Spread sotto quota 200 come nel luglio 2011, ma il costo reale del debito è maggiore

Lo Spread torna ad occupare le prime pagine dei giornali. Questa volta però la notizia è positiva. Il differenziale tra i Bund decennali tedeschi e i titoli di stato italiani è sceso sotto quota 200 punti.

Lo spread, nella prima settimana del 2014, ha sfondato al ribasso la soglia psicologica dei 200 punti base, testimoniando più fiducia nel rischio paese italiano.

Lo Spread

Sono passati circa due anni da quel «Fate presto» in prima pagina con cui Il Sole 24Ore chiedeva al governo e all’Europa di intervenire per fermare il tracollo del paese. Novembre 2011: lo spread aveva sforato la soglia dei 570 punti base e i tassi d’interesse il tetto di sostenibilità del 7%.

Nel luglio del 2011 lo spread si attestava sotto la soglia dei 200 punti, ma a novembre la situazione era ben diversa. Il premier Silvio Berlusconi travolto dalla sfiducia a livello internazionale e la debacle interna al Parlamento italiano, decise di lasciare il posto al senatore a vita Mario Monti.

Un anno dopo, nell’estate del 2012 lo spread girava ancora pericolosamente intorno ai 500 punti base a causa, secondo gli analisti, della mancanza di competitività e di crescita dell’Italia.

E così arriviamo ad oggi con lo spread attestato a 197 punti.

Chi dobbiamo ringraziare

Piazza affari e l’Italia festeggiano l’abbassamento dello spread che indica maggiore fiducia degli investitori istituzionali e non, nella stabilità del paese.

Si tratta certamente di una notizia positiva, ma ciò non significa che l’Italia sia un paese fuori pericolo, o che la crisi sia passata. La situazione non sarebbe la stessa senza il paracadute europeo dell’OMT, il piano anti-spread creato dalla banca centrale europea per arginare le problematiche dei paesi in crisi. Prevede l’acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario, con lo scopo di ridurre le pressioni derivate dallo spread e placare i timori sui mercati finanziari.

Sarebbe lecito quindi chiedersi, a quanto sarebbe lo spread oggi se non esistesse il salvagente europeo. Nessuno può saperlo, ma gli analisti pensano che potrebbe essere molto più alto.

La stabilità «reale» del paese, depurata dall’effetto positivo del sostegno internazionale, è ancora da tenere sotto controllo.

L’inflazione e il costo reale del debito

Altro fattore di cui parlare volendo fare delle considerazioni sull’abbassamento dello spread è l’inflazione.

Lo spread infatti indica il rischio-paese, la fiducia degli investitori nella sua economia. In un certo senso quindi lo spread è anche legato ai tassi di interesse che lo Stato paga sul proprio debito. Maggiore è lo spread, minore è la fiducia degli investitori che quindi, chiedono maggiori tassi di interesse per acquistare obbligazioni dello stato.

Nel luglio del 2011 quando lo spread era sotto quota 200 punti la variazione dell’indice dei prezzi al consumo era al 2,6% contro lo 0,7% attuale. Oggi quindi, anche se abbiamo tassi nominali più bassi il costo reale del debito è maggiore a causa della minor svalutazione inflativa.

Nel 2011 il costo reale del debito ammontava al 2,1%: interessi al 4,7% sui Btp meno il 2,6% di inflazione. Oggi il costo reale del debito è al 3,4% perché gli interessi sono al 3,94%, ma la svalutazione inflativa allo 0,7%.

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