Perché Giorgia Meloni è rimasta da sola all’opposizione

Vincenzo Caccioppoli

11 Febbraio 2021 - 12:31

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Perché Giorgia Meloni è rimasta da sola all'opposizione

In quella che ormai sembra una corsa fra i principali partiti italiani a dare il loro appoggio più o meno convinto, più o meno tormentato, al governo che dovrebbe nascere intorno alla figura autorevole dell’ex presidente della Bce Mario Draghi, fa un po’ specie l’unica posizione “stonata” della Meloni, che insiste nel suo no alla fiducia.

Il partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia - nato proprio all’indomani della infausta esperienza del governo tecnico di Mario Monti - sembra non voler cadere al “fascino irresistibile” e assai attrattivo del presidente incaricato.

La sua scelta è in qualche modo, al di là di quello che dicono in molti, piuttosto scontata, non solo per rispetto verso la sua linea politica, ma anche per rispetto verso quella che è sempre stata l’idea di fondo della Meloni e del partito: dopo il governo Conte II, l’unica via percorribile sarebbe dovuta essere quella delle elezioni anticipate.

In realtà questa idea, almeno fino al fallimento della mediazione del presidente della Camera Fico, che ha determinato il venir meno di qualsiasi ipotesi di un terzo governo Conte, era anche quella portata avanti da Lega, Pd, Forza Italia, Leu, Movimento 5 Stelle e persino dalla presidenza della Repubblica. L’unico che era convinto, forse, di una ipotesi differente era proprio quel Matteo Renzi, l’artefice della crisi che ha portato alla caduta del governo.

Tutto ciò allora dovrebbe far riflettere quanti adesso fanno a gara, non solo a sinistra ma anche a destra (ultimi in ordine di tempo una quarantina di esponenti della ex An che hanno definito questa scelta come un “suicidio politico”) a criticare Giorgia Meloni e a invitarla ad adeguarsi al mainstream, appoggiando in modo incondizionato il nuovo messia, strappato alla tranquillità della pianura umbra per provare a risollevare un Paese allo stremo.

L’esperienza dell’ultimo governo tecnico, che poco o pochissimo avrebbe a che fare con un esecutivo Draghi (sia nella forma che nella sostanza), è stata una esperienza che dovrebbe far riflettere: da lì nacque una crisi dei partiti politici che ha portato alle storture a cui stiamo assistendo in questi mesi di crisi. Da lì ebbe avvio l’esperienza dei 5 stelle, che invece di operare un vero cambio di passo alle vecchie formule stantie della partitocrazia, se ne è fatto fagocitare assumendo delle forme, se possibile, ancor peggiori.

Ecco allora che in una situazione in cui il presidente della Repubblica riaffida l’incarico ad un tecnico, certificando il fallimento di un’intera classe politica, una voce discorde non può che far bene alla politica e all’azione del governo stesso, che potrebbe e dovrebbe avere comunque una voce fuori dal coro.

Il sale della democrazia risiede nel fatto che essa dovrebbe riconoscere la garanzia e il rispetto di espressione del libero pensiero, guai se questa venisse meno soprattutto all’interno delle stesse istituzioni. Ogni governo democratico deve avere un’opposizione che possa controllare il suo operato e possa eventualmente cercare di portare avanti le istanze di chi magari viene trascurato.

La scelta di Fratelli di Italia perciò potrà essere anche non condivisa, ma forse andrebbe in un certo senso riletta alla luce di quello che sta accadendo in queste ore con uno spirito il più obiettivo possibile, scevro da qualsiasi retro pensiero di parte, e giudicarlo per quello che è e cioè un democratico dissenso verso una soluzione che non vine condivisa.

D’altra parte secondo gli ultimi sondaggi, per quello che contano, circa il 35% degli italiani non vedrebbe di buon occhio la soluzione di un governo Draghi. Paradossalmente, ma nemmeno troppo, considerando la statura del personaggio e il suo grande rispetto delle istituzioni democratiche, lo stesso presidente incaricato pare aver molto apprezzato la scelta ferma e decisa della Meloni.

Ecco allora che le accuse mosse alla leader di Fratelli di Italia di fare tutto ciò per pura convenienza risulta difficile da comprendere sopratutto se a farle sono gli stessi che nel giro di pochi mesi hanno detto tutto e il contrario di tutto proprio per il desiderio di rimanere ancorati alle rendite di posizione ottenute.

Nel caso di scelte difficili da parte del nuovo Governo, resterebbe la possibilità di raccogliere consenso, rispetto a chi comunque quelle scelte le ha dovute condividere, facendo parte della maggioranza. Ma è anche vero l’esatto opposto e cioè che nel caso Draghi, come tutti ci auguriamo, dovesse portare il paese fuori da una situazione complicatissima, certo Fdi non potrebbe accampare meriti in tal senso.

Nei corridoi dei palazzi della politica in questi convulsi giorni di trattative e consultazioni gira una voce fra i senatori leghisti di vecchio corso, molto vicini a Matteo Salvini: in realtà la strategia di lasciare la Meloni fuori dal governo sarebbe decisa a tavolino, per permettere a Salvini di occupare lo spazio al centro, che invece sarebbe stato nuovamente a pieno titolo occupato da Forza Italia o peggio ancora (dal punto di vista di Salvini e della Meloni) dal Pd, lasciando alla Meloni invece la mano libera sui tempi più forti della opposizione.

Chissà, probabilmente fantapolitica o dietrologie senza nessun riscontro tangibile, e forse anche difficile da credere conoscendo Meloni e Salvini.

Certo è che il fatto che persino due anti-europeisti come Borghi e Bagnai abbiano cambiato radicalmente le loro posizioni vuol dire che effettivamente questa teoria potrebbe avere un suo fondamento. D’altra parte di fronte ad un Pd sempre piu smarrito, ad un Movimento 5 Stelle che sembra aver perso la sua stessa identità, quello che appare un dato di fatto è che il centrodestra, che fino ad ora ha seguito un suo percorso di unità, adesso di fronte ad una situazione di emergenza e senza la possibilità di ricorrere alle urne mostra una diversità di vedute. Una situazione che potrebbe rivelarsi persino utile alla prosecuzione di quel percorso atto ad arrivare alla guida del paese. Anche perché, secondo ormai quella che è una voce sempre più ricorrente, la durata del governo Draghi potrebbe corrispondere alla scadenza dell’elezione del prossimo Presidente della Repubblica.

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