Perché Durigon si è dimesso da sottosegretario

Chiara Esposito

27 Agosto 2021 - 00:01

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“Intitoliamo il parco a Mussolini”: le dichiarazioni che costano la poltrona a Claudio Durigon. Dopo la pioggia di critiche, il leghista presenta le dimissioni.

Perché Durigon si è dimesso da sottosegretario

Alla fine il politico Claudio Durigon molla la presa e fa un passo indietro: l’incontro telefonico con Matteo Salvini mette fine alle polemiche e il parlamentare leghista si dimette dopo le dichiarazioni sul parco di Latina che avrebbe volentieri intitolato al fratello di Mussolini, Arnaldo.

L’inammissibile proposta avrebbe per altro previsto la cancellazione dallo spazio cittadino dei nomi dei magistrati Falcone e Borsellino.

Sebbene le sue dichiarazioni fossero tanto evidenti da essergli costate l’incarico, l’ex sottosegretario all’Economia non smette di difendersi neppure ora che ha lasciato la poltrona. Il suo obiettivo è quello di continuare a scacciare le accuse che lo dipingerebbero come uno dei tanti nostalgici del fascismo.

Un po’ di retroscena sul caso

É il 4 agosto quando, durante un comizio a Latina, Claudio Durigon propone di rivedere l’intitolazione del parco cittadino di Latina da «Falcone e Borsellino» a «Arnaldo Mussolini», fratello e braccio destro del duce.

Parole insensate, prive di qualsiasi fondamento concreto che, nonostante questo, quella sera trovarono spazio e vennero pronunciare nella convinzione dell’uomo di “rendere così omaggio alle radici della città”.

Una visione che è difficile non definire passatista e che, fortunatamente, non passò inosservata come in tanti altri casi. La polemica, anzi, si accese in breve e la sua posizione fece da subito discutere.

I leader del M5s e del Pd, Giuseppe Conte ed Enrico Letta, si fecero sentire dal primo momento così come il mondo delle associazioni dell’antimafia e quelle della società civile con Anpi in testa. Non sono state però solo le forze di opposizione e il fronte sociale a intervenire per chiedere le dimissioni del parlamentare leghista.

C’era stato anche un appello de Il Fatto Quotidiano. La sollevazione editoriale aveva trovato luce in una raccolta firme che conta oggi oltre 162mila adesioni. L’accusa del giornale, nero su bianco, è “tradimento palesemente i principi della nostra Costituzione”.

L’incontro decisivo con Salvini

Salvini parla, Durigon esegue.

A distanza di 22 giorni dalle sue parole sul “parco Mussolini” il sottosegretario è fuori dal governo e la spinta definitiva sembra averla data il leader della Lega, il suo partito.

Il meeting con Matteo Salvini si è tenuto il 26 agosto ed è curioso notare che proprio Salvini, l’uomo che è salito con lui su quel palco della cittadina pontina in onore di un evento politico, è quello che ora lo lancia nel baratro per prenderne le distanze.

La telefonata avvenuta in giornata è servita quindi soltanto a chiarire e formalizzare le intenzioni e le posizioni reciproche. Secondo alcuni la tempistica non è casuale, ma più che sugli eventuali retroscena fumosi è utile indagare sulle reali intenzioni di Durigon.

Le dichiarazioni che traballano

Sebbene stia provando a ritrattare le proprie affermazioni da quando le acque si sono fatte più movimentate, Durigon non l’ha spuntata. Il suo tanto fallimentare quanto tardivo tentativo di rimediare alle proprie azioni va in rovina.

Ascoltare le sue parole però può dare la misura dell’insensata virata che sta cercando di compiere.

Ai suoi danni, secondo lui, sarebbe stata infatti intentata una causa da parte di veri e propri professionisti della strumentalizzazione, persone che gli avrebbero affibbiato in malafede l’etichetta di fascista anche quando questo sentimento non lo rispecchia minimamente.

Lui stesso ribadisce le sue origini e afferma di ripudiare “ogni dittatura e ogni ideologia totalitaria, di destra o di sinistra” e di rivolgersi, in ogni decisione, ai valori cristiani impartiti dalla famiglia, la sua vera bussola morale. Degli insegnamenti che, afferma, mai avrebbe potuto calpestare.

“Si tratta di un’operazione che, come detto, mi ferisce profondamente e che non posso più tollerare”

Questa difficoltà emotiva non ne esce scalfito però l’orgoglio rispetto agli anni di attività svolta che, come si legge in una lettera al partito, ha trascorso con massimo impegno, orgoglio e serietà.

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