Il vero impatto ambientale della Tav

14 Ottobre 2021 - 17:30

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C’è un rapporto diretto tra le emissioni di gas serra e la costruzione delle grandi opere a partire proprio dalla tanto discussa Tav.

Il vero impatto ambientale della Tav

Esiste un rapporto diretto tra le emissioni di gas serra, in particolare di biossido di carbonio che incide per il 55% sul totale delle emissioni, e la costruzione delle grandi opere - come i treni ad alta velocità (Tav) - caratterizzate da viadotti, gallerie e tunnel. Molti rapporti tra cui quelli di IPPC (Prevenzione e riduzione integrata dell’inquinamento) l’organismo scientifico ONU sui cambiamenti climatici, il “Net Zero by 2050” dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), il Pacchetto UE “Fit for 55”, prevedono una massiccia riduzione di gas serra con obiettivo del taglio del 55% al 2030 e saldo zero al 2050, ovvero emissioni uguali agli assorbimenti.

Questi report scientifici introducono anche un vincolo, che dovrebbe essere il riferimento fondamentale per rendere coerenti le scelte con gli obiettivi climatici: il cosiddetto “spazio” o “budget” del carbonio, che vincola a limitare fortemente l’uso delle fonti fossili nei prossimi 14 anni se si vuole contenere l’incremento della temperatura media globale entro un grado e mezzo, rispetto alla temperatura esistente in epoca preindustriale ovvero 1840/1860. Incremento di temperatura che consente di gestire gli effetti sull’ambiente. Facendo riferimento al caso italiano significa ridurre le emissioni dai 519 milioni di tonnellate (Mton) di gas serra del 1990, a circa 233 Mton del 2030. Lo sforzo è immenso se si pensa che tra il 1990 e il 2019 le emissioni di gas serra, in Italia sono diminuite del 19%, ovvero di 100 Mton, in 30 anni. Negli ultimi anni l’Italia non è riuscita a scendere al di sotto del livello raggiunto nel 2014. Problematico arrivarci, se solo si pensa che il massimo contributo arriva dalle fonti energetiche rinnovabili. Per raggiungere gli obiettivi del 2030 dovremmo installare circa 7 milioni di KW di rinnovabili nei prossimi 10 anni, il che significa installare circa 7 mila KW all’anno, ma l’anno scorso siamo rimasti a circa 800 KW.

Dai summit ufficiali arrivano roboanti dichiarazioni che puntualmente sono smentite dalle scelte politiche. Non abbiamo scelte diverse dalla riduzione massiccia della CO2, quindi bisogna ridurre i processi di combustione alimentati da fossili e, come affermano IPCC e IEA lasciare nel sottosuolo metano, petrolio e carbone nei limiti previsti dal budget carbonio. Se questo è vero e, riscontrato dagli unici organismi internazionali competenti, allora bisogna iniziare a tagliare partendo dai progetti più energivori cioè quelli delle grandi opere, a partire dalla Tav. Milioni di tonnellate di cemento e ferro entrambi, che richiedono enormi quantità di energia.

Ogni tonnellata di cemento utilizzato ha prodotto 900 Kg di CO2. Il paradigma di tutte le follie italiane è rappresentato, dall’alta velocità Verona/Vicenza. Viadotti e gallerie richiedono enormi fabbisogni di energia soddisfatti da un sistema energetico, per quattro quinti fondato su combustibili fossili e quindi su emissione di CO2. Inoltre l’analisi costi benefici, tanto magnificata dal Presidente del Consiglio lo scorso anno a Rimini è negativa per circa 1,83 miliardi di euro, per la Verona/Padova, come spiegano in un’analisi i professori Crozet e Ponti; e risulta sempre negativa, per 504 milioni di euro nell’analisi prodotta da Rete Ferroviaria Italiana. Non è finita: l’appalto di queste tratte è illegittimo in quanto incompatibile con gli accordi europei come sostiene l’Avvocato Generale della Corte di Giustizia Ue, Verica Trstenjak.

Lo scrive nelle conclusioni presentate l’11 settembre 2008 e riferite agli appalti alta velocità in Lombardia, Veneto e Liguria valutati i contratti incompatibili con il Trattato Ue. Contratti assegnati a trattativa privata per cui è stata richiesta l’immediata cessazione e correzione. In ultimo non possiamo non citare la cosiddetta variante di San Bonifacio, che nei fatti distrugge un modello imprenditoriale di Massimo Marcolungo segnato da reale sostenibilità.

La sua azienda svolge la funzione su 20 ettari di terreno. Funzione consistente nell’allevamento di decine di migliaia di tacchini alimentati con cereali e patate coltivate nel fondo. Un modello di economia circolare implementato con criteri di sviluppo sostenibile di cui troppi oggi parlano in maniera strumentale.

A quest’azienda sono stati sottratti attraverso l’esproprio 11 ettari su 20 pregiudicandone la sopravvivenza e facendo a pezzi un modello di economia circolare citato quotidianamente sia sui media sia in ambito istituzionale. Assurdo che, di fatto, si espropri del terreno per dichiarata pubblica utilità di un progetto la cui analisi costi benefici ne smantella l’utilità sociale, economica e ambientale. Un paese assurdo.

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