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di Glauco Maggi

Lo “scoop” a scoppio ritardato del NY Times (17 mesi dopo) sul laptop di Hunter Biden

Glauco Maggi

22 marzo 2022

Lo “scoop” a scoppio ritardato del NY Times (17 mesi dopo) sul laptop di Hunter Biden

Il New York Times torna a parlare dello scandalo che ha visto coinvolto Hunter Biden, figlio del presidente degli Stati Uniti, forse con qualche mese di ritardo?

Il 17 marzo 2022 sarà ricordato nelle scuole di giornalismo. È il giorno in cui il New York Times ha fatto uno “scoop” con 17 mesi di ritardo. Uno scoop che consacrerà il suo ruolo, rivestito ormai da decenni, di inflessibile promotore del partito Democratico.

Che cosa ha pubblicato, di così clamoroso, la Gray Lady, la Signora in Grigio? Un articolo su Hunter Biden. L’occasione è una notizia bancaria-fiscale: il figlio del presidente ha preso un prestito da un milione di dollari per pagare tasse arretrate all’interno di un’inchiesta federale, ancora in corso, che sta indagando sui crimini che Hunter può aver commesso nei suoi traffici d’affari con soci ed enti stranieri.

Ma non è questo il punto. Le attività losche e intrise di conflitti di interesse della famiglia Biden erano note da tempo, anche se soltanto a chi le voleva vedere e teneva gli occhi aperti. La “bomba” scoppiata ora è che, nel 24esimo paragrafo dell’articolo firmato da ben tre giornalisti “investigativi”, si legge quanto segue: “Gente a conoscenza dell’indagine ha detto che i procuratori hanno esaminato le email tra Hunter Biden, Devon Archer (socio di Hunter ndr) e altri personaggi riguardanti la Burisma (la società ucraina del gas che pagò 600mila dollari all’anno a Hunter dal 2015 al 2020 per sedere nel suo consiglio di amministrazione a fare il consulente, ossia nulla, mentre il papà Joe era vice di Obama e ‘gestiva’ l’Ucraina NDR) e altre attività di affari all’estero (in Cina ndr). Queste mail sono state ottenute dal New York Times da una cache di files di un laptop abbandonato (nel 2019 ndr) da Hunter Biden in un negozio di riparazioni di computer del Delaware. Le mail e altro sono stati riconosciuti come autentici da persone che sono familiari con il materiale e con l’investigazione”.

Dunque il computer esiste, ma solo dal 17 marzo 2022. Ora che Biden babbo è da 14 mesi alla Casa Bianca, il New York Times può finalmente sdoganare l’esistenza del computer malandrino del figlio. Il New York Post (gruppo News Corp) aveva ottenuto il disco fisso con le informazioni esplosive sui Biden nell’ottobre 2020, prima del voto presidenziale, e aveva sparato in prima pagina la notizia del laptop e la sua miniera di fatti clamorosi: “Le segrete email dei Biden”, con foto di padre e figlio e il sommario: “Rivelazione: un executive ucraino ringrazia Hunter Biden per l’opportunità di incontrare il papà vicepresidente”.

Di fronte a quel vero scoop, ineccepibile davanti a occhi curiosi e che avrebbe con tutta probabilità minato irreparabilmente le chance di Joe Biden, il fronte della stampa mainstream non ricorse alla sola censura del silenzio. La Cnn dettò la linea della menzogna consapevole con la famigerata intervista all’ex Direttore dell’Intelligence Nazionale del governo Obama-Biden James Clapper. In essa, era di fatto negata l’esistenza fisica del laptop e veniva elaborata la tesi della disinformazione orchestrata dai russi per colpire Biden.

E questa sarebbe diventata la “verità ufficiale”. “Per me, questo è soltanto il manuale del classico spionaggio sovietico russo al lavoro”, scandì Clapper.

Era disinformazione russa? Allora andava condannata, ridicolizzata, allontanata dai “seri” canali di comunicazione. Così fecero eco al New York Times tanti epigoni, negli Usa e in Europa. Twitter e Facebook scesero in campo, a loro imperitura vergogna di ex vestali dell’ “Internet libero”, addirittura vietando la circolazione della notizia e la riproduzione dell’inchiesta apparsa sul New York Post. Il giornale, fondato da Alexander Hamilton, il più anziano negli Stati Uniti a essere continuamente pubblicato dalla sua nascita, ha subito un affronto storico che si è trasformato in un distintivo d’onore. Da Premio Pulitzer.

