Questi dati spiegano il vero motivo delle proteste in Francia

Raphael Raduzzi

21 Luglio 2023 - 08:00

Qual è il nesso tra le proteste che per giorni hanno devastato le principali città in Francia e l’andamento della situazione economica? Anche la società francese si sta impoverendo?

Questi dati spiegano il vero motivo delle proteste in Francia

Sono passate ormai alcune settimane dai terribili scontri a cui abbiamo assistito nelle principali città francesi. Per giorni abbiamo visto scene da vera e propria guerra civile, con assalti ai supermercati, devastazioni di mezzi pubblici e auto incendiate. Il costo dei danni ha ampiamente superato il miliardo di euro secondo molte stime.

Tutto ciò ha recentemente portato al varo di una serie di misure di sicurezza preventiva che, per certi versi, ricordano i libri di fantasia di George Orwell: il ministero della Giustizia francese ha infatti avviato l’iter normativo che consentirà alla polizia di accedere agli smartphone dei cittadini sospettati di reati che prevedono almeno 5 anni di galera.

La miccia che ha fatto esplodere le proteste è stata la brutale morte del giovane minorenne Nahel Merzouk per mano della polizia francese.

Ma quali sono le ragioni profonde della protesta che ha incendiato la Francia? Molti commentatori si sono giustamente soffermati sul dilagare di fenomeni del genere tra le forze dell’ordine, su una società che appare sempre più violenta anche a causa della segregazione delle minoranze etniche nelle periferie delle grandi città, le famose banlieue. Altri ancora si sono soffermati sul fenomeno dell’immigrazione incontrollata e della (cattiva) integrazione.

Come spesso accade, però, un pezzo del puzzle è stato forse tralasciato o quantomeno minimizzato. E riguarda l’impoverimento generale della società francese.

Se a livello macroeconomico la crescita del PIL francese è stimata per quest’anno leggermente sotto la media dell’eurozona (0,7% contro 0,8%) ciò che preoccupa maggiormente è il crescente deficit commerciale francese. Come fatto recentemente notare da Robin Brooks, già economista presso Goldmann Sachs, escluso l’annus horribilis del 2022 con i prezzi energetici alle stelle, l’ultimo dato disponibile di maggio 2023 ha fatto segnare il record negativo per la bilancia commerciale: meno 10 miliardi in appena un mese.

Bilancia commerciale paesi dell'eurozona Bilancia commerciale paesi dell’eurozona Bilancia commerciale dei paesi dell'eurozona

A ciò si accompagna un indebitamento delle famiglie francesi che, secondo i dati OCSE, ha raggiunto il 126% del PIL. Una situazione tutt’altro che rosea se pensiamo alle crisi del passato, come quella dell’eurozona all’inizio dello scorso decennio, quando fu proprio il connubio tra indebitamento privato ed estero ad innescare il panico nei mercati e la crisi dell’euro.

Debito delle famiglie Debito delle famiglie Debito delle famiglie dei paesi OCSE in rapporto al PIL

In aggiunta, ad appesantire la situazione ci sono altri due fattori: l’inflazione e l’aumento dei tassi d’interesse. La prima ha contribuito ad erodere i salari reali dei cittadini francesi, che storicamente hanno visto una crescita piuttosto sostenuta, ma che, stando ai dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, dal 2020 al 2022 sono diminuiti di quasi il 5%. E purtroppo anche le previsioni per quest’anno non sembrano rosee.

Indice dei salari reali Indice dei salari reali Indice di crescita dei salari reali dei paesi avanzati del G20

Dall’altro lato, i continui aumenti del tasso d’interessi decisi da Madame Lagarde, ex ministra dell’economia proprio nel Paese d’oltralpe, stanno iniziando ad impattare pesantemente sulla vita dei cittadini. Ho già citato il rilevante peso del debito privato per le famiglie francesi, ma anche l’industria manifatturiera sta rallentando. Lo segnala l’indice PMI (Purchasing Manager’s Index) che misura il livello di attività dei gestori delle vendite nel settore manifatturiero: un livello inferiore a 50 segnala una recessione nel settore, sopra 50 un’espansione dell’attività. L’indice PMI francese per il settore manifatturiero segnala un rallentamento da febbraio.

A corroborare questi dati negli ultimi giorni è stato pubblicato un report della società di consulenza Altares. I fallimenti aziendali hanno raggiunto il picco del 2016 e sono aumentati nel secondo trimestre del 2023 del 35%: da 9.826 a 13.226.

Certo, collegare direttamente le proteste delle ultime settimane al quadro economico sempre più fosco forse risulta azzardato. Ma lo sarebbe pure negare che anche questo elemento ha contribuito ad innescare quella rabbia sociale che ha investito la Francia. Dopotutto, anche sul Wall Street Journal in queste giornate è apparso un pezzo di Tom Fairless dal titolo inequivocabile: “Gli Europei stanno diventando sempre più poveri”.

E allora c’è da sperare che qualcuno, invece di invocare ed attuare misure di controllo sociale sempre più asfissianti, capisca meglio questi dati, perché, come recitava Leonardo Di Caprio sul set del Titanic: “Quando non hai niente, non hai niente da perdere”.

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