Petrolio: Arabia Saudita non taglierà produzione per almeno 1-2 anni

L’Arabia Saudita fa sapere che non taglierà la produzione di petrolio per almeno 1-2 anni. Quali sono i rischi di una tale politica sul prezzo del petrolio?

L’Arabia Saudita non sembra intenzionata a ridurre la produzione del petrolio continuando la politica di riduzione di prezzo del greggio per mantenere l’egemonia saudita sul mercato globale di petrolio, nonostante il forte squilibrio nel bilancio dello Stato.

Quali sono le possibili conseguenze di una politica così aggressiva?

Arabia Saudita: produzione ai massimi ancora per 1-2 anni

L’Arabia Saudita per bocca del Chairman di Aramco (la compagnia nazionale di idrocarburi) Khalid al-Falih conferma di voler proseguire la produzione di greggio ai massimi livelli senza prevedere un taglio nella riunione di Dicembre dell’Opec.

Il massimo dirigente della compagnia nazionale saudita ha infatti dichiarato:

L’unica cosa da fare adesso è permettere al mercato di fare il suo corso. Non c’è motivo al momento di tagliare la produzione di petrolio nonostante i dolori del bilancio pubblico.

Ricordiamo che, da quando il maggior esportatore della regione medio-orientale ha deciso di innalzare la produzione di greggio per proteggersi dall’ingresso nel mercato dello Shale Oil americano, il prezzo del petrolio è crollato da 115$ a barile agli attuali 45$.

Falih e altre fonti ufficiali saudite si aspettano infatti che entro 1-2 anni la domanda sarà in grado di assorbire l’aumentata produzione riportando il livello dei prezzi del petrolio nel range di 70-80$.

La paura maggiore dell’Arabia Saudita è che, tagliando la produzione di petrolio, si favorisca la produzione di greggio derivante dalla trivellazione nelle profondità marine come nel caso dello Shale Oil. Questo comporterebbe per il Paese arabo e per i Paesi dell’Opec di una perdita di potere nel mercato degli idrocarburi.

Per l’FMI l’Arabia Saudita rischia il fallimento entro 5 anni

Per finanziare il il bilancio pubblico del Paese, l’Arabia Saudita si sta finanziando tramite un uso massiccio di deficit. Per ridurre l’impatto del deficit si stanno mettendo in atto misure fiscali e si stanno utilizzando parte delle riserve valutarie per subire un minor impatto derivante dal basso prezzo del petrolio.

Proprio su questo ultimo punto, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) si è rivelato piuttosto perplesso dichiarando in un report che, se l’Arabia Saudita dovesse continuare a far fronte al calo del greggio tramite le riserve valutarie, potrebbe ritrovarsi in bancarotta nel giro di 5 anni.

Infatti, è stato stimato che fino ad ora la politica di produzione dell’Opec è costata ai Paesi medio-orientali circa 360$ miliardi di minor introiti commerciali. L’Arabia Saudita è il Paese medio-orientale più vulnerabile a questa politica di produzione, in quanto basa il 90% delle esportazioni sulla produzione del greggio.

Da quando è iniziato il crollo del prezzo del greggio l’Arabia Saudita ha utilizzato circa 70$ miliardi dei 600$ miliardi disponibili in riserve valutarie per finanziare lo squilibrio del bilancio pubblico. A questo ritmo, l’FMI ha stimato che la sopravvivenza economica di Riyad in 5 anni, dopo i quali le riserve valutarie saudite vedrebbero esaurirsi.

Ryiad deve fare i conti con Putin e con il rallentamento della Cina

L’Arabia Saudita inoltre, dovrebbe scontrarsi con i tentativi di Putin di rialzare i prezzi del greggio che hanno causato il quasi default della Russia qualche mese fa. Il presidente russo infatti mira ad avere il controllo della Siria per cercare di creare una specie di allenza del petrolio con Iran e Iraq che sono Paesi in ottime relazioni con la Russia e che potrebbero favorire quest’ultima tagliando la produzione di petrolio.

Questo fatto, costringerebbe l’Arabia Saudita a tagliare anch’essa la produzione poiché rimasta sola a contrastare l’eventuale intesa tra Siria, Russia, Iran ed Iraq. Per ulteriori approfondimenti è possibile leggere un nostro recente articolo in merito.

Inoltre, l’Arabia Saudita sembra non tenere conto del rallentamento dell’economia cinese che anche quest’oggi ha evidenziato un crollo del 18% delle importazioni rispetto a Settembre.

Un rialzo dei tassi USA a Dicembre potrebbe mandare in difficoltà il Paese asiatico che vedrebbe ridurre ulteriormente le importazioni, il che è un fatto da non sottovalutare per l’Arabia Saudita considerando che la Cina al momento è il primo importatore al mondo di petrolio seguita dagli Stati Uniti infastiditi non poco dal comportamento dell’Opec.

Il focus comunque rimarrà sulla riunione del 4 Dicembre a Vienna dei Paesi dell’Opec che potrebbero comunque annunciare a sorpresa un taglio della produzione anche se al momento non sembrano esserci spiragli per una decisione di questo tipo.

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