Mercati, Biden conquista Camera e Senato USA: cosa aspettarsi ora

Renato Frolvi

6 Gennaio 2021 - 18:00

6 Gennaio 2021 - 18:40

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Le elezioni in Georgia e la Presidenza Biden: effetti sul mercato azionario, mercato dei cambi e mercato obbligazionario USA. Ecco i motivi per cui il dollaro è destinato ad indebolirsi e i rendimenti del decennale Usa sono destinati a rialzarsi.

Mercati, Biden conquista Camera e Senato USA: cosa aspettarsi ora

Nel 2020 il dollaro USA ha iniziato un trend discendente che è stato innescato dalla forza relativa dell’euro post annuncio del Recovery Fund di Merkel e Macron del 18 maggio del 2020.

Questo indebolimento è accaduto per la prima volta in tre anni e il dollaro rimane sotto pressione anche con l’inizio del nuovo anno, grazie alla vittoria dei democratici al Senato della Georgia. Le conseguenze positive per le azioni, tuttavia, dipenderanno dal calo del dollaro, ma fino ad ora il declino della valuta statunitense è stato causato da fattori che sono positivi per le azioni della borsa USA.

Elezioni in Georgia e presidenza Biden: quali effetti per i mercati

Innanzitutto agli americani interessa mantenere “lo status quo” del mercato dei cambi, dal momento che un dollaro più debole porterà ad un aumento dei profitti degli esportatori USA.

In secondo luogo il trend discendente contro l’euro si è protratto nel corso del 2020 grazie alle affermazioni nette del Governatore Powell che ha voluto mantenere i tassi a zero per un lungo periodo di tempo, anche se l’inflazione dovesse raggiungere il limite statutario del 2%. In sostanza quindi la debolezza del dollaro riflette delle condizioni finanziarie extra facili per un lungo periodo di tempo, e le politiche monetarie della FED sono tremendamente rialziste per le azioni sia negli Stati Uniti che per i mercati emergenti i cui paesi hanno debito pubblico in dollari.

Infine la vittoria dei democratici in Georgia consolida il potere di Biden e permette al nuovo presidente di implementare un programma di sostegno alla domanda interna, mediante aiuti alle fasce più deboli della popolazione, una migliore assistenza sanitaria, riduzione delle aliquote fiscali per le fasce medio-basse di reddito, ma anche attraverso la cancellazione degli sgravi fiscali alle imprese e alle fasce di reddito miliardarie introdotte da Trump.

Questo programma fiscale ha un notevole potenziale rialzista per le azioni “Value”, ossia quelle della cosiddetta “old economy” perché spinge al rialzo i consumi della maggior parte della popolazione americana, consumi che contribuiscono al 65% del PIL degli USA. Questo programma, tuttavia, può avere delle ripercussioni negative sulle azioni “Growth” (per es. settore internet) che possono patire un rialzo della pressione fiscale non compensato dall’aumento dei profitti.

Dollaro verso un trend negativo

Allo stesso tempo però, se Biden manterrà ciò che ha promesso, il debito pubblico non potrà far altro che aumentare, rendendo quindi più debole il dollaro. La maggior parte degli analisti, in base a queste aspettative, caratterizzate da una nuova politica economica, vede quindi una prosecuzione del trend negativo per il dollaro, almeno nei prossimi mesi.

Tuttavia, in questi anni, la debolezza del dollaro non deriva solo dalla Fed e dalle sue politiche monetarie facili, ma anche da uno dei fattori più trascurati dalla stampa finanziaria del 2020 ma che ha effetti a lungo termine concreti, ossia il deterioramento della bilancia commerciale statunitense, un fenomeno amplificato dal crollo dei prezzi del petrolio dello scorso anno, che ha ridotto il volume in valore dell’export USA.

Ironia della sorte, il deficit commerciale si è ampliato in questi anni perché un’economia statunitense relativamente robusta rispetto al resto del mondo ha permesso di aumentare le importazioni, rispetto alle esportazioni.

Contrariamente a quanto ha creduto Trump, il deficit commerciale USA non è stato determinato dai dazi commerciali ingiusti, ma dal fatto che l’economia USA è stata in surriscaldamento, e che la domanda interna non è stata completamente soddisfatta dalla offerta interna.

Quando accadono queste cose, il deterioramento del saldo corrente della bilancia dei pagamenti è pressoché di tipo “meccanico”. Il disavanzo della bilancia commerciale inoltre comporta anche una debolezza della divisa USA, dal momento che c’è una cronica offerta di dollari pagati dagli importatori americani che eccede la domanda di quelli incassati dagli esportatori americani. Sono queste le ragioni per cui il deficit commerciale americano peggiora dai - 60 miliardi di dollari del 2015 ai - 85 miliardi di dollari del dicembre 2020, come dimostra la seguente immagine della bilancia commerciale USA del periodo compreso tra il 2015 e il 2020.