Stento a credere ancora oggi che nell’America dei Primo Emendamento alcuni giovanotti, impiegati come controllori della verità delle informazioni per conto dei big dell’High Tech, abbiano potuto compiere un’azione di repressione mediatica degna del regime di Putin. Ma poi devo ammettere che Mark Zuckerberg e compagni sono solo i discepoli di tanto maestro, il New York Times.
Fosse solo un caso di mala informazione di per sé, comunque, passi. Soprattutto perché è l’ennesimo di una testata che, cito uno scempio storico, negli Anni 30 il Pulitzer lo prese, scandalosamente, grazie al suo corrispondente da Mosca Walter Duranty. Il merito? Aver negato la carestia staliniana che uccise oltre 3 milioni di ucraini.

Ma il fatto è che, con questa operazione, New York Times e affiliati hanno svolto un ruolo attivo nel condizionare le elezioni del novembre 2020. Il laptop conteneva foto di Hunter, noto consumatore di droghe, che faceva sesso con prostitute. Ma questo è niente: le sporche azioni dei figli non devono ricadere sui padri, anche se non gli fanno certo edificante pubblicità. Ciò che sarebbe stato deflagrante per i votanti era ben altro: la testimonianza di Tony Bobulinski, ex ufficiale della marina, manager ed ex partner di Hunter, che lo aveva voluto quale Ceo di una joint-venture creata con un influente dirigente comunista cinese alla guida di una conglomerata del settore energetico. Bobulinski, prima del voto, raccontò la partnership coi Biden, e spiegò che erano autentiche molte delle email estratte dal laptop. Per il semplice fatto che lui era citato negli scambi. In una mail, indirizzata allo stesso Bobulinski, a Hunter, a Jim Biden (fratello di Joe) e a due altri soci, c’era il dettaglio di come i cinque si sarebbero spartiti i guadagni dell’impresa. Quattro soci, tra cui Hunter, avrebbero intascato il 20% ciascuno. Un 10% sarebbe andato a Jim Biden, e il 10% restante sarebbe andato a H (Hunter), che l’avrebbe incassato “per il big guy”. Bobulinski ha specificato che Joe Biden era il “big guy”, il “grande tizio” del gruppo, e nessuno della famiglia Biden lo ha mai negato. Del resto sarebbe stato stupido il farlo. Perché, ricorda Michael Goodwin sul New York Post del 18 marzo, “Bobulinski andò all’Fbi con le sue informazioni e consegnò loro tutti i suoi strumenti elettronici. Questo è presumibilmente parte della interminabile indagine su Hunter che prosegue”.

L’ex Ceo di Hunter, Bobulinski, ha anche raccontato personalmente a Goodwin che nel maggio del 2017 si incontrò con Joe Biden per discutere dell’affare con la Cina. A quel tempo Joe non era più alla Casa Bianca e fu informato dei particolari dell’impresa del figlio. Ricordate quando Biden sostenne in campagna elettorale di non aver mai saputo niente dei business di Hunter? È un’altra interessante storia che adesso i giornalisti “investigatori” del New York Times potrebbero approfondire. Sempre che non aspettino a farlo fino a dopo le prossime elezioni del 2024, visto che Biden ha intenzione di ricandidarsi.

Il Media Research Center, organizzazione filo-conservatore, aveva condotto un sondaggio su un campione di elettori di alcuni stati swing, incerti, dopo il voto del 2020. Ha scoperto che il 45% degli elettori di Biden, al momento di entrare in cabina, non era al corrente degli scandali finanziari del figlio Hunter, e di come i suoi affari si fossero intrecciati per anni con il lavoro del padre mentre Joe era vicepresidente. Il sondaggio copre anche altri episodi rilevanti della politica americana prima del voto, tutti negativi per i Democratici e ignorati da molti. Per esempio il 35% non sapeva nulla delle accuse di Tara Reade, la stagista che aveva accusato Joe Biden di averla pesantemente assalita sessualmente. E il 50,5% ignorava che gli Stati Uniti erano diventati esportatori netti di petrolio nel 2019, grazie alle politiche del governo repubblicano. E il 45% ignorava i Patti della Pace di Abramo tra Israele e 4 paesi arabi, iniziativa sponsorizzata da Trump.

Quanto valgono in voti, uno per uno, tutti questi “vuoti di conoscenza” non è calcolabile. La loro ignoranza presso una parte rilevante del pubblico ha però innegabilmente danneggiato Trump e favorito Biden. Trump sbaglia di grosso a insistere nel dire di essere stato truffato ai seggi. Lì ha perso per demeriti suoi, punto. Invece bisogna dare atto al New York Times, e alla stampa in generale del mainstream, che è stato molto efficace l’impegno nell’avere spudoratamente abbandonato l’etica della onesta informazione sul candidato presidente preferito. Questa vergogna, sì che ha pagato.

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Glauco Maggi

Giornalista dal 1978, vive a New York dal 2000 ed è l'occhio e la penna italiana in fatto di politica, finanza ed economia americana per varie testate nazionali