Perché il modello cinese sta conquistando la sanità mondiale?

Federico Giuliani

22 Febbraio 2026 - 08:31

Il ritiro degli Stati Uniti dall’Oms apre la strada a un nuovo modello di sanità globale guidato dalla Cina, basato su infrastrutture, produzione locale e cooperazione bilaterale.

Perché il modello cinese sta conquistando la sanità mondiale?

L’uscita ufficiale degli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità, avvenuta lo scorso gennaio, ha segnato un importante punto di svolta nella governance sanitaria globale.

Il motivo è semplice: nei bilanci dell’Oms, complice l’addio di Washington, si è creato un buco da circa 260 milioni di dollari, in aggiunta a programmi ridimensionati e team dirigenziali ridotti. La Cina ha osservato tutto con attenzione ed è pronta a scendere in campo per occupare il vuoto lasciato dagli statunitensi.

Sarebbe però un errore pensare a una semplice sostituzione tra Washington e Pechino. Con il progressivo disimpegno degli Usa, si sta silenziosamente innescando una trasformazione del modello stesso di cooperazione sanitaria internazionale.

Per decenni, infatti, la sanità globale guidata dall’Occidente si è basata su un approccio caritatevole e verticale: i Paesi ricchi finanziavano agenzie multilaterali o Ong, che a loro volta fornivano vaccini, farmaci e servizi sanitari ai Paesi a basso e medio reddito. Era un sistema fondato sulla “distribuzione” degli aiuti.

La Cina, invece, sta promuovendo un paradigma diverso, che mette al centro lo sviluppo di capacità locali e infrastrutture produttive, segnando il passaggio da una logica di beneficenza a una di connettività e autosufficienza.

Un’occasione d’oro per la Cina

Come ha spiegato Asia Times, l’approccio cinese, accelerato e sistematizzato attraverso la Health Silk Road, si fonda sull’idea che la sicurezza sanitaria sia prima di tutto una questione industriale.

Piuttosto che limitarsi a esportare medicinali, Pechino preferisce così investire nella costruzione di fabbriche, laboratori, reti digitali e sistemi di produzione farmaceutica nei Paesi partner. Accordi per la realizzazione di impianti di produzione di insulina in Nigeria o di farmaci antimalarici e antiretrovirali in Africa occidentale sono esempi emblematici di questa strategia, spesso citati come prova di un modello alternativo a quello occidentale.

La prestigiosa rivista Nature ha invece sottolineato come la Cina sia ormai un attore centrale nella catena globale del valore farmaceutico, responsabile di una quota compresa tra il 70 e il 95% della produzione mondiale di numerosi principi attivi essenziali.

Questo peso industriale si riflette anche nell’innovazione: nel 2024 le aziende biotech cinesi hanno sviluppato oltre 1.250 nuovi farmaci e il Paese è oggi coinvolto in circa un quinto degli studi clinici commerciali globali.

Il risultato è un sistema di cooperazione bilaterale, spesso presentato come “Sud-Sud”, che fa leva su partenariati commerciali, sovranità nazionale e trasferimento di competenze, riducendo la dipendenza dagli aiuti tradizionali e rafforzando l’attrattiva politica del modello cinese.

Un nuovo modello

Il crescente ruolo di Pechino non equivale però a una semplice “stabilizzazione” dell’ordine esistente. Pur avendo incrementato i contributi all’Oms – fino a diventare il secondo finanziatore dopo gli Stati Uniti – e promesso mezzo miliardo di dollari nel 2025, la Cina sta di fatto riconfigurando l’architettura della sanità globale.

Le norme e gli standard restano formalmente ancorati alle istituzioni multilaterali, ma l’attuazione concreta dei progetti avviene sempre più spesso attraverso canali bilaterali diretti, da Pechino alle capitali dei Paesi partner. Certo, non mancano le criticità potenziali: come il rischio di produrre un sistema frammentato, in cui coesistono standard occidentali e infrastrutture cinesi non sempre interoperabili, soprattutto nei settori emergenti della sanità digitale, dell’intelligenza artificiale diagnostica e della produzione vaccinale.

In ogni caso, in un contesto segnato dal ritiro americano e dall’incertezza europea, i governo del mondo – soprattutto quelli dei Paesi in via di sviluppo - non possono permettersi di ignorare il contributo cinese. Da questo punto di vista, la vera sfida per l’Occidente sarà quella di competere con il Dragone sul terreno degli investimenti produttivi e della costruzione di capacità locali. Nel frattempo, almeno finché non ci saranno alternative credibili, la Cina continuerà a recitare il suo copione preferito.