MPS: Alexandria Santorini e Nota Italia. Ecco la storia dei tre derivati prima del CDA di oggi

Vittoria Patanè

6 Febbraio 2013 - 13:46

6 Febbraio 2013 - 16:34

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Alexandria, Santorini e Nota Italia sono le tre operazioni finanziarie che hanno causato lo scandalo che in questi giorni sta monopolizzando il nostro Paese.

Oggi pomeriggio alle 14 il CDA dell’istituto si riunirà per analizzare il dossier sulle operazioni strutturate e quantificare le perdite.
Finora si ipotizza che la banca abbia bisogno di quasi 720 milioni di euro per chiudere o ristrutturare i tre derivati della discordia.

Alessandro Profumo, presidente di MPS, ha precisato ieri:

“Daremo numeri molto chiari su queste operazioni e faremo totale chiarezza sulla nostra posizione in merito”.

E ancora:

“non si tratta di un buco; sono operazioni che hanno spalmato una perdita nel tempo: se domani decideremo di rivedere il bilancio e il cda sarà d’accordo, la perdita andrà immediatamente nei bilanci, poi nel tempo recupereremo la somma”.

Andiamo quindi a vedere come sono nate e come si sono evolute le tre operazioni finanziarie che hanno condotto MPS nella bufera.

Alexandria

Nel 2005 MPS decide di acquistare da Dresner Bank uno strumento denominato Alexandria. Pur trattandosi di un titolo complesso legato a sua volta al debito di un’altra società veicolo (Skylark), sembra sin da subito un ottimo investimento: possiede la tripla A ed è un CDO (Collateralized Dept Obbligation) sintetico, cioè un’obbligazione che ha come garanzia collaterale cartolarizzazioni di mutui.

In quel periodo “giocare con i derivati” era di moda, lo facevano tutte le grandi banche ed MPS decide di investire su Alexandria ben 400 milioni di euro.

Il crack Lehman Brothers del 2009 però manda in crisi l’intero settore, causando il crollo di molti titoli di questa specie. Alexandria scende al 30% del suo valore, provocando un buco di 220 milioni nel bilancio MPS.

A questo punto, quando già anche l’acquisizione di Antonveneta era stata portata a termine, entra in gioco la banca giapponese Nomura che acquistando ad un prezzo fuori mercato i titoli Alexandria, permise alla banca senese di non registrare in bilancio la perdita.

I due istituti stipulano quindi un contratto col quale MPS (in cambio della liquidità per coprire le perdite) cede a Nomura BTP trentennali, impegnandosi a ricomprarli negli anni ad un prezzo più alto.

Santorini

Il secondo derivato della discordia prende il nome dalla famosa isola greca che secondo il mito corrisponderebbe ad Atlantide.

L’operazione è molto simile a quella descritta precedentemente. MPS decide di utilizzare questo derivato per coprire le perdite dovute ad altri investimenti e più precisamente quelle di un equity swap che aveva come sottostante una partecipazione dell’istituto in Intesa e che causò un buco di 360 milioni di euro.

La banca con cui Monte Paschi stringe accordi in questo caso (siamo nel 2008) è la Deutsche Bank, alla quale cede dei Btp trentennali in cambio di liquidità, impegnandosi a ricomprarli successivamente. In più l’istituto senese mette in atto una scommessa sui tassi di interesse a breve termine sull’euro.

Anche questa volta, le operazioni non risultano in bilancio.

Nota Italia

L’ultima pietra dello scandalo è Nota Italia, realizzata nel 2006 tra Monte Paschi e JP Morgan.

La banca senese ha deciso di vendere al famoso istituto americano dei credit default swaps sull’Italia, come “assicurazione” contro il rischio di fallimento del nostro Paese.
All’epoca questi CDS avevano un valore bassissimo, dato che nessuno immaginava ancora le vicissitudini che l’Italia avrebbe dovuto sopportare negli anni a seguire, ma, quando la crisi dell’Eurozona è divenuta più acuta, il loro valore si è impennato, causando ulteriori perdite nel bilancio di MPS.

IL CDA di oggi

Questa la situazione che il presidente Profumo e l’AD Viola si sono trovati davanti e che hanno deciso di portare alla luce nell’ottobre scorso.

Oggi il CDA della banca, alle 14, dovrà decidere quali interventi saranno necessari per coprire i buchi lasciati da operazioni tanto rischiose che hanno portato la banca sull’orlo del baratro.

Le previsioni vanno dai 720 ai 740 milioni di euro, una cifra enorme che MPS sarà costretta a sborsare per porre rimedio alle scelte scellerate messe in atto negli ultimi 10 anni.

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