Petrolio in forte rialzo: ecco perché la guerra tra Arabia Saudita e Yemen sta infiammando i mercati finanziari

Guerra aperta tra Arabia Saudita e Yemen con forti ripercussioni sul prezzo del petrolio che da ieri ha iniziato una risalita vertiginosa e sta determinando, questa mattina una seduta negativa a Wall Street: ecco quali sono le variabili in gioco e le possibili conseguenze finanziare di questa azione militare.

Iniziata ieri un’operazione militare su larga scala che vede contrapposta l’Arabia Saudita, a capo di una coalizione di dieci Paesi Arabi, contro lo Yemen. Una guerra lampo che sta causando preoccupanti effetti non solo nello scenario geopolitico mediorientale ma anche sull’andamento del prezzo del petrolio e, soprattutto, sull’andamento delle piazze finanziarie internazionali, Wall Street in testa.

Per comprendere quel che sta succedendo occorre, quindi, cogliere le coordinate fondamentali di questo conflitto e comprendere perché le conseguenze potrebbero andare ben oltre il piano militare, influendo anche sui mercati finanziari e sulle scelte macroeconomiche statunitensi.

Il conflitto tra Arabia e Yemen
In conflitto tra Arabia e Yemen è l’ultima variante dell’eterno conflitto, interno alla famiglia musulmana, tra sunniti e sciiti. Nei giorni scorsi, in Yemen, era infatti esplosa una guerra civile che ha fatto insorgere i ribelli sciiti dell’etnia Houthi e li ha portati prima ad avanzare su Sanaa (capitale dello Yemen) e, poi, sul porto di Aden, un obiettivo strategico perché è non solo il terminal petrolifero dello Yemen (Paese che di per sé non produce grandi quantità di petrolio) ma anche dell’Arabia Saudita, uno snodo marittimo dal quale vengono controllate il 40% delle esportazioni del petrolio mediorientale che passa dallo Stretto di Bal el Mandeb.
L’azione militare saudita ha comunque anche ragioni religiose: la coalizione sunnita guidata dall’Arabia ha schierato circa 150000 soldati, con l’appoggio aereo di Emirati, Bahrein, Kuwait, Qatar e Giordania (e con il probabile prossimo intervento anche di Egitto, Pakistan e Sudan) ed è finalizzata a contrastare la presa di posizioni degli sciiti, sebbene le ragioni fondamentali di questo attacco rimangano politiche: l’obiettivo dell’Arabia Saudita è distruggere i ribelli sciiti con un’azione di terra che consenta di rimettere al potere Mansour Hadi il presidente filo sunnita, deposto dagli Houthi.

Le conseguenze sull’andamento del prezzo del petrolio
Da ieri, quando è stata annunciata la decisione dell’Arabia Saudita nello Yemen, le quotazioni del prezzo del petrolio sono schizzate alle stelle e hanno subito consistenti rialzi (attualmente il WTI è scambiato a 51.05 dollari/barile con una variazione del +3.74% mentre il Brent è arrivato a quota 58,55 dollari/barile con una variazione del +3.67% - rilevazioni delle 12.30).
Dal momento che lo Yemen pur non essendo un grande produttore di petrolio è sulla rotta fondamentale per gli scambi dell’oro nero, un conflitto nel suo territorio potrebbe determinare nei prossimi giorni un rialzo sempre più consistente del suo prezzo nei prossimi giorni.

Le conseguenze sullo scenario internazionale
Seduta particolarmente difficile quella di stamattina per i mercati finanziari del vecchio continente, alla luce della caduta di Wall Street di ieri. La borsa americana è la piazza che ha risentito maggiormente della difficile situazione in Medio Oriente, dal momento che gli investitori temono per un futuro rialzo del prezzo del petrolio. Dal momento che gli Stati Uniti, comunque importano petrolio dall’Arabia, un conflitto in Medioriente e il conseguente rialzo del prezzo del petrolio, potrebbero porre dei consistenti freni alla ripresa americana (dal momento che il costo degli energetici salirebbe) e potrebbe anche determinare un ritardo della FED nel rialzo dei tassi, considerato imminente. A Wall Street sono comunque i titoli delle aziende esportatrici che hanno subito le perdite maggiori.
La seduta di ieri di Wall Street è la terza seduta consecutiva di calo, determinata non solo dallo scenario mediorientale ma anche dai dati deludenti relativi agli ordini di beni durevoli (-1,4%): scambi aumentati e vendite in crescita, soprattutto, sui titoli del biotech (esportazioni USA). Il Dow Jones ha perso ieri l’1,6%, lo S&P500 l’1,5%, mentre il Nasdaq perde il 2,4%, registrando il calo più pesante degli ultimi 11 mesi.
Conseguenze marcate anche sulle borse europee che stamattina registrano tutte consistenti cali: Francoforte e Milano perdono l’1,8%, Londra l’1,1%, Parigi l’1,4%; lo spread rimane stabile poco sopra quota 110 punti, mentre i Btp si attestano a un rendimento dell’1,3%. L’euro continua il suo rialzo sul dollaro che soffre, appunto, anche della situazione mediorientale.

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