Il clamoroso crollo del petrolio, la disfatta del rublo, le sanzioni economiche e la recessione in vista fanno della Russia un serio rischio a livello globale nel 2015
La Russia continua ad essere quello che l’agenzia di rating Standard & Poor’s definisce come il “top geopolitical risk” per il 2015 a causa della caduta senza freni del rublo, deflussi di capitali record, crollo dei prezzi del petrolio e aspettative di recessione. Dopo l’annessione della penisola della Crimea, sottratta all’Ucraina a marzo scorso, le tensioni geopolitiche con Kiev e con tutto l’Occidente sono salite su livelli d’allerta che non si vedevano dai tempi della Guerra Fredda. Europa e Stati Uniti hanno inflitto a Mosca pesanti sanzioni economiche, additando al Cremlino le principali responsabilità nel conflitto in Ucraina.
L’economia russa, già in stagnazione, finirà in recessione nel 2015. L’inflazione è attesa quest’anno al 9%, anche se il premier Vladimir Putin si è detto pronto a rispedirla intorno al 4%. La banca centrale russa ha speso da inizio anno un quinto delle riserve valutarie per difendere la moneta nazionale (senza alcun esito positivo). Inoltre il crollo del greggio a quasi 60$ al barile avrà un impatto molto negativo sulle entrate fiscali del paese, visto che la metà del bilancio statale viene coperto dalle entrate energetiche. La fuoriuscita di capitali dal paese dovrebbe raggiungere i 125 miliardi di dollari a fine anno, dopo i deflussi dello scorso anno pari a 61 miliardi.
Il valore del rublo è in costante diminuzione e da tempo sui minimi storici. Putin ha così chiesto alla banca centrale di intervenire in difesa della moneta “per togliere la voglia agli speculatori di giocare con le fluttuazioni” del rublo. Tuttavia nella mente degli investitori è tornato d’attualità il ricordo poco piacevole del 1998, quando Mosca dichiarò default sul debito sovrano nonostante gli aiuti del FMI. Allora la borsa russa perse il 75% del proprio valore, mentre il tasso di inflazione schizzò alle stelle toccando punte clamorose intorno all’80% su base annua. Molte banche chiusero i battenti e oltre 40 milioni di russi finirono per ritrovarsi in condizioni di povertà.
Nel 2015 qualche analista finanziario intravede il rischio crack come 16 anni fa, anche se molti esperti fanno notare che oggi l’economia russa è molto più solida e diversificata di allora (quando era ancora in fase di transizione al libero mercato da economia pianificata). Inoltre le riserve valutarie, oggi a circa 420 miliardi di dollari (compreso alcuni fondi sovrani), sono nettamente maggiori rispetto al ’98. Le difficoltà restano, ma il paese può contare tra l’altro su un debito pubblico tra i più bassi al mondo (appena il 10% del pil, l’Italia invece è al 133% circa, ndr) e costi per difendere la valuta comunque contenuti. Il rischio crack esiste, ma rispetto a 16 anni fa le probabilità che Mosca possa finire in default sono decisamente più basse.