L’indebolimento del dollaro può invertire il trend negativo della bilancia

Tuttavia, molti esperti sono d’accordo nel sostenere che un forte indebolimento del dollaro prolungato nel tempo (18 – 24 mesi per es.), tende ad invertire il trend negativo della bilancia commerciale USA. In sostanza dunque l’export dovrebbe aumentare (le merci USA sono più’ competitive) e l’import diminuire (i beni importati sono più cari). Solo in questo modo il dollaro potrà rafforzarsi sul resto delle valute mondiali, dal momento che si attua un eccesso di domanda di dollari sulla offerta di dollari. Il contrario di quanto affermato in precedenza.

Ma nel caso in cui si dovesse assistere ad un miglioramento della bilancia commerciale questa non potrà fare da “aggiustamento automatico” del cambio poiché vi è una politica monetaria fortemente espansiva di una banca centrale (la FED) che stampa dollari attraverso un QE infinito (aumentando l’offerta di dollari sui mercati internazionali) e tenendo i tassi a zero per i 3 anni successivi.

In sostanza l’effetto di compensazione automatica sui cambi causato da un ritorno in attivo della bilancia commerciale USA è sterilizzato dalla azione del Governatore Powell. Ecco perché è più facile vedere un dollaro nella fascia 1.25 – 1.30 entro la fine dell’ anno 2021 che non nella fascia 1.15 – 1.20. Il dollaro è destinato ad essere debole finché la FED vorrà che rimanga debole.

Passiamo al mercato obbligazionario USA: non appena è apparso chiaro che il senato USA è passato sotto il controllo dei democratici, il rendimento del titolo Tesoro a 10 anni ha raggiunto l’1% per la prima volta da marzo 2020, il giorno martedì 5 gennaio nel trading notturno.

Gli effetti dei Democratici sui mercati

Secondo gli analisti, un Senato controllato dai Democratici potrebbe rendere più facile per i legislatori spingere attraverso uno stimolo pubblico per l’economia, ma molto più grande rispetto a quello della Presidenza Trump. Una maggiore spesa pubblica potrebbe portare ad un aumento dell’inflazione e del deficit pubblico e quindi del debito pubblico, andando a far aumentare i rendimenti nella fascia 7 anni – 30 anni, lasciando inalterati quelli a breve termine, che sono quelli più vicini al mercato monetario.

È quasi come se il mercato azionario fosse sollevato da queste aspettative, ma ciò va a scapito del mercato obbligazionario, infatti stiamo arrivando a una riduzione dell’ incertezza pre-elezioni e i rendimenti stanno oramai formando una fascia più alta verso il target di 1.25% per il decennale USA. Gli investitori scommettono sul maggiore disavanzo, maggiore spesa pubblica e più emissioni del Tesoro per finanziarla nel caso in cui i Democratici ottengano il controllo del Senato.

È probabile che, ora che il decennale ha rotto l’1%, passeremo un po’ di tempo nella fascia dall’1% all’1,20%. Si noti anche come martedì 5 gennaio, il tasso di inflazione Break-Even per le aspettative di inflazione sui titoli a 10 anni ha superato per la prima volta il 2%, il più alto degli ultimi 24 mesi.

Si è trattato di un rimbalzo lento per il tasso a 10 anni, che aveva toccato il minimo record dello 0,318% a marzo 2020, nel bel mezzo di una storica fuga verso i beni sicuri nella profondità della crisi da pandemia. All’inizio di questa settimana, i rendimenti obbligazionari hanno ricevuto una spinta dai dati economici più forti del previsto. E poi c’è stata la vittoria democratica al Senato.

Secondo l’Institute for Supply Management, (dati del 5 gennaio) l’indice dell’attività manifatturiera statunitense è rimbalzato a 60,7 il mese scorso, il livello più alto dall’agosto 2018. Gli economisti intervistati dal Dow Jones avevano previsto che l’indice sarebbe sceso a 57,0 a dicembre.

Quindi a spingere all’insù il rendimento del decennale USA non è solo l’aspettativa inflazionistica, e il maggior debito pubblico, è anche la certezza di una crescita economica robusta per il 2021, e quindi un rialzo dei rendimenti che non fa male all’azionario (fintantoché rimane contenuto), dal momento che si accompagna ad un rialzo dei profitti aziendali. Certo se il rialzo dei rendimenti governativi USA portasse il T. decennale al 2%, potrebbe minacciare una contrazione del premio al rischio azionario (Tasso di dividendo - Tasso Treasury decennale), ma a quel punto interverrebbe in salvataggio la FED con un aumento degli acquisti tramite il programma Q.E. (Quantitative Easing) che farebbe salire i prezzi dei bond e determinerebbe una nuova riduzione dei rendimenti. Inoltre, l’ aumento del QE la FED lo farebbe in primis per scongiurare un rafforzamento del dollaro, assolutamente indesiderato in queste circostanze.

Andamento della Break-Even inflation implicita nei titoli inflation linked USA a 10 anni (cosiddetti T.I.P.S.) dal 6.7.2020 al 6.1.2021

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