Codice penale

L’articolo 323 del Codice penale rubricato “Abuso d’ufficio” così recita:

Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto è punito con la reclusione da uno a quattro anni.
La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno un carattere di rilevante gravità.

Leggiamo dunque che, per quanto riguarda il possibile vantaggio procurato a sé o ad altri il codice penale utilizza l’aggettivo “patrimoniale”.

L’abuso deve quindi portare l’amministratore o la persona da lui favorita ad ottenere illecitamente un beneficio economico, come finanziamenti, appalti o posti di lavoro. Per quanto riguarda il danno invece esso può essere sia economico che di altro tipo, ad esempio fisico.

Perché la norma rallenta la burocrazia?

Secondo molti sindaci attualmente, il reato d’abuso d’ufficio, induce a un’eccessiva prudenza che rallenta la burocrazia. La «paura della firma» deriva dal fatto che ogni anno centinaia di amministratori locali vengono incriminati per incidenti, nomine o presunti scandali che avvengono nelle amministrazioni Comunali e vengono ricondotti a presunte responsabilità dell’amministrazione pubblica.

Per tali ragioni, nel tempo il reato è stato rivisto più volte nella storia della Repubblica: già nel 1990 la pena massima è stata ridotta da cinque a quattro anni, così che non fosse più consentito l’utilizzo delle intercettazioni nelle indagini.

L’ultima modifica del 2020 ha circoscritto di molto il reato, specificando che nella fattispecie non rientravano più le violazioni di norme regolamentari, ma solo quelle che entravano in contrasto con norme di legge e si è specificato anche che la norma la cui violazione veniva contestata non doveva presentare margini di discrezionalità nella sua applicazione.

Anche per queste motivazioni, i numerosi processi intentati ogni anno spesso finiscono con un nulla di fatto, ma rischiano comunque di paralizzare la macchina amministrativa perché i sindaci e i loro collaboratori temono di poter incappare in denunce e lunghi procedimenti giudiziari.

L’intervento del governo sulle regole sull’abuso d’ufficio e la modifica dei reati contro la Pa

Il premier Meloni ha annunciato di intervenire al più presto sulle regole sull’abuso d’ufficio. E apre alla modifica dei reati contro la Pa. «La statistica è drammatica - denuncia - il 93% delle contestazioni di abuso d’ufficio si risolve con assoluzioni o archiviazioni».

Il reato d’abuso d’ufficio, secondo Meloni, provoca quella che viene definita la “paura della firma” da parte degli amministratori locali, cioè la paura di assumersi responsabilità decisionali.

Per evitare che il confine di legalità in cui gli amministratori si muovono risulti nebuloso, il presidente del Consiglio annuncia che: «Bisogna mettere sindaci in condizione di potere firmare serenamente, di sapere oggi per domani se quella firma costituisce o meno un reato, di avere certezze in merito al perimetro del lecito e dell’illecito»

Dal suo canto, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha detto che la «rivisitazione» del reato d’abuso d’ufficio è una delle priorità del governo. Si tratta di rivedere delle norme «per ridare fiato alla pubblica amministrazione, e quindi per un’utilità concreta in vista di una ripresa economica del Paese». E in ogni caso, il problema, precisa il Guardasigilli, sarebbe affrontato in un’accurata discussione parlamentare, con il supporto di statistiche tra indagini iniziate e condanne irrogate.

Dunque sembrano tutti d’accordo: non si tratterà di uno scudo penale per gli amministratori, ma un intervento per circoscrivere meglio il reato al fine di eliminare le possibili interpretazioni elastiche e cercare di dare ai sindaci qualche certezza in più.

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