La crisi scoppiata il 28 febbraio 2026, con gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro obiettivi in Iran, ha rapidamente trasformato il Medio Oriente in una polveriera, innescando uno shock energetico.
Con la ritorsione di Teheran e il conseguente blocco totale dei transiti nello Stretto di Hormuz, la Cina si trova oggi ad affrontare un severo stress test della sua sicurezza energetica degli ultimi decenni, forse il più severo.
Sebbene Pechino abbia costruito negli anni solidi ammortizzatori, l’interruzione di una rotta vitale da cui transita gran parte del suo approvvigionamento rischia di ridisegnare gli equilibri industriali e le strategie politiche della superpotenza asiatica. Al di là del prezzo delle commodity, che sale per tutti, la Cina è esposta alle turbolenze del Golfo Persico dal punto di vista delle forniture fisiche.
L’Oxford Institute ha compiuto una approfondita analisi sulla situazione cinese, traendone alcune considerazioni interessanti.
I dati più recenti indicano che circa la metà delle importazioni cinesi di greggio proviene dal Medio Oriente, così come un terzo del suo Gas Naturale Liquefatto (GNL). Nonostante ufficialmente Pechino non importi petrolio dall’Iran, le stime di settore evidenziano flussi consistenti, pari a circa 0,84 milioni di barili al giorno nel 2025. Oltre al greggio, la regione fornisce il 40% delle importazioni di nafta e il 45% del GPL.
Si tratta di cifre imponenti, ma il sistema energetico cinese nel suo complesso mostra una maggiore resistenza rispetto ad altre nazioni asiatiche come India o Giappone.
L’impatto della crisi sulla Cina però non è uniforme, perché le major petrolifere controllate dallo Stato ufficialmente non comprano petrolio iraniano, questo va invece in grandi quantità alle raffinerie indipendenti della provincia dello Shandong, note come «teapot» per la tipica forma dei loro impianti. Questi attori privati dipendono massicciamente dal greggio iraniano, acquistato a prezzi scontati per via delle sanzioni occidentali ancora in vigore.
La perdita di questi barili agevolati, unita all’aumento dei costi logistici, rischia di spazzare via la loro competitività, che , è vero, si riferisce soprattutto all’estero, poiché una buona parte dei prodotti delle teapot viene riesportato.
leggi anche
120 milioni di tonnellate l’anno. Perché Simandou può ridisegnare l’industria mondiale dell’acciaio?
Più allarmante, però, è la situazione per l’industria chimica. Il settore sta subendo quello che gli analisti definiscono un «doppio colpo»: una scarsità improvvisa di nafta, GPL e gas, accompagnata da prezzi alti. Questo mette a rischio la competitività di centri petrolchimici integrati in province costiere chiave come Zhejiang, Jiangsu e Guangdong. Anche le produzioni delle cosiddette «Nuove Tre» (veicoli elettrici, batterie e pannelli solari), vanto dell’export tecnologico cinese, potrebbero subire contraccolpi indiretti a causa dell’aumento dei costi di input come vetro e acciaio
Il settore che meno risentirà dello shock è quello elettrico, poiché la Cina non dipende molto dal gas per produrre elettricità. Meno del 4% dell’energia elettrica nazionale è prodotta utilizzando gas, per cui Pechino può contare sempre sull’affidabile carbone.
Sul fronte diplomatico, Pechino sta giocando una partita complessa di «neutralità attiva». Ha condannato gli attacchi USA-Israele definendoli «inaccettabili», ma evita accuratamente un coinvolgimento militare diretto. L’obiettivo è proteggere i propri asset nella regione e mantenere relazioni cordiali con tutti gli attori, in attesa di capire come evolveranno gli equilibri di potere e se l’influenza statunitense uscirà indebolita dal conflitto. «Mai interrompere un nemico mentre compie un errore», dice un vecchhio adagio e chissà, forse quello di Trump è stato un errore.
Per gestire l’emergenza immediata, la Cina dispone di ampie scorte di greggio, ma il rilascio delle Riserve Strategiche di Petrolio (SPR) è un’operazione complessa che finora è stata testata solo in modo limitato. La capacità di stoccaggio del gas è ancora più ridotta, coprendo solo circa il 6,3% del consumo annuo, il che rende difficile ammortizzare un blocco prolungato senza tagli alla produzione industriale.
Resta il fatto che anche questa crisi, dopo quella del Venezuela, sembra spingere ancora di più Pechino tra le braccia di Mosca, e viceversa. Allo stesso tempo, il GNL proveniente dagli Stati Uniti, nonostante i dazi del 25%, sta diventando estremamente competitivo rispetto ai prezzi spot asiatici, e potrebbe rappresentare una soluzione d’emergenza, favorendo anche il clima in vista del prossimo incontro tra i presidenti Xi e Trump, previsto per questo mese di marzo.
In conclusione, dice Oxford Institute, la crisi di Hormuz non farà che confermare le priorità del 15° Piano Quinquennale in fase di ratifica, cioè autosufficienza energetica, diversificazione estrema e un ruolo centrale per il carbone e l’elettrificazione dei trasporti. La Cina ha imparato che, in un mondo instabile, la sicurezza non si compra solo sul mercato, ma si costruisce tra le proprie mura domestiche e attraverso corridoi sicuri.