Mercati emergenti: rischio crack per molti paesi nel 2016

Nicola D’Antuono

12 Gennaio 2016 - 17:45

I paesi in via di sviluppano continuano a sperimentare una profonda crisi economico-finanziaria, che fa temere il peggio nei prossimi mesi a causa dell’enorme crescita del debito societario denominato in valuta estera

Mercati emergenti: rischio crack per molti paesi nel 2016

I mercati emergenti sono senza dubbio uno dei principali pericoli per la stabilità economica globale nel 2016. Molti paesi in via di sviluppo - tra i quali figurano ancora giganti del calibro di Cina, Russia e Brasile - stanno attraversando da tempo una grave crisi economico-finanziaria, accompagnata in diversi casi anche da tensioni politiche e turbolenze valutarie. Secondo quanto calcolato dall’Institute of International Finance, per la prima volta dal 1988 i capitali in uscita dai mercati emergenti sono superiori a quelli in entrata. Da quando è stato avviato il tapering negli Usa, un paio d’anni fa, è scattata una enorme fuga di capitali.

A pagarne le conseguenze sono state l’economia reale, ma anche le valute locali. Lo scorso anno, nel confronto con il dollaro statunitense, molte valute dei paesi emergenti (spesso definite anche “esotiche”) hanno fatto registrare perdite comprese tra il 20% e il 30%. Negli ultimi 2-3 anni il crollo di queste valute è stato ancor più consistente, in particolare se si guarda a monete come il real brasiliano e il rublo russo. Come se non bastasse, dalla scorsa estate, è in corso anche la svalutazione dello yuan, che ha provocato il crollo delle borse cinesi e il panic selling sui mercati finanziari globali.

Molti paesi sono finiti in recessione, in particolar modo a causa del forte rallentamento dell’economia cinese e per la caduta dei prezzi delle materie prime. Quest’anno si stima che la fuoriuscita di capitali potrebbe raggiungere una cifra vicina ai 550 miliardi di dollari. Il rischio maggiore per il 2016 è che i paesi emergenti finanziariamente più deboli possano addirittura dichiarare default sul debito o annunciare una ristrutturazione parziale del debito. La super crescita del periodo 2009-2014, che secondo il FMI raggiunge il 48% per le 15 maggiori economie emergenti, è stata alimentata per lo più dal ricorso al debito.

Secondo l’istituto con sede a Washington, nel decennio tra il 2004 e il 2014 il debito societario di questi paesi è passato da 4.000 a 18.000 miliardi di dollari (escludendo quello delle banche). L’incidenza sul pil ha così superato il 70%. Oggi si viaggia su valori decisamente al di sopra della media storica, per cui gli investitori iniziano seriamente a preoccuparsi sulla reale capacità di tenuta di molti paesi in via di sviluppo. Tra l’altro alcune aziende (come la brasiliana Petrobras e la russa Gazprom) hanno il 70-80% del debito denominato in valuta estera. In caso di ulteriori rally del dollaro, la sostenibilità di questi debiti potrebbe iniziare a vacillare.