Violenza economica: cos’è, come riconoscerla e come uscirne

La violenza economica è un abuso di genere che utilizza il denaro per controllare e sottomettere le donne. Ecco come riconoscerla e come uscirne.

Violenza economica: cos'è, come riconoscerla e come uscirne

Cos’è la violenza economica e come si riconosce? La coercizione da parte degli uomini sulle donne non si manifesta unicamente con forme fisiche di dominanza, ma spesso acquisisce anche delle connotazioni più subdole più difficilmente individuabili.

È il caso della violenza economica, un vero e proprio sopruso che utilizza il denaro per creare una relazione di dominanza, dipendenza e sottomissione ai danni delle donne. L’instaurazione di questa dinamica parte molto spesso da comportamenti che non destano sospetti, ormai sfortunatamente radicati nella nostra cultura, che vedono la donna come estranea alle decisioni e alla gestione economica della famiglia, e sfociano in una vera e propria relazione di dipendenza dalla quale è difficile uscire.

Cos’è la violenza economica

“La violenza economica è una forma di violenza che viene agita sfruttando la mancanza di conoscenza o di interesse delle donne dell’aspetto economico, spiega a Money.it la dottoressa Gaia Vicenzi, psicologa, psicoterapeuta e sessuologa. Si tratta quindi di comportamenti attuati solitamente all’interno delle mura domestiche dal marito nei confronti della moglie, ma anche “dal padre nei confronti della figlia o del fratello nei confronti della sorella”.

Questa forma di violenza si basa in sostanza sull’esclusione della donna dalla vita economica della famiglia, portandola di fatto a perdere la propria autonomia e diventando completamente dipendente dal marito o dalla figura che gestisce le risorse economiche.

La vittima di questa violenza si trova in una situazione di sottomissione ed è costretta, la maggior parte delle volte, a giustificare le proprie spese, effettuate con il denaro “concesso” dal carnefice, il cui unico obiettivo è quello di ottenere il completo controllo economico, instaurando al contempo nella vittima un forte senso di inferiorità e di inettitudine nel fronteggiare i propri bisogni e quelli degli altri.

Come riconoscere la violenza economica: i campanelli d’allarme

La violenza economica, a differenza di quella fisica, o di altre forme di coercizione, è molto più infida e difficilmente individuabile, tuttavia vi sono dei comportamenti che possono destare dei sospetti e delineare quella che potrebbe poi evolversi in un vero e proprio controllo ai danni della donna, spiega la dottoressa Vicenzi:

“Il primo campanello d’allarme, che talvolta non suona, è proprio l’esclusione iniziale dalla vita economica della famiglia, perché la donna, anche da un punto di vista culturale, non necessariamente è colei che si occupa dell’amministrazione del denaro della famiglia. La donna è quella che cucina, che lava e che stira, ma è quella che non si occupa del denaro”.

Generalmente infatti alla donna vengono concessi alcuni ruoli legati alla gestione del denaro, ma molto laterali, “per cui magari si occupa del pagare le bollette o del pagare qualcosa per i figli, però allo stesso tempo c’è tutta una dimensione di non libertà che diventa sempre maggiore”. All’interno di questa escalation di violenza, quindi, una donna è sempre più impossibilitata ad avere un accesso alle risorse economiche della famiglia e viene esclusa sempre più dalla vita economica della famiglia e delle spese che deve affrontare. Inoltre nei casi limite “le sue spese devono essere rendicontate al marito, fino ad arrivare ad una vera e propria perdita di autonomia” che si trasforma poi, nella fase finale della violenza, in dei veri e propri abusi economici.

Nell’ultima fase della violenza economica infatti si può delineare un vero e proprio sopruso volto a dilapidare il capitale e “a convincere la donna a fare da prestanome, firmare assegni scoperti, svuotare il suo conto corrente senza che lei possa dire nulla”, conclude la dottoressa.

Cosa fare in caso di violenza economica

Uscire da questo circolo vizioso di dipendenza è possibile, anche se può sembrare difficile. La dottoressa Vicenzi spiega infatti che esistono diversi centri in tutto il territorio nazionale a cui rivolgersi per uscire da questa forma di dipendenza, come il CIMP - Centro Italiano per la Promozione della Mediazione, che “offre un servizio sia di intervento sulla vittima, che sull’abusante, attraverso le forme di riparazione del danno con la mediazione tra la vittima e il suo carnefice o con interventi di prevenzione per ridurre al minimo il rischio di recidiva”.

Di fatto quindi vengono attuate 3 principali forme di aiuto:

  • la prima rivolta alla vittima;
  • la seconda all’abusante, sia in termini di prevenzione che di trattamento;
  • la terza rivolta sia all’abusante che alla vittima, laddove vi sia la possibilità di un confronto tra gli stessi, e dove sia possibile una strategia di dialogo e di mediazione.

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