Referendum Grecia, vince il no: le scelte della BCE e la volatilità dei mercati finanziari

Il referendum in Grecia decreta una chiara vittoria del No e apre un nuovo capitolo nella complicata vicenda greca dove sarà la BCE ad avere il ruolo più delicato nel tentativo di mantenere la stabilità sui mercati finanziari.

Dal referendum tenutosi ieri in Grecia emerge una netta vittoria del No con oltre il 61% delle preferenze e, come ha notato anche il Presidente della Repubblica Mattarella, si aprono scenari inediti che destano grande preoccupazione in tutti gli Stati europei.

Al di là del significato politico, tutt’altro che irrilevante, che il referendum greco porta con se, è opportuno concentrarsi su quelle che saranno, dalla giornata di oggi e durante le prossime settimane le maggiori conseguenze sui mercati finanziari e quali sono i maggiori fattori di incidenza su di essi.

Grecia e mercati finanziari
Nessuno sa con certezza cosa accadrà oggi sulle piazze europee, quel che è certo è che da oggi fino al 20 luglio si apre un periodo contrassegnato da elevata instabilità e volatilità dove i rischi maggiori sono sostanzialmente due:

  • un pesante indebolimento dell’euro nei confronti delle principali valute di riferimento, ovvero dollaro USA e Yen. Per gli investitori americani e giapponesi, infatti, uno scenario di instabilità politica è quanto di peggio ci si possa aspettare dall’Europa;
  • un consistente aumento del rendimento del BTp decennale, fino al 3% con uno spread tra BTp e Bund tedesco che potrebbe raggiungere anche quota 200-250 punti base dagli attuali 140-150: in questo caso sarebbero le crescenti incertezze legate alla possibile insolvenza greca a determinare uno scenario peggiore dove il debito pubblico dei principali paesi dell’Eurozona, Italia inclusa, crescerebbe consistentemente e risulterebbe più difficile da gestire, dal momento che anche gli interessi sui titoli di stato sarebbero più onerosi;

Grecia: perché le prossime scelte della BCE saranno determinanti
Al di là dell’Eurogruppo di domani e delle possibili scelte politiche che l’Europa potrebbe mettere in campo, in seguito all’esito del referendum greco, sono le scelte della BCE che diventeranno determinanti per frenare la volatilità dei mercati.
Già nel tardo pomeriggio di ieri, quando sono stati diffusi i primi dati riguardanti l’esito del voto greco, la Banca Centrale Greca ha richiesto alla BCE un’estensione delle risorse del fondo Ela che consentissero alle Banche greche, chiuse anche oggi, di riaprire e di far fronte alle richieste dei correntisti, al momento limitate a 60 euro al giorno.
La necessità di un nuovo programma di aiuti che consenta di far ripartire l’economia greca diviene sempre più necessario, però, non tanto per i problemi interni quanto per i prossimi debiti che la Grecia ha in scadenza. Un accordo a livello politico dovrà essere raggiunto molto in fretta, non tanto perché la Grecia, dopo i risultati del referundum ha più voce in capitolo e un margine di trattativa più ampio, quanto perché la data del prossimo 20 luglio potrebbe essere quella in cui il default greco potrebbe concretizzarsi e diverrebbe inevitabile. Vediamo perché.
Il fatto che la Grecia nei giorni scorsi non abbia rimborsato 1,6 mld di euro non ha dato luogo a un default ma solo a un mancato pagamento e anche gli altri creditori non hanno richiesto alla Grecia il pagamento dei debiti attualmente in essere.
La data del 20 Luglio è, però, cruciale per la Grecia dal momento che tra 15 giorni andranno in scadenza circa 3,5 mld di titoli di Stato, acquistati dalla BCE, a cui vanno aggiunti 695 milioni di euro di interessi. Questo debito con la BCE potrebbe essere estinto in due soli modi o con un prestito ponte o con una ristrutturazione del debito come la Grecia chiede da tempo.
Se i titoli di stato greci in mano alla BCE non fossero rimborsati il prossimo 20 luglio, si concretizzerebbe un default vero e proprio, dal momento che tutti i titoli emessi dalla Grecia sarebbero considerati insolventi. Si tratta non solo dei titoli di stato acquistati dalla BCE ma anche dei titoli di stato acquistati dalle Banche commerciali greche e utilizzati come garanzia collaterale di fronte alla stessa BCE, per i prestiti ottenuti attraverso il fondo ELA, per la liquidità di emergenza, il fondo che in queste ultime settimane ha praticamente tenuto in vita il sistema bancario greco.
Se si concretizzasse un mancato pagamento dei titoli di stato greci e un conseguenze effetto a catena che porterebbe con sé una revisione al ribasso del rating greco, inoltre, anche la BCE sarebbe costretta a richiedere alle banche commerciali greche la restituzione dei prestiti concessi (34 miliardi sotto forma di prestiti standard e 89 miliardi con il fondo Ela).
Le banche greche, allora, essendo ormai prive di liquidità (viene stimato che alle banche greche sia rimasto in totale un miliardo di euro) chiederebbero aiuto allo Stato greco che, di nuovo, essendo senza liquidità dovrebbe fronteggiare una situazione di bancarotta o richiedendo aiuti economici all’Europa a condizioni che non riuscirebbe ad accettare, oppure sarebbe costretto a uscire dall’Euro.
Si tratta di una situazione del tutto inedita dal momento che non è mai avvenuto che uno stato europeo non sia in grado di restituire i titoli di stato detenuti dalla BCE. La BCE ha già fatto sapere che già da oggi farà di tutto per scongiurare questo pericolo ma è certo che, accanto alla volontà della BCE, occorre sempre più urgentemente un accordo politico che consenta di evitare il default greco e la volatilità finanziaria dei mercati; occorrerà ora capire se tale accordo politico si concretizzerà effettivamente e in quale forma, se sarà varato un nuovo piano di aiuti o se il debito pubblico greco sarà ristrutturato.

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