Venezuela: come siamo arrivati a questo punto?

Nel 1970 il Venezuela era il Paese più ricco dell’America Latina. Ora la produzione di petrolio è ai minimi di 30 anni, l’inflazione ha raggiunto il milione per cento e un venezuelano su tre è sottopeso. Com’è stato possibile? L’analisi

Venezuela: come siamo arrivati a questo punto?

Le ultime news in arrivo dal Venezuela parlano della probabile fuga in Perù da parte degli attentatori di Nicolas Maduro, che lo scorso 4 agosto hanno cercato di colpirlo tramite droni caricati d’esplosivo, durante un discorso pubblico.

Mentre lo stesso Presidente si dice certo della meta dei criminali e chiede aiuto al governo peruviano per catturarli, una larga fetta di stampa internazionale esprime seri dubbi sul racconto dell’attentato fornito dall’esecutivo di Caracas, che, per contro, ha incarcerato diversi giornalisti accorsi sul luogo dei fatti.

Il tutto mentre l’inflazione ha raggiunto il milione per cento, il Paese produce 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno (che corrispondono ai minimi di 30 anni in fatto di output) e i cittadini soffrono per la fame e gli stenti.
In tutta risposta, il governo toglie 5 zeri al bolivares, portando avanti una misura etichettata come “grottesca” dalla maggior parte degli osservatori, volta solo a migliorare l’umore dei venezuelani cercando di fargli dimenticare la vera portata dell’inflazione.

Eppure nel 1970 il Venezuela era il Paese più ricco del Sud America. Risulta scontata una domanda: come siamo arrivati a tutto questo?
Analizziamo allora le varie tappe che hanno condotto il Paese verso la crisi peggiore della sua storia.

Venezuela al collasso: come siamo arrivati a questo?

L’epoca d’oro del petrolio e Chavez

Solo nel 1970, il Venezuela era il Paese più ricco dell’America Latina. Il suo PIL era superiore a quello di Spagna, Grecia e Israele.

La maggior parte della ricchezza venezuelana proveniva dalle sue enormi riserve petrolifere.
Ma all’inizio degli anni ’80, il timore che possa esaurirsi l’indispensabile risorsa di oro nero porta i politici a mettere un freno alla produzione. Nello stesso periodo, l’abbondanza di offerta spinge il prezzo verso il basso.

La combinazione di una minore produzione di petrolio e di prezzo minore fa precipitare l’economia di Caracas. Dal 1980 al 1990, il PIL diminuisce del 46%.

Poi arriva lo storico leader Hugo Chavez, che trasforma il panorama politico-economico del Venezuela, nazionalizzando le industrie e destinando enormi cifre in programmi sociali.

Sotto il suo governo, tra il 1999 e il 2013, il tasso di disoccupazione del Venezuela si dimezza, il reddito pro capite raddoppia, il tasso di povertà diminuisce notevolmente, l’istruzione fa passi in avanti e cala il tasso di mortalità infantile.

Per i poveri il governo Chavez costituisce una svolta, un miglioramento di ogni piccolo elemento che si può ritrovare nella quotidianità.

Il declino, Maduro e l’iperinflazione

Chavez muore all’età di 58 anni nel 2013, proprio all’inizio del suo terzo mandato. Il suo successore, Nicolas Maduro, non brilla certo per l’efficacia delle sue misure e per la lucidità del suo esecutivo.

Secondo George Ciccariello-Maher, studioso del Venezuela presso la Drexel University, Chavez era un politico dalle incredibili capacità; capacità che nessuno poteva aspettarsi di ritrovare in Maduro.

La più grave carenza dell’attuale Presidente sembra essere quella di non aver sfruttato, al contrario del suo predecessore, il denaro in arrivo dal petrolio.
La dipendenza del Venezuela dalle sue riserve di greggio, che rappresentano circa il 95% dei proventi da esportazione del Paese, significa che la caduta del prezzo del WTI finisce per avere un impatto devastante sulla qualità della vita.

La recessione e l’iperinflazione, pari a 1.000.000%, hanno privato molti cittadini dei beni di prima necessità, dal cibo alle medicine.
Sta peggiorando rapidamente anche la salute pubblica; il governo rilascia poche statistiche, ma si stima che un paziente su tre ammesso in un ospedale pubblico oggi finisca per morire lì secondo quanto riportato dal New Yorker.
In più, il Paese fa i conti con continui black-out e una perdita di peso media tra i cittadini di 9 chili.

Anche il trasporto pubblico è al collasso, e secondo più di un reporter che ha indagato sulle condizioni del Paese vivendo sul posto per diversi mesi “non funziona nulla”.

In uno scenario simile, Maduro ha spesso accusato l’opposizione di sabotaggi che contribuirebbero a portare il Paese al collasso, incolpando apertamente gli Stati Uniti e la loro “guerra imperialista”.

Prima di questo, ha cercato di far fronte alla crisi lanciando una nuova criptovaluta sostenuta dal petrolio - Petro - per aggirare le sanzioni USA a carico di Caracas. Ha più volte alzato i salari, confrontandosi con i puntuali controrialzi dell’inflazione.
Tutte misure rivelatesi del tutto inutili.

In ultimo, ha tolto 5 zeri alla valuta nazionale per dare vita così al cosiddetto bolivar soberano, in arrivo dal 20 agosto tra lo scetticismo dei più.

Oggi: Maduro si incolpa della crisi mentre i venezuelani scappano

Solo due settimane fa, il Presidente Maduro ha spiazzato tutti ammettendo pubblicamente le sue dirette responsabilità per la crisi in corso nel Paese, parlando di “modelli produttivi fallimentari” e chiedendo due anni per arrivare a una piena ripresa, che possa garantire una stabilità negli anni a venire.

Sono più di un milione i venezuelani che hanno lasciato il Paese negli ultimi anni, mentre l’industria petrolifera di Caracas, una volta tra le maggiori al mondo, ha rapidamente ridotto la sua produzione di due terzi, contribuendo a creare uno scenario fatto di povertà, carenza di cibo e medicinali.

Maduro ha promesso di quadruplicare la produzione di petrolio, passata da un massimo di 3,2 milioni di barili al giorno dieci anni fa al minimo di 30 anni odierno, pari a 1,5 milioni di barili al giorno. Ma lo stesso leader, pur mostrando a tratti un ottimismo e una fiducia che stonano con il contesto attuale, ha annunciato che saranno necessari almeno 2 anni prima di notare i primi segni di una ripresa.

Secondo il quotidiano Indipendent, anche se la disuguaglianza, la corruzione e un contesto socio-politico a tratti straniante non risultano affatto insoliti nelle varie repubbliche del Sud America, il vertiginoso declino del Venezuela - da stato ricco a stato “fallito” - supera praticamente ogni circostanza testimoniata negli ultimi decenni.

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