La guerra per procura tra Usa e Iran in Iraq

Roberto Vivaldelli

4 Gennaio 2024 - 06:40

Nonostante la relativa stabilità dell’ultimo anno, l’Iraq rischia di essere inghiottito in una escalation provocata dalla guerra a Gaza.

La guerra per procura tra Usa e Iran in Iraq

La brutale operazione di Israele a Gaza contro Hamas sta avendo ripercussioni su tutto il mondo mediorientale. Si pensi alle manifestazioni pro-Palestina che si sono registrate in tutti i Paesi a maggioranza islamica dal 7 ottobre in poi, oltre alle tensioni nel Mar Rosso con i ribelli sciiti Houthi sostenuti dall’Iran e agli attacchi di Israele in territorio libanese - contro le milizie di Hezbollah - e in Siria. Un altro fronte caldissimo è quello rappresentato da un Paese che viene da oltre vent’anni di grave instabilità politica, l’Iraq, guidato dall’ottobre 2022 dal governo a maggioranza sciita del primo ministro Mohammed Shia’ Al Sudani, considerato un alleato di Teheran.

Quest’ultimo ha condannato la “brutale aggressione sionista” di Israele contro Hamas a Gaza, insieme ad altre figure di spicco che si sono pronunciate pubblicamente contro Tel Aviv. In una dichiarazione, il grande ayatollah Ali al-Sistani, religioso supremo sciita, ha sottolineato la necessità di porre fine alle sofferenze dei palestinesi e di sostenere i loro diritti. Mentre si registrano manifestazioni a sostegno dei palestinesi, il Paese è già diventato un terreno di scontro di una guerra per procura tra occidente e Iran.

La guerra per procura tra Usa e Iran in Iraq

Le tensioni sono dovute, in particolare, alla presenza nel Paese di Kata’ib Hezbollah, un gruppo paramilitare sciita iracheno affiliato a Teheran. Nella settimana di Natale, il Pentagono ha affermato che le forze militari statunitensi “hanno condotto attacchi necessari e proporzionati su tre strutture utilizzate da Kataib Hezbollah e gruppi affiliati in Iraq”, sottolineando che tali attacchi erano “una risposta a una serie di attacchi contro il personale americano in Iraq e Siria da parte delle milizie sponsorizzate dall’Iran”. Dopo il 7 ottobre, si sono infatti intensificati gli attacchi da parte di gruppi sostenuti dall’Iran in Iraq e Siria contro le basi militari statunitensi, in particolare contro la base aerea di Ain al-Asad, che ospita forze statunitensi e altre forze internazionali nell’Iraq occidentale, nonché contro la base aerea americana di Harir vicino a Erbil, la capitale della regione del Kurdistan settentrionale.

Motivo alla base dell’escalation il sostegno di Washington alla guerra di Israele contro Hamas e l’uccisione, da parte degli Usa, del comandante in capo dell’Iran in Siria, il generale di brigata Razi Mousavi del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc). In una dichiarazione, il governo di Baghdad ha condannato l’attacco statunitense ai suoi siti militari, definendolo un “chiaro atto ostile” e affermando che l’atto statunitense “va contro il perseguimento di un duraturo interesse reciproco nel garantire sicurezza e stabilità”.

Il quadro politico iracheno

Entrato in carica nell’ottobre del 2022, il governo guidato dal primo ministro Mohammed Shia’ Al Sudani ha completato la presa di potere del governo iracheno da parte dell’alleanza sostenuta dall’Iran dell’ex Primo Ministro Nouri al-Maliki e della Coalizione Fatah. La formazione del governo è avvenuta dopo oltre un anno di profonde tensioni politiche a seguito delle tumultuose elezioni politiche del 2021. L’ attentato al primo ministro Mustafa al-Khadhimi nel novembre 2021 ha infatti portato a scontri armati tra il governo iracheno e le milizie appoggiate dall’Iran accusate di aver orchestrato l’attacco. La svolta è arrivata dopo le dimissioni in blocco dei partiti sostenuti dal religioso sciita Muqtada al-Sadr, rivale di Teheran: il suo gesto ha tuttavia permesso ai gruppi sciiti sostenuti dall’Iran di assumere la maggioranza in Parlamento. Un accordo politico tra la coalizione sciita nota come Coordination Framework e gli arabi sunniti ha pertanto posto le basi per la formazione del governo al-Sudani.

Da quando si è insediato, il governo si è mosso in maniera piuttosto pragmatica: da una parte siglando accordi con colossi come General Electric, Total Energies, Siemens per migliorare la produzione energetica interna, dall’altra promuovendo la realizzazione di un importante collegamento ferroviario tra l’Iraq e l’Iran. La Provincia Autonoma del Kurdistan, ricca di petrolio, continua a rappresentare un territorio segnato da gravi tensioni etniche e geopolitiche. Nell’agosto 2023, gruppi affiliati all’Iran hanno ucciso manifestanti curdi nella contesa città settentrionale di Kirkuk per la consegna di un edificio al Partito Democratico Curdo (Kdp). Nel frattempo, la Turchia ha intensificato i suoi attacchi militari contro il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) nel nord dell’Iraq, incluso un attacco con droni che ha ucciso persone il 24 agosto.

Una diplomazia pragmatica e multipolare

Come ha spiegato il ministro degli esteri Farhad Aladdin, il governo iracheno si è concentrato, negli ultimi mesi, sull’estensione delle radici della diplomazia irachena nella regione e oltre, praticando una politica di equilibrio nelle relazioni estere e allontanandosi da una politica ideologica: cercando, dunque, di tessere buone relazioni con tutti (tranne che con Israele). Come affermato nel discorso del Primo Ministro iracheno Mohammed Shia Al-Sudani all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 22 settembre 2022, l’obiettivo di questa politica è quello di “preservare la sicurezza e la stabilità della regione, il suo progresso e la sua prosperità economica, al fine di raggiungere il benessere del suo popolo”. Dopo la formazione del governo, Al-Sudani ha infatti voluto visitare molti paesi europei, tra cui Germania e Francia, e paesi vicini come Giordania, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Iran e Turchia, oltre a invitare a Baghdad il presidente russo, Vladimir Putin

“L’obiettivo - spiega il ministro degli esteri - è quello di rafforzare le relazioni e costruire partenariati attorno a interessi comuni con i paesi a tutti i livelli”. Da sottolineare il fatto che l’Iraq intrattiene ottime relazioni bilaterali con la Russia che abbracciano molti settori. Mosca ha cancellato il 93% del debito iracheno di 12,9 miliardi di dollari nel 2008, e oggi un consorzio di giganti petroliferi russi opera con successo in Iraq. Lukoil sta sviluppando il giacimento di Qurna occidentale e producendo 480.000 barili al giorno, con Gazprom che opera nella regione del Kurdistan e i giacimenti petroliferi di Badra nel sud, oltre ad altre società russe che lavorano nel settore petrolifero ed elettrico. Le ripercussioni della gara a Gaza rischiano però di minare la (precaria) stabilità del Paese e il suo interessante attivismo diplomatico.