La maggioranza degli investitori retail è abituata a strutture dei rendimenti semplici e lineari. Tradotto, a tassi fissi e costanti dal principio alla fine o fissi e crescenti come lo sono i buoni postali di lungo termine o i BTP Valore, per esempio.
Nel mondo dei corporate bond, invece, la realtà è spesso più complessa o meno intuitiva e/o di facile comprensione come lo sono molti prodotti sovrani.
A scadenza questo bond in dollari al 9% staccherebbe una super cedola del 144% lordo.
Prendiamo il caso della recente dual tranche di Goldman Sachs a lunga scadenza, a 16 e 17 anni, e in due valute differenti, in $ USA e in €. Di quest’ultima ne abbiamo già delineato i pro e i contro, mentre ora parleremo del titolo in valuta estera.
I dati salienti dell’obbligazione in dollari di Goldman e Sachs
I due titoli sono del tipo “Fixed Rate Callable”, ideati da Intermonte investment bank ed emessi dall’americana Goldman & Sachs (GS). Entrambi hanno una struttura dei rendimenti fissa e costante, lineare si direbbe, ma la cedola è del tipo cumulative mentre il bond è richiamabile già a partire da febbraio 2026. Quindi l’interesse non arriva al termine del periodo di maturazione, l’anno, mentre l’effettiva vita utile del titolo è ignota anche allo stesso emittente. Insomma, quanto basta per rendere più intrigante la natura del prodotto.
L’obbligazione in $ USA ha ISIN XS2829720932, è quotata sul mercato EuroTLX di Borsa Italiana e ha data emissione al 7/02/’25 e scadenza massima al 7/02/’41. Se la call non venisse mai esercitata (data di esercizio: ogni 7 febbraio fino al 2040), la durata massima possibile sarebbe di 16 anni.
Ad ogni modo tanto nel 2041 quanto alla data di call, GS rimborserebbe sempre il nominale sottoscritto più il cumulo di tutte le cedole annue fino ad allora maturate. Il taglio minimo di sottoscrizione è di 1.000 $ USA. Pertanto per comprare 1.000 $ di debito servono 953 € al cambio attuale €/$ a 1,0492, più le spese di commissione alla propria banca. Ipotizzando un trade di 5mila $, servono 4,765,5 € per il capitale e circa 10 € di commissioni.
Quanto rende questa obbligazione bancaria?
Il tasso nominale annuo lordo del titolo è del 9%, che scende al 6,66% al netto della ritenuta fiscale del 26% sugli interessi. Sui nostri ipotetici 5mila $ sottoscritti in principio, e quindi ipotizziamo alla pari, sarebbero 333 $ (e non euro!) annui netti. Un payout di tutto rispetto, insomma.
Ma la cedola è del tipo cumulative per cui non arriverebbe a fine anno ma tutta a scadenza o alla data di esercizio della call. Se questa avvenisse per esempio a metà vita, nel 2033, sarebbe pari al 72% lordo complessivo, da cui poi togliere la ritenuta. Se tutta a scadenza, invece, sarebbe pari al 9% x 16 anni, cioè del 144% lordo totale, oltre al rimborso del capitale nominale sottoscritto.
Tuttavia, un conto è il rendimento lordo, un altro il netto e un altro l’effettivo (e tralasciamo il reale, ossia quello depurato anche dall’inflazione di periodo). Una cedola pagata a data da destinarsi ha un valore effettivo inferiore a quello di un’altra identica ma pagata al termine del periodo di maturazione. Se il payout arrivasse tutto a scadenza, per esempio, il rendimento medio lordo effettivo del nostro titolo sarebbe del 5,73%.
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Quali strategie operative adottare?
È difficile (oltre al fatto che non ci compete minimamente) rispondere al quesito di quali possibili strategie adottare con un bond del genere. Comprare e tenere fino alla fine o vendere anzitempo? E in entrambi i casi (del buy e del sell) quando di preciso e/o a quali prezzi di mercato? Sarebbe meglio una strategia simile a quella del cassettista, o un trade di medio termine o del tipo mordi e fuggi? Ad ognuno le proprie risposte e, di conseguenza, le proprie strategie operative sul cosa fare, il quando, il come e il perché.
Intanto proviamo a ragionare un attimo di fantasia e ipotizziamo un acquisto a 100 e che la call venisse esercitata tra 8 anni, a febbraio 2033. Ancora, immaginiamo che a quella data il cross €/$ fosse racchiuso nel range 1-1,10, cioè che si fosse apprezzato o sceso del 5% circa. È probabilmente la supposizione più forte tra quelle qui elencate. Infine supponiamo un’inflazione media da qui ad allora del 2%.
Se si avverasse tutto ciò, il bond avrebbe prodotto un rendimento reale netto (di tasse, spese bancarie ed inflazione) del 2% annuo circa. In pratica avrebbe difeso il potere d’acquisto del capitale, ripagate le spese varie e in più prodotto un ritorno positivo. Poi gli arrotondamenti di decimali per eccesso o per difetto si farebbero a scadenza in base all’effettivo tasso di cambio alla data del rimborso.
A scadenza questo bond in dollari al 9% staccherebbe una super cedola del 144% lordo
Come s’intuisce la vera, grande sfida del bond sta tutta nel cross da qui alla data di rivendita o di call o di naturale scadenza a seconda dei casi. Un conto è prevederlo da qui a 1, 2 o 3 anni, un altro paia di maniche è da qui a 8, 12 o 16 anni. Nel 2041 potrebbe anche stare a 0,60 come a 2,00, chi può dirlo con certezza? Nessuno.
Per cui sotto certi aspetti potremmo dire che l’esercizio futuro della call forse non sarebbe completamente un male. Uno, garantirebbe (e proteggerebbe) un maggior rendimento medio effettivo rispetto al rimborso tutto alla fine.
Certo, esporrebbe l’investitore al rischio di reinvestimento, vero. Due, gestire un investimento sul medio termine è relativamente meno complicato rispetto a uno potenzialmente lungo 16 anni. Anche perché la presenza della call agirà da freno a mano contro eccessivi apprezzamenti dei corsi sul secondario, per cui la speranza di “esplosivi” gain da trading è in buona parte spuntata. Terzo, sono gli stessi grandi gestori a gradire esposizioni su duration non molto elevate.
Morale, al pari di tutte le scelte di investimento anche questo bond ha tutta una serie di pro e contro, da sfruttare da un lato e da cui proteggersi dall’altro. Come sempre, l’importante è conoscerli tutti in anticipo per provare a gestirli al meglio e non per doverli subire a posteriori.