Cosa succede se Trump si rifiuta di lasciare la Casa Bianca dopo la sconfitta

Donald Trump ha perso le elezioni Usa 2020 ma non sembrerebbe disposto a riconoscere la sconfitta: ecco cosa potrebbe succedere se rifiuta di lasciare la Casa Bianca a Joe Biden.

Cosa succede se Trump si rifiuta di lasciare la Casa Bianca dopo la sconfitta

Joe Biden è stato dichiarato nuovo Presidente degli Stati Uniti ma quella delle elezioni Usa 2020 non sembrerebbe essere una questione chiusa. Donald Trump infatti non ha ancora telefonato al suo avversario per riconoscere la sconfitta e, a quanto pare, non è neanche intenzionato a farlo.

Al centro di tutto ci sarebbe quello che è successo in Pennsylvania, uno Stato che durante lo spoglio ha visto per gran parte del tempo Trump in testa salvo poi all’ultimo passare a Biden, per un sorpasso decisivo al fine della vittoria dei Democratici.

“In Pennsylvania c’è un ordine della Corte Suprema per la separazione dei voti ricevuti dopo l’Election Day - ha spiegato Donald Trump - Si tratta di un grande numero di schede, quando si parla di problemi di sistema si parla di come le schede vengono autenticate perché se c’è un problema di autenticazione questo potrebbe avere un effetto sulle intere elezioni”.

A stretto giro il tycoon ha poi aggiunto “hanno rubato quello che dovevano rubare dove era importante”, facendo intendere come adesso inizierà una lunga battaglia legale e che non avrebbe intenzione di traslocare dalla Casa Bianca.

Cosa succede se Trump si rifiuta di lasciare la Casa Bianca

Innanzitutto bisogna dire che si tratterebbe di una situazione inedita nella storia degli Stati Uniti, poiché tutti i partecipanti alle elezioni presidenziali hanno sempre riconosciuto la propria sconfitta, anche nei casi più critici.

Se Trump fosse comunque contrario ad abbandonare la Casa Bianca e l’incarico da presidente, i passaggi sarebbero però definiti.

Il mandato del presidente americano, chiunque esso sia, scade a mezzogiorno (ora di Washington) del 20 gennaio, come previsto dal 20° emendamento della costituzione, escludendo chiaramente la possibilità di una proroga o estensione della carica.

Per alcuni esperti, queste undici settimane che mancano potrebbero esserele più pericolose nella storia degli Stati Uniti. “ In questi 90 giorni Trump potrebbe distruggere gli Usa come un bambino cattivo ” ha affermato l’analista politico Malcolm Nance.

Durante questo periodo infatti Trump rimarrebbe il “comandante in capo”, mantenendo il potere legislativo. Bisogna ricordare che il Senato, seppur di poco, è rimasto in mano ai Repubblicani mentre alla Camera la maggioranza è dei Democratici.

Entro il 23 dicembre il collegio elettorale degli Stati Uniti d’America, ovvero l’insieme dei grandi elettori conquistati attraverso la maggioranza di voti nei diversi Stati, devono comunicare al Congresso i nomi del nuovo presidente e vicepresidente. Il 6 gennaio il Congresso si riunisce per ratificare la nomina.

A questo punto, Biden avrebbe la possibilità di pronunciare il giuramento come nuovo presidente degli Stati Uniti. Da quel momento diventa quindi formalmente il Capo di stato della nazione.

Dal punto di vista sostanziale, i servizi segreti riferirebbero tutto a lui, così come l’intero apparato statale americano. Secondo diversi esperti, sarebbe la stessa intelligence a occuparsi di rimuovere Trump dalla residenza presidenziale di Washington.

Trump pronto a ricorrere alla Corte Suprema

Tuttavia, tale processo potrebbe non essere così semplice e lineare. Infatti, si prevedono ancora alcuni giorni di scrutinio nei cosiddetti swing states, con il riconteggio dei voti dove lo scarto è stato inferiore allo 0,5%.

Come detto, Donald Trump ha già mobilitato i propri sostenitori, affermando già di aver vinto e di ricorrere davanti alla Corte Suprema se tale esito non gli venisse riconosciuto.

Il massimo organo giudiziario americano ha una maggioranza conservatrice di 6 a 3, grazie ai 3 giudici nominati durante il suo primo mandato, di cui l’ultima, Amy Coney Barrett, ufficializzata proprio nelle ultime settimane prima delle elezioni.

In questo caso c’è un precedente favorevole al Partito Repubblicano. Nel 2000 proprio la Corte Suprema sentenziò il risultato favorevole a George W. Bush a discapito di un altro vicepresidente democratico Al Gore, ponendo fine ad una competizione elettorale anche allora molto contestata.

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