Mps, assoluzione per ex vertici Mussari, Vigni e Baldassarri confermata da Cassazione

Confermata dalla Cassazione l’assoluzione per gli ex vertici di Monte Paschi. Mussari, Vigni e Baldassarri rischiavano condanna a 3 anni

Mps, assoluzione per ex vertici Mussari, Vigni e Baldassarri confermata da Cassazione

La Corte di Cassazione conferma l’assoluzione nei confronti degli ex vertici di Monte dei Paschi di Siena Giuseppe Mussari, Antonio Vigni e Gianluca Baldassarri dalle imputazioni di ostacolo alla vigilanza per la ristrutturazione del derivato Alexandria, stipulato con Nomura. Gli imputati erano stati assolti dalla Corte di Appello di Firenze lo scorso 7 dicembre 2017.

Cassazione conferma assoluzione ex vertici Mps

Gli ermellini non si sono limitati ad assolvere l’ex presidente Mussari, l’ex direttore generale Vigni e l’ex capo area finanza Baldassarri, ma hanno disposto un nuovo processo d’appello relativo al ricorso presentato dagli stessi imputati. Questi chiedevano infatti l’assoluzione con formula piena, ovvero per non aver commesso il fatto e non “perché il fatto non costituisce reato” come invece aveva sentenziato la corte fiorentina.

Quest’ultima, in pratica, tornerà ad assolvere gli imputati, e dovrà solo decidere quale tipo di assoluzione stabilire. Bocciato quindi il ricorso della Procura Generale, che chiedeva la condanna. I tre ex vertici di Mps erano stati tutti condannati in primo grado dal Tribunale di Siena a tre anni e sei mesi di reclusione e cinque di interdizione dai pubblici uffici.

Mps, non fu ostacolo alla vigilanza di Bankitalia

L’impianto accusatorio ruotava attorno al presunto occultamento del documento del mandate agreement, il solo, secondo l’accusa, che avrebbe permesso agli organismi di vigilanza di comprendere la reale natura del prodotto come derivato. Questo realizzava infatti il collegamento della negoziale fra Alexandria e l’operazione Btp 2034. Per l’accusa, il mandate agreement era stato tenuto nascosto, per essere poi trovato in una cassaforte si Vigni dal successore Fabrizio Viola.

Secondo la difesa, invece, Banca d’Italia disponeva degli elementi necessari a capire i termini dell’operazione. La tesi, approvata dalla Corte, è che il documento non era dirimente poiché un altro documento dal medesimo valore informativo, il deed of amendment, era già nelle mani di Bankitalia.

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