La tempesta Vaia, nell’ottobre 2018, è stata uno spartiacque per le foreste alpine orientali. Raffiche eccezionali hanno abbattuto milioni di alberi, ma il vero impatto – ambientale ed economico – si è manifestato negli anni successivi, con l’esplosione del bostrico tipografo (Ips typographus). Un insetto noto da sempre ai forestali, diventato però un fattore di crisi sistemica in un contesto di cambiamento climatico e gestione incerta del bosco.
Nelle Dolomiti orientali italiane, tra Trentino, Veneto e Friuli Venezia Giulia, Vaia ha colpito oltre 40.000 ettari di foreste, con 8–9 milioni di metri cubi di legname abbattuto. I danni complessivi, considerando anche infrastrutture e indotto, sono stati stimati in oltre 3 miliardi di euro. Ma questo è stato solo l’inizio.
L’immissione improvvisa di enormi volumi di legname ha prodotto un primo effetto immediato: saturazione del mercato. I prezzi del legno d’abete sono crollati, mettendo in difficoltà proprietari forestali, imprese boschive e segherie. Molto materiale è stato venduto a prezzi ribassati o è rimasto a terra troppo a lungo, diventando inutilizzabile dal punto di vista commerciale.
In termini economici, Vaia ha mostrato quanto fragile sia la filiera del legno alpino di fronte a shock improvvisi. Ma la vera criticità è arrivata dopo, quando il legname schiantato e gli alberi indeboliti hanno offerto al bostrico un ambiente ideale per proliferare.
Negli anni successivi a Vaia, il bostrico ha causato una mortalità diffusa anche negli alberi rimasti in piedi. I numeri sono indicativi:
- nelle aree dolomitiche più colpite della Provincia autonoma di Trento, si stimano circa 2 milioni di metri cubi di alberi uccisi dal bostrico su oltre 10.000 ettari
- le superfici infestate sono cresciute rapidamente, passando da poche centinaia di ettari nel 2019 a oltre 4.000 ettari nel giro di tre anni
- in alcuni anni, i volumi di legname danneggiato hanno superato 800.000 m³, ben oltre i livelli di utilizzazione ordinaria pre-Vaia
Questi dati hanno un significato economico preciso: perdita di valore del patrimonio forestale, aumento dei costi di esbosco in condizioni difficili, spese aggiuntive per tagli sanitari e ripristino. A tutto questo si somma un costo meno visibile, ma cruciale: la perdita della funzione protettiva del bosco contro frane, valanghe e dissesto idrogeologico.
La diffusione del bostrico non è stata uniforme. Sappada, ad esempio, ha beneficiato di una risposta relativamente tempestiva, con rimozione del legname schiantato e interventi fitosanitari mirati. Il bostrico è arrivato, ma non ha raggiunto livelli epidemici paragonabili ad altre zone.
Situazione simile a San Candido e in Alta Pusteria, dove la tradizione di gestione forestale attiva ha consentito un contenimento più efficace del fenomeno, pur in un contesto climatico sfavorevole.
Diverso il caso di Cortina d’Ampezzo, dove vincoli paesaggistici, pressione turistica e timori di conflitto mediatico hanno rallentato gli interventi. Qui il bostrico ha trovato spazio per estendersi anche oltre le aree direttamente colpite dal vento, trasformando un danno iniziale in una criticità di lungo periodo.
Il confronto con Austria e Alpi bavaresi è spesso presentato in modo ideologico. In realtà, anche oltre confine i numeri sono imponenti: milioni di metri cubi di legname danneggiato dal bostrico negli ultimi anni, con picchi significativi già nel 2018 e nuove ondate tra 2021 e 2022.
La differenza sta nel tempo di reazione. In molte regioni austriache e bavaresi, la rimozione del legname infestato è stata rapida, i tagli sanitari sono stati applicati senza esitazioni e il coordinamento tra enti ha limitato la diffusione.
Ciò, tuttavia, non significa immunità. A Maria Luggau (Lesachtal), area montana logisticamente complessa, il bostrico ha prodotto danni estesi (constatati de visu dallo scrivente), in alcuni casi sicuramente non inferiori a quelli osservati, ad esempio, nella vicina Sappada (distante solo 7–8 chilometri in linea d’aria). È la prova che nemmeno i sistemi più efficienti possono eliminare il rischio.
Il nodo emerso dopo Vaia è prima di tutto economico e gestionale. Dove il bosco è considerato un asset produttivo e una infrastruttura di sicurezza, il danno resta circoscritto e i costi vengono assorbiti nel tempo. Dove invece prevalgono inerzia decisionale, timore del conflitto e un non-intervento elevato a principio, il costo non scompare ma si accumula, spesso in forma amplificata. È una dinamica già osservata anche fuori dall’Europa: nei boschi della California, decenni di politiche improntate alla soppressione degli incendi e alla convinzione che gli ecosistemi forestali potessero autoregolarsi hanno ridotto la gestione preventiva, contribuendo a incendi più frequenti, più estesi e molto più costosi per le finanze pubbliche. In contesti diversi, la lezione è la stessa: rinviare la gestione non elimina il rischio, ma ne sposta e moltiplica il prezzo nel tempo.
Il bostrico non è una calamità imprevedibile. È un fenomeno noto, accelerato dal clima e amplificato dalla gestione. Vaia ha reso evidente che la tutela del bosco non può essere solo simbolica o paesaggistica.
Nelle Dolomiti, la gestione forestale è una scelta economica, prima ancora che ambientale. E come tutte le scelte economiche, ha un prezzo. La differenza è semplice: pagare oggi per contenere il problema o pagare domani per subirlo.