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di Glauco Maggi

Quadri astratti ma soldi veri: chi finanzia Hunter Biden?

Glauco Maggi

18 ottobre 2021

Quadri astratti ma soldi veri: chi finanzia Hunter Biden?

Ancora una volta al centro dell’attenzione mediatica c’è, o meglio dovrebbe esserci, Hunter Biden. Il figlio del presidente ha organizzato un evento vendendo alcuni sui quadri per circa 357 mila dollari, ma nessuno vuole rivelare chi li ha acquistati.

La stampa mainstream americana ( New York Times, Washington Post, CNN e compagnia varia) deve continuare a proteggere Hunter Biden, il figlio dell’attuale presidente in carica, e l’impresa è titanica e imbarazzante. Si dirà che hanno sempre fatto così a favore dei leader Democratici e loro famigliari, ma uno si illude che ci possa essere in qualche caso un sussulto d’onore, un limite alla indecenza professionale. Invece no. Evidentemente, fino a quando il papà Joe è alla Casa Bianca e si considera in corsa per una conferma nel 2024, il suo giovanotto di 51 anni è intoccabile, qualsiasi cosa combini.

Stavolta, Hunter ha stretto un accordo, con il placet della Casa Bianca, con una galleria d’arte di amici per vendere i suoi quadri. L’ultima carriera che ha intrapreso il “primo figlio” è quella del pittore. In bocca al lupo! Il bello, però, è che al primo evento per presentare le sue opere astratte, curato dalla Georges Berges a Los Angeles, tra i 200 invitati di Hunter spiccava il sindaco Eric Garcetti, politico Democratico scelto da Joe per diventare ambasciatore in India. E che la casa d’arte ha fatto sapere che non intende rivelare chi sono stati i compratori dei primi 5 pezzi in vendita (le valutazioni vanno da 75mila dollari a mezzo milione, secondo la Georges Berges, e 375 mila pare sia stato il primo incasso). E che la Casa Bianca sostiene che non sa e non saprà mai chi sono, e che non gli interessa.

Testualmente, l’addetta stampa di Joe, Jen Psaki, ha detto a un giornalista “che l’amministrazione Biden non sa chi acquista i dipinti. É una decisione della George Berges. Hai un’altra domanda? Succedono tante cose nel mondo…”, e ha troncato sgarbatamente l’argomento.

É ovvio che le persone normali hanno tratto la sola conclusione logica da questo “mercato”: è un ridicolo tentativo di far arrivare ad Hunter pagamenti, di ammontare a piacere, nascondendo da chi vengono. La puzza di bruciato è stata avvertita, e denunciata, da esperti di legge, di arte, e di etica, di ogni colore politico.

Walter Shaub, direttore dell’Ufficio per l’etica del governo USA sotto il presidente Barack Obama, ha detto che «Hunter Biden dovrebbe annullare queste vendite d’arte perché sa che i prezzi si basano sul lavoro che fa suo padre. Vergogna su Biden se non chiede al figlio di fermarsi. Ma se non ci riesce deve esigere che i nomi degli acquirenti siano rilasciati e impegnarsi a dare notizia se un acquirente incontra qualche funzionario della sua amministrazione”.

Richard Painter, avvocato consulente di etica per il presidente George W. Bush, ha detto che, trattandosi del figlio di un presidente, la trasparenza sull’identità di chi compra dovrebbe essere piena. Non solo. Secondo Painter, Hunter e i suoi incaricati dovrebbero anche firmare impegni»per garantire che queste persone non possano accedere alla Casa Bianca”. Infine, la neutrale esperta di etica legale Kathleen Clark, professoressa alla Washington University School of Law, ha dichiarato a Politico Magazine che la trovata di Hunter Biden per come vendere ad alto prezzo i suoi dipinti è “pazza”. L’idea dell’anonimato, per Clark, “lascia l’amministrazione oggetto dell’accusa che le persone compreranno influenza su Joe comprando i dipinti di Hunter Biden a prezzi che potrebbero essere gonfiati. Mantenere segreti il prezzo e l’identità degli acquirenti non è la via per dare alla gente la fiducia che non sia in corso una corruzione. È bizzarro che sia questa la soluzione che hanno trovato alla Casa Bianca.”

Eppure, quando un giornalista del New York Post ha chiesto giorni fa a Joe Biden se fosse preoccupato per la potenziale accusa di un tentativo di corruzione connesso alle vendite delle opere del figlio a persone in realtà soltanto interessate a fare un favore alla Casa Bianca, il presidente è stato sprezzante: “Ma mi stai prendendo in giro?”, ha ribattuto. Evidentemente si sente invincibile, Joe. Del resto, si ricorda di essere scampato senza danni, quando stava correndo per la presidenza, allo scandalo ben più clamoroso dei milioni incassati torbidamente da quello stesso figlio in Ukraina. Hunter faceva il ‘dirigente’ della Burisma, ditta parastatale di gas naturale di Kiev, senza sapere niente del business e della lingua, ma grazie al fatto che il babbo era allora il vicepresidente USA. Non successe nulla, né al figlio né al babbo.

Anche dopo, peraltro, la stampa mainstream fece scudo contro i fatti. Fu quando spuntò’ il famigerato laptop che Hunter aveva portato a riparare in un negozio del Delaware, e abbandonato poi senza pagare. Il negoziante, che per consuetudine commerciale ne era diventato il legittimo possessore, lo “apri’” e vi trovò una miniera di rivelazioni sull’illustre cliente sparito dalla circolazione. Consegnò il laptop all’FBI che lo conservò per due anni senza fare nulla (ma bisogna ricordare che razza di FBI fosse quella di quel periodo…). Tra l’altro, nei files c’erano gli accordi di Biden per creare società miste con aziende e figure del partito comunista cinese, e perfino il coinvolgimento di Joe in programmi di pagamenti futuri, per lui, del 10%. “10 held by H for the big guy”, si legge, dove H è Hunter e big guy, grande uomo, è Biden. La testimonianza, con documentazione, è dell’ex socio di Hunter, Tony Bobulinski, che l’ha data di persona in una intervista su Fox News, mai smentita ma mai ripresa da altri media.

C’era insomma un sacco di roba che, fosse arrivata ai giornali del mainstream, avrebbe seppellito la carriera di qualunque leader del GOP se si fosse trovato in quegli stessi panni. Invece c’era di mezzo la famiglia DEM dei Biden. Lo scoop comunque ci fu, per la verità, ma lo fece il quotidiano sbagliato, il New York Post. La pubblicazione estesa del contenuto del computer che inchiodava Hunter e il papà meritava il Pulitzer. Invece il giornale (di orientamento conservatore, fa parte della News Corporation di Rupert Murdoch insieme a Fox News) non fu solo ignorato dalla stampa mainstream. I contenuti inoppugnabili, cioè i fatti, furono ostracizzati, smentiti, ridicolizzati vergognosamente come “disinformazione russa”. Persino accusati di provenire da un hackeraggio illecito.

Le elezioni erano imminenti, e Biden avrebbe rischiato seriamente di perderle senza quella totale censura e quelle distorsioni in mala fede dell’establishment. La vicenda resterà come una macchia nella Storia della stampa americana. Ora è passato un anno esatto da quel solitario e bistrattato colpaccio giornalistico del New York Post. E se il silenzio attorno alle rivelazioni sui misfatti dei Biden è stata una tragedia nel 2020, adesso si è trasformata in farsa.

Volete che il presidente Joe, che uscì indenne dalle accuse di assalti sessuali della stagista Tara Reade e dai citati affari ucrauino-cinesi del figlio e suoi, si scomponga per 375mila dollari pagati da “ignoti” al suo viziato erede? Certo che no. Infatti Hunter ha programmato un altro evento l’anno prossimo a New York, con la stessa galleria.

La vicenda degli acquirenti senza volto delle tele di un dilettante “figlio di” sembrerebbe fatta apposta per risvegliare, nei cronisti d’assalto del New York Times che nei 4 anni di Trump al potere (e pure prima e dopo) erano diventati segugi spietati, una identica curiosità senza sconti sui segreti pelosi della famiglia del presidente attuale. Per ora, non è uscito alcun nome di estimatori solventi del Biden Junior. Vedremo. Sarebbe un bene per la faccia (residua) dei media americani.

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Glauco Maggi

Giornalista dal 1978, vive a New York dal 2000 ed è l'occhio e la penna italiana in fatto di politica, finanza ed economia americana per varie testate nazionali

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