Puglia, causa Covid è allarme ospedali: cosa sta succedendo?

Antonio Cosenza

23 Marzo 2021 - 11:06

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In Puglia il sistema sanitario è allo stremo: quasi il 50% dei posti letto è occupato, nelle terapie intensive superata la soglia critica.

Puglia, causa Covid è allarme ospedali: cosa sta succedendo?

In Puglia è allarme ospedali visto l’aumento senza sosta dei pazienti con Covid.

Prima il Molise, adesso la Puglia: il coronavirus sta mettendo in difficoltà il sistema sanitario specialmente nel Sud Italia. La terza ondata in Puglia ha colpito forte, tant’è che in molti ospedali si registra una situazione critica.

Sono diverse le testimonianze raccolte dal Fatto Quotidiano che ci raccontano di una situazione di crisi molto più grave rispetto a quella che la Puglia ha attraversato nella prima e nella seconda ondata.

Al momento la Regione è in zona rossa e si spera che le nuove restrizioni possano dare il prima possibile il loro contributo, così da garantire un po’ di respiro al sistema sanitario pugliese.

Covid, è allarme ospedali in Puglia: cosa sta succedendo

In diversi ospedali pugliesi la situazione è di massima allerta. Questo sabato, ad esempio, il responsabile del Pronto Soccorso dell’Ospedale San Paolo di Bari, il dottor Guido Quaranta, ha inviato una mail alla centrale operativa del 118 con cui ha descritto una situazione di notevole difficoltà, con la richiesta di valutare il trasporto di pazienti positivi anche negli ospedali Covid free.

Nel dettaglio, nel Pronto Soccorso i posti letto sono ormai saturi, con circa 34 persone in attesa di un ricovero. Circa l’80% sono ventilati, e ce ne sono tre per ogni stanza con pazienti anche nel corridoio. L’ospedale non ha più la possibilità di ventilare per mancanza di bocchettoni, con molti pazienti al limite di intubazione.

Ma non è l’unico ospedale in difficoltà, tant’è che sindacati e associazioni non utilizzano mezzi termini per raccontare di una situazione critica che al momento non permette molto spazio di manovra.

Lo conferma il dottor Antonio Amendola, presidente Aaroi-Emac Puglia, sindacato degli anestesisti, il quale teme che la situazione possa ancora peggiorare nelle prossime settimane. Il che sarebbe gravissimo: tra il 7 e il 21 marzo il numero dei ricoverati con sintomi è già cresciuto di circa 300 unità (passando da 1.203 a 1.683) mentre quelli in terapia intensiva sono aumentati da 155 a 212.

Numeri che portano la Puglia ben oltre la soglia critica individuata dal Governo: al momento, infatti, il 46% dei posti disponibili in area medica è occupato da pazienti con Covid, il 37% se si guarda solamente alla terapia intensiva.

Sospesi i congedi ordinari per il personale sanitario

Una situazione di emergenza che ancora una volta grava sulle spalle del personale sanitario, costretto a turni di lavoro lunghissimi senza possibilità di permessi. Ad esempio, al Policlinico di Bari sono stati sospesi i congedi ordinari per tutto il mese di aprile e comunque “fino a quando non ci sarà il ripristino delle condizioni di normalità assistenziale”.

Il tutto al fine di, visto il sovraffollamento nelle strutture sanitarie, “assicurare standard sufficienti per la sicurezza di pazienti e operatori”.

Un anno dopo in Puglia è vera emergenza

Ad un anno di distanza la situazione in Puglia è persino più grave rispetto alla prima ondata. “Questa volta l’epidemia ci ha investito come un treno” - ammette Nicola Gaballo, referente 118 della Federazione medici di medicina generale Puglia - “i numeri fanno paura e la carenza di organizzazione si traduce in vite umane perse”.

Quel che manca è specialmente un protocollo per il trasferimento dei pazienti dal Pronto Soccorso alle strutture sanitarie della Regione; è proprio nella prima fase, infatti, che la procedura si blocca impedendo al Pronto Soccorso di essere reattivo e fornire l’assistenza necessaria ai pazienti con Covid.

Il problema è che in Puglia manca il personale; la dotazione organica è inadeguata per rispondere all’emergenza in maniera rapida, con la Regione che ha la colpa di aver lasciato “fuggire in estate gli specializzandi alla scadenza delle loro borse”, i quali ora sono tutti impiegati in altre parti d’Italia.

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