Perché le materie prime contano più delle politiche green nella nuova competizione globale

Salvatore Casolaro

13/01/2026

Il controllo delle risorse diventa centrale: cosa significa per energia, industria europea, transizione green e portafogli retail.

Perché le materie prime contano più delle politiche green nella nuova competizione globale

Non si tratta più di un dibattito astratto tra transizione verde e fossili, né di slogan elettorali.

Con l’operazione militare che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e al pieno controllo della più grande riserva petrolifera al mondo, Donald Trump ha lanciato un segnale geopolitico e industriale chiarissimo: il controllo diretto delle risorse – dal “tesoro nero” venezuelano alle terre rare artiche della Groenlandia – è la nuova frontiera del potere. Su Caracas, che detiene circa il 20 % delle riserve mondiali accertate di greggio, Washington ha già imposto alti livelli di coinvolgimento delle sue “big oil” e ha dichiarato emergenza nazionale per proteggere i proventi petroliferi.

Allo stesso tempo, l’obiettivo dichiarato di assicurarsi l’accesso ai minerali critici dell’Artico segnala che la competizione non è più tra fossile e rinnovabile, ma tra chi controlla le catene del valore che plasmeranno l’economia e la sicurezza dei prossimi decenni, ridisegnando equilibri politici e mercati ben oltre gli Stati Uniti. A prima vista, puntare sul petrolio venezuelano e allo stesso tempo guardare alla Groenlandia ricca di terre rare può sembrare una contraddizione: fossili da un lato, minerali chiave per il green ed il digitale dall’altro. In realtà, nella visione dell’amministrazione Trump, le due direttrici rispondono alla stessa logica di fondo: ridurre la dipendenza strategica degli Stati Uniti da attori rivali e mantenere il controllo sulle catene del valore energetico, vecchie e nuove.

Il Venezuela: petrolio abbondante e pesante, leva geopolitica immediata

In questo quadro, il Venezuela occupa una posizione centrale. Il Paese sudamericano detiene le maggiori riserve petrolifere al mondo, ma da anni è marginalizzato dai mercati internazionali a causa delle sanzioni e del collasso della sua industria energetica. Per Washington, riaprire – o controllare indirettamente – l’accesso al petrolio venezuelano significa ottenere diversi vantaggi simultanei.
Sul piano economico, significa disporre di una fonte di greggio abbondante e relativamente vicina, in grado di calmierare i prezzi e ridurre la dipendenza da aree più instabili o politicamente ostili. Sul piano geopolitico, significa sottrarre il Venezuela all’orbita di Russia e Cina, che negli ultimi anni hanno rafforzato la loro presenza nel Paese proprio grazie al vuoto lasciato dagli Stati Uniti. Sul piano strategico, infine, significa riaffermare il primato americano nel “cortile di casa” latinoamericano, in una fase di crescente competizione globale.
In questa prospettiva, il petrolio non è solo una commodity, ma una leva di potere. E la scelta di puntare sui fossili non è un ritorno nostalgico al passato, bensì una risposta immediata a esigenze di controllo dei mercati e influenza geopolitica.
Per molti osservatori il petrolio venezuelano è “il migliore”, ma la realtà è più sfumata e va letta in chiave industriale. Non lo è in senso chimico: il greggio dell’Orinoco è pesante, ad alto contenuto di zolfo e metalli, quindi più difficile e costoso da trattare rispetto ai petroli leggeri come Brent o WTI. È però estremamente prezioso per le raffinerie statunitensi, soprattutto quelle della Costa del Golfo, progettate da decenni per lavorare greggi pesanti grazie a impianti di conversione profonda (coking e cracking). Il boom dello shale oil ha aumentato l’offerta di petrolio leggero domestico, creando un mismatch che ha ridotto l’efficienza e i margini di molti impianti Usa. In questo contesto, l’accesso a grandi volumi di greggio venezuelano – storicamente acquistato a sconto – consentirebbe di sfruttare appieno la capacità industriale esistente e di massimizzare i margini di raffinazione. È qui che nasce l’equivoco: il petrolio venezuelano non è il migliore in assoluto, ma è tra i più redditizi per chi possiede l’infrastruttura giusta per lavorarlo, ed è questo il vero nodo strategico che ha reso Caracas centrale nelle scelte energetiche e geopolitiche di Washington. Il “drill baby drill” della prima era Trump si è trasformato in una più redditizia e rapida “conquer energy, conquer power”.

Groenlandia e terre rare: il controllo del futuro industriale

Se il Venezuela rappresenta il presente energetico, la Groenlandia incarna il futuro industriale. L’isola artica, formalmente parte del Regno di Danimarca ma dotata di ampia autonomia, è ricca di terre rare e minerali critici indispensabili per le tecnologie avanzate: batterie, veicoli elettrici, turbine eoliche, semiconduttori, sistemi di difesa. Le terre rare rappresentano oggi uno snodo strategico fondamentale perché sono materie prime trasversali, utilizzate sia nelle tecnologie della transizione energetica sia nel cuore dell’economia digitale e industriale avanzata. Sono indispensabili soprattutto per i magneti permanenti ad alte prestazioni, impiegati nelle turbine eoliche più efficienti e nei motori dei veicoli elettrici, mentre hanno un ruolo indiretto nei sistemi di accumulo.
Oggi la catena globale delle terre rare è dominata dalla Cina, non solo nell’estrazione ma soprattutto nella raffinazione e nella lavorazione. Per gli Stati Uniti, questa dipendenza è considerata una minaccia strategica, tanto quanto lo era quella dal petrolio mediorientale negli anni Settanta. L’interesse per la Groenlandia nasce quindi dall’esigenza di diversificare e “occidentalizzare” l’approvvigionamento di queste risorse, contrastando la supremazia cinese.

È importante chiarire un punto spesso frainteso: l’attenzione per le terre rare non implica un’adesione alla transizione green. Nella logica «trumpiana», questi minerali servono prima di tutto a sostenere l’industria americana e il complesso militare-tecnologico, non a decarbonizzare l’economia. La transizione, semmai, viene accettata come dato di fatto globale, ma non come orizzonte politico prioritario.
La Groenlandia, inoltre, non è solo un giacimento minerario. Il progressivo scioglimento dei ghiacci artici sta aprendo nuove rotte commerciali e nuove opportunità di sfruttamento delle risorse. Controllare o influenzare quest’area significa rafforzare la posizione americana nel confronto con Russia e Cina, entrambe sempre più attive nell’Artico. Anche in questo caso, la dimensione ambientale passa in secondo piano rispetto a quella strategica.

Una divisione funzionale del mondo energetico

Letta nel suo insieme, la strategia americana disegna una sorta di divisione funzionale del tempo e delle risorse. Nel breve-medio periodo, l’obiettivo è garantire energia abbondante e a basso costo attraverso petrolio e gas, riducendo le pressioni inflazionistiche e sostenendo la competitività industriale. Nel medio-lungo periodo, l’attenzione si sposta sui minerali critici, indispensabili per qualsiasi evoluzione tecnologica futura, verde o meno.
La transizione ecologica, in questo schema, non viene guidata ma controllata indirettamente: chi possiede petrolio e terre rare detiene comunque una posizione di forza, indipendentemente dal mix energetico che prevarrà.

Il confronto implicito con l’Europa

Questa impostazione evidenzia una divergenza strategica sempre più marcata tra Stati Uniti ed Europa. Mentre l’Unione Europea continua a investire capitale politico e regolatorio nella transizione green – attraverso il Green Deal, la tassonomia ESG, il phase-out dei fossili e vincoli sempre più stringenti per imprese e intermediari finanziari – Washington, nella visione trumpiana, privilegia un approccio realista e materie prime-centrico, volto a garantire accesso e controllo delle risorse energetiche senza farsi carico dei costi sociali, industriali e finanziari di una trasformazione accelerata. Di fronte a questa asimmetria, Bruxelles sta cercando di reagire rafforzando la sicurezza energetica e industriale (diversificazione delle forniture, Critical Raw Materials Act, reshoring selettivo, accordi strategici con Paesi terzi), ma il rischio resta quello di un’Europa sempre più regolatore globale privo di risorse proprie, dipendente dall’estero sia per i combustibili fossili residui sia per i minerali necessari alla transizione.

In questo contesto, il risparmiatore/investitore non è chiamato a scegliere tra “verde” e “non verde”, ma a valutare la qualità e la resilienza della transizione incorporata nei modelli industriali e finanziari. Più che affidarsi a rating ESG statici o a narrazioni regolatorie, diventa centrale osservare la capacità delle imprese di sostenere investimenti reali in efficienza, infrastrutture e sicurezza delle catene di approvvigionamento, mantenendo al tempo stesso una traiettoria credibile di riduzione delle emissioni. Settori etichettati come “di transizione” – dall’energia alle infrastrutture, fino alle materie prime critiche – possono svolgere un ruolo di stabilizzazione in un percorso di decarbonizzazione più lungo e disomogeneo del previsto, a condizione che reinvestano flussi di cassa in innovazione e mitigazione ambientale. Per il risparmiatore, diversificare significa quindi esporsi non solo alle fonti energetiche, ma alle catene del valore della transizione: reti, stoccaggio, efficienza industriale, componentistica strategica, ambiti meno sensibili agli shock politici e spesso più sostenibili nel lungo periodo. Integrare il rischio geopolitico come variabile strutturale – e non come eccezione – consente infine di distinguere tra sostenibilità dichiarata e sostenibilità realizzabile, in uno scenario in cui la transizione energetica appare sempre meno lineare e sempre più negoziata tra obiettivi ambientali, sicurezza economica e autonomia strategica